Lorenzo & his humble friends

The fool doth think he is wise, but the wise man knows himself to be a fool

Palpable

My first hike of November 2020. It could have been worse.

I would like to add to these photos another one that I did not record on my camera. In the picture there would be three middle-aged men sunbathing at the crossing between Rue Norvin and Rue du Mont-Cenis: this year, the area around the Sacre Coeur looks like a little village on top of a hill. So very different from any other time of the year, when the mass of tourists gives it a different look. A few youngsters drink wine at the window. Elderly joggers stroll in the street.

Radio France

Late October, Sunday evening. My body is tired: I rode my bike in the afternoon. I am planning the week that is about to start. It is dark outside, but from the window I can still see the lake of Neuchâtel. I listen to Fip radio, Certains l’aiment Fip, on air for one hour every Sunday at 20:00. The episode is dedicated to Scarlett Johansson. I am hooked. What great program.

Fast forward, one month later. I am talking to Maja and Emilien: they tell us about Juke Boke, a programme by France Culture linking music to historical events. I want to check it out right away. It adds to many other programmes of France Culture that are on my podcast list. The public streaming of Les Cours du Collège de France, for example, is such a great resource for academics.

Radio is becoming increasingly central in my life. I wonder whether this is because I am immersing myself in French culture. Can it be that the radio offer is, generally speaking, more heterogeneous and innovative here than it is in Italy?

Swiss citizens abroad

Springer just published three volumes on ‘Migration and Social Protection in Europe and Beyond’, edited by Jean-Michel Lafleur and Daniela Vintila. I wrote an open access chapter on Diaspora Policies, Consular Services and Social Protection for Swiss Citizens Abroad. I shows that since the 1960s the Federal Council has developed encompassing social protection policies for Swiss nationals abroad, while safeguarding the working of pre-existent cantonal and charitable associations. As a result, Swiss nationals abroad can access one of the most advanced sets of social entitlements globally.

Weekend long reads / November 2020

Andrew Sullivan, Trump is gone. Trumpism just arrived, Substack. Dana Goodyear, The iconoclast remaking Los Angeles’ most important museum, The New Yorker. Peter Hessler, Nine days in Wuhan, the Ground Zero of the pandemic, The New Yorker.

Riserva di forza

Questa notte è morto Piergiorgio, di cui vi ho parlato spesso.

Ci siamo conosciuti nel 2007, quando grazie a Giovanni iniziai a collaborare con Questo Trentino. Piergiorgio veniva alle riunioni di redazione tutti i giovedì alle cinque e aiutava i neo-arrivati a comprendere meglio i meccanismi della politica trentina. Oltre a lui c’erano anche il savio Walter Micheli, l’imperscrutabile Nicola Salvati e l’appassionato Piergiorgio Rauzi. Alle volte facevo fatica a capire quello che diceva Piergiorgio; ma sarebbe più giusto dire che già allora Piergiorgio faceva fatica a parlare. Bastava poco ad abituarsi. Fu un periodo in cui imparai ad ascoltare.

Iniziai a frequentare Piergiorgio anche fuori da Questo Trentino. Ogni tanto andavo a casa sua e parlavamo per un’ora. Ricordo l’accoglienza allegra dei genitori e le chiacchiere con lui, a tutto campo. Io gli chiedevo soprattutto dei suoi studi in filosofia (Piergiorgio amava molto Emmanuel Levinas e Dietrich Bonhoeffer) e dei libri che aveva scritto (all’epoca ne aveva già pubblicati due, Cara Valeria e Dio sulle labbra dell’uomo). Era soprattutto Piergiorgio, però, che mi faceva domande: si informava sul mio punto di vista in materia di religione, mi chiedeva cosa ne pensassi della politica italiana, della politica internazionale, della mia generazione, dei miei studi. Aveva solo dieci anni più di me, ma era come quei personaggi illuminati che compaiono nei libri, quelli che ti aiutano a guardarti intorno e capire come funziona la società. Mi piace pensare di essere stato speciale, ma la verità è che Piergiorgio faceva così con tutti. Ce ne si renderà conto in questi giorni, tramite l’affetto che gli verrà tributato dalle migliaia di persone che hanno lavorato con lui in questi anni.

Apro due parentesi scollegate tra loro. La prima: Piergiorgio era una delle mie due coscienze, nel senso che era una delle due persone che mi aiutavano a darmi una scrollata quando mi lamentavo a sproposito delle circostanze. Lo faceva con il suo misto di attivismo, auto-ironia, coraggio, curiosità, empatia, forza, ingegno. L’altra coscienza della mia vita è stata ed è tutt’ora zio Giuseppe.

Seconda parentesi: Piergiorgio, che era affetto dalla distrofia di Duchenne, aveva bisogno di aiuto per qualsiasi cosa. Frequentandolo mi resi conto che assumeva spesso ragazzi stranieri per assisterlo nel quotidiano. Fu tramite Piergiorgio, ad esempio, che conobbi Hicham, Kevin, Nestor, Salomon. Per lui era una cosa normalissima: come scriveva lui stesso, gli bastava che fossero “persone con la virtù della pazienza e dell’abnegazione“. In un’altra intervista, Piergiorgio diceva: “non sono loro che hanno bisogno di me, sono io che ho bisogno di loro. Ed è questa la narrazione che vorrei portare. I migranti sono indispensabili per la nostra società“.

Qualche tempo dopo essermi laureato, Piergiorgio diventò caporedattore di Unimondo e mi invitò a collaborare. Fu un grande riconoscimento: era la prima volta che ricevevo un compenso, seppur simbolico, per le mie speculazioni socio-politiche. (Nel frattempo, mi sono ormai abituato ad esser pagato per produrre borbottii pseudo-intellettuali: penso che sia una sorta di politica di welfare fatta apposta per tenermi tranquillo fino alla fine dei miei anni). Grazie a quella collaborazione conobbi altre persone piene di forza (Alessandro, Anna e Giacomo) e sviluppai una maggiore attenzione ai temi della giustizia sociale. Era davvero bello passare un paio di giorni ogni mese a fare ricerca, scrivere, e ricevere commenti rispetto a temi di attualità.

Nel 2015 Piergiorgio si ammalò e venne ricoverato in ospedale. Ricordo perfettamente il momento in cui Alessandro me lo disse al telefono: ero sulla terrazza dell’Istituto Europeo e guardavo il tiglio in fiore. All’epoca Piergiorgio aveva quarant’anni: la speranza di vita media per chi ha la distrofia di Duchenne si ferma solitamente a ventisei. Lui era andato ben oltre grazie al suo entusiasmo e al suo modo intenso di vivere la vita. Sembrava però che quella volta fosse destinato a morire. Invece si salvò e ne scrisse un libro, Guarigione, in cui lodava il personale medico, ma descriveva con minuzia l’atroce esperienza passata in ospedale. Credo che Piergiorgio si riferisse a quell’esperienza quando gli si chiedeva come stava e lui rispondeva ‘Sono morto nel 2015, ma tutto sommato non mi sento troppo male‘.

Continuai a scrivere per Unimondo fino all’inizio del 2017. Nel frattempo Piergiorgio, che continuava a fare il giornalista per il Questo Trentino, il Trentino, e Vita Trentina, era stato assunto per lavorare nel consiglio di amministrazione del Museo delle Scienze (Muse). Continuammo a sentirci, anche se in maniera meno regolare. Nel 2018 Piergiorgio contribuì, assieme ad altri, a fondare un nuovo partito, Futura, e ne divenne poi presidente. Dico una banalità, ma non so come facesse a portare avanti tutte queste attività assieme. E lo faceva con energia, presenza, attenzione: non tanto per metterci il nome.

Quest’anno, tra la distanza e la paura di trasmettere il morbo, è stato impossibile vederci di persona. Eppure le circostanze hanno bloccato più me che lui, che ha continuato tutte le sue attività a pieno regime. Ad aprile avevo pubblicato un suo messaggio su questo blog tratto. Poi ci avevo ripensato, perché mi pareva un testo troppo cattolico per un agnostico come me. Lo avevo messo in stand-by. Lo ripubblico adesso, qui sotto, e da quel messaggio traggo il titolo per questo post.

Ne “I sommersi e i salvati” Primo Levi scriveva: “Ogni essere umano possiede una riserva di forza la cui misura gli è sconosciuta: può essere grande, piccola o nulla, e solo l’avversità estrema dà modo di valutarla”. Forse non viviamo, neanche in questo periodo, un tempo di “avversità estrema”, però siamo provati, angosciati, in attesa. Ognuno di noi conosce un amico o un parente contagiato dal virus. Qualcuno è stato colpito da lutti molto intimi. Siamo incerti, sconvolti.

Tuttavia sperimentiamo di trovare dentro di noi una “riserva di forza”. Un’energia nascosta che ci fa resistere, escogitare soluzioni, pensare al futuro nonostante tutto. Soltanto tale forza interiore ci farà rinascere, risorgere. Ecco il mio augurio per questa Pasqua di resistenza.

Dobbiamo sicuramente partire da noi stessi, ma non siamo soli. Insieme siamo più forti. Guardiamo in avanti con fiducia. Anche questo tempo può essere il momento favorevole per sorprese e novità che non ci aspettiamo. Che vengono da fuori, da altrove. Quando tutto sembra perduto e avvolto nelle tenebre, l’inaudito può accadere, anche in positivo.

Concludo con le parole di Dietrich Bonhoeffer, il teologo resistente ucciso dai nazisti 75 anni fa: “L’essenza dell’ottimismo non è guardare al di là della situazione presente, ma è una forza vitale, la forza di sperare quando gli altri si rassegnano, la forza di tenere alta la testa quando sembra che tutto fallisca, la forza di sopportare gli insuccessi, una forza che non lascia mai il futuro agli avversari, ma che lo rivendica per sé”.

A settembre ci siamo sentiti, come sempre, a ridosso delle elezioni comunali a Trento. Lui era dispiaciuto dalla scelta di mio zio Paolo di non candidarsi con Futura, ma era soddisfatto del lavoro fatto.

Nell’ultimo scambio che abbiamo avuto circa un mese fa io mi lagnavo con lui di avere la febbre. Finire così questo testo sarebbe abbastanza mortificante per il sottoscritto. E allora vi dico che quando, privatamente e non, chiedevo a Piergiorgio del perché lui fosse cattolico, lui mi spiegava che Dio ci mostra una via alternativa, di liberazione, di pace, di pienezza di vita. Una via possibile, non sicura. Non sono ancora del tutto convinto dell’esistenza dell’Onnipotente, ma Piergiorgio mi ha mostrato che nonostante enormi difficoltà siamo liberi di dare fiducia a giovani insicuri, costruire relazioni umane forti e avviare progetti entusiasmanti.

Post scriptum. Aggiungo il testo che ho ricevuto da Alessandro e che mi sembra riassumere molto accuratamente lo spirito di Piergiorgio: Pier “agitava” letteralmente la mia vita, con le sue incombenze, le sue riflessioni, le sue idee, i suoi vecchi progetti, i sui nuovi progetti e le decine di varianti e di variabili ai suoi ultimi progetti. Per questo il suo vuoto sarà incolmabile. Eppure ci sono alcune lezioni importanti che quotidianamente mi dava, che sicuramente contribuiranno a colmare quel vuoto. In questi anni mi ha insegnato, tra le altre, che nella vita “niente sta scritto”; che nonostante le nostre fragilità tutti noi possiamo scegliere di essere una risorsa per noi stessi e per gli altri; che siamo tutti di passaggio e dobbiamo imparare ad usare l’ironia e l’autoironia, non come forma di consolazione, ma come percorso di consapevolezza, per provare a vivere seriamente, senza mai prendersi troppo sul serio.

Tramonti sul bus

Per due volte negli ultimi due anni, il treno che dovevo prendere è stato cancellato; ed entrambe le volte sono stato ricompensato con un tramonto glorioso.

La prima volta deve essere stato circa un anno fa. Ero di ritorno in Svizzera da Firenze: un viaggio che solitamente dura circa otto ore. La tratta finale tra Berna e Neuchâtel, un’ora circa, era insolitamente sospesa. Erano le quattro di pomeriggio e decisi di prendere un treno in direzione di Bienne, da cui avrebbe dovuto essere semplice raggiungere Neuchâtel. Anche quel treno fu però soppresso a metà strada, in un paesino di cui non conoscevo l’esistenza e di cui tutt’ora non ricordo il nome. Attesi lì assieme ad alcune altre decine di persone, non senza impazienza, fino a che, verso le sette di sera arrivò un bus che ci portò fino a Ins (da lì, solo passeggero, avrei preso un altro treno fino a Neuchâtel). In quella tratta in bus vidi panorami incredibili, colline su e giù, uno dei più belli tramonti autunnali di sempre. Mi sono riproposto di tornarci in bici. Però, siccome ho scordato il nome del paesino da cui il bus partì, non sono ancora riuscito a farlo.

La seconda volta è stata ieri, quando – probabilmente unico masochista – ero di ritorno a Parigi mentre orde di residenti lasciavano la città in fuga. Solitamente prendo un piccolo e folkloristico trenino da Neuchâtel a Frasne: lì arriva un enorme TGV che mi porta fino a Gare de Lyon. Questa volta, però, la tratta da Neuchâtel a Frasne era interrotta. Ho preso allora un treno ancora più piccolo del solito che è salito nel bosco fino a Travers, la capitale dell’assenzio. Lì sono sceso dal treno e ho trovato un enorme bus ad aspettare me, solo me; e sono salito con le mie tre borse, una delle quali piena solo di libri, e una busta della spesa rotta con dentro un monitor rubato all’università. L’autista era un sessantenne che mi ha tranquillamente spiegato che saremmo andati assieme fino alla prima stazione dove avrei potuto prendere il mio TGV. Quella stazione è Pontalier, e quindi stavamo per ripercorrere in bus le strade che avevo scoperto in bici quest’estate, quando ero così felice di stare all’aperto e pensavo che era appena uscito da un’esperienza unica ed irripetibile, tre mesi più o meno chiuso in casa. Adesso mi trovavo lì di nuovo, seduto con i miei libri, il mio schermo, l’ansia che ci ha accompagnato tutti in questo 2020, e il gentile conducente che mi diceva i nomi dei paesi e dei fiumi, e la luce tramontava, magnifica, gloriosa. Mi sono messo tranquillo e mi sono goduto il viaggio.

Io so che a voi interessa poco di questi momenti e dei nomi di questi posti; ma io vorrei ricordarli ed ecco perché ne scrivo.

Dombresson

Slightly worried about the idea of my second parisian lockdown of this year, I went for one of my last bike rides of 2020. There is a road I took for the first time this summer: it goes up to Dombresson, where the view opens to a large valley, the Val de Ruz.

I rode up the same road again to explore the contrast with the new season. There was this moment when a passing car stirring up all the leaves on the road. They floated in the air as I rode by. I took a mental photograph.

I arrived in Dombresson just before sunset. Everyone was on standstill: a few other cyclists, pedestrians, people who drove up the fields with their cars and, of course, cows: everyone seemed to be enjoying the sunset. I took a bunch of actual photographs.

I rode down to Neuchatel in the dark. I will miss these empty, silent places.

Neuchâtel – Geneva

The Italian comedian Maurizio Crozza sometime imitates a bogus politician, former representative of the Italians abroad elected in Switzerland. When he does, he uses as a background an idyllic Swiss landscape. It is not the usual Alpine view; instead, it is a hilly, blossoming, countryside with vineyards and small houses here and there.

This is what I think of when I look outside the window of my train, just outside of Neuchâtel heading towards Yverdon-les-Bains and then Geneva or Lausanne.

Neuchâtel, 5PM, Winter afternoon

In Beckett’s Happy Days, Winnie meditates that “Sometimes it is all over for the day, all done, all said, all ready for the night, and the day not over, far from over, the night not ready, far from ready”.

Il ginger secondo Pietro

Ogni tanto mi ricordo dell’alcol che producevo con Dani e Matteo. Oggi ne parlavo con Pauline e sono stato sorpreso di trovare tante foto semplicemente scrivendo ‘Gingerello’ su Google. Vista così, sembra quasi una cosa seria.

C’è una storia sulla quale non abbiamo mai capitalizzato. E’ il racconto del ginger secondo Pietro. Eravamo in un bar fiorentino in una fredda giornata d’inverno. Stavo raccontando a Pietro della nostra impresa e gli chiedevo di condividere con me le prime immagini associate al ginger per la nostra prossima campagna di marketing. Lui mi raccontò una storia probabilmente inventata, ma bellissima. Disse che una volta, quando era malato, amici e amiche andavano a visitarlo e a prendersi cura di lui preparando, tra le altre cose, dei caldi infusi al ginger. E dunque l’idea del ginger per Pietro sarà per sempre associata all’amicizia e allo stare insieme nonostante (o forse grazie) alla malattia.

A pensarci adesso, ai tempi della pandemia, mi rendo conto che se solo avessimo continuato a produrre Gingerello avremmo potuto fare i miliardi. E invece ci troviamo ridotti così, a millantare imprese passate tramite qualche foto su Google, bevendo limoncello scadente e damassine.