Lorenzo & his humble friends

The fool doth think he is wise, but the wise man knows himself to be a fool

Atlas

Mia sconosciuta lettrice,

Ti scrivo da una grotta piccola-piccola dove mangio formaggio di capra e bevo una birra prodotta dal signor August K. Damm. Sono ad Artenara, un paesino incastonato nella pietra vulcanica delle montagne canarie. Qui tutti vivono nelle grotte: mi pare di poter dire che questo e´l’equivalente spagnolo di Matera. Solo che ci troviamo nell’Oceano Pacifico, sulle coste tra Marocco e Western Sahara

Sono finito qui dopo che a maggio avevo letto un articolo su El Pais. L’autore parlava del lavoro di una associazione locale per sviluppare un tipo di turismo alternativo a quello che sta distruggendo quest’isola bellissima, ponte tra Europa, Africa e America. Sai che qui si fermano la maggior parte dei navigatori alla volta delle Americhe? Nel corso degli anni sono passati coloni, avventurieri, esploratori e corsari. Fu qui che si fermo’ Cristoforo Colombo nel 1492 prima della sua traversata verso l’ignoto; e anche Francis Drake attracco´a Las Palmas nel 1595 per sottrala al dominio spagnolo. (Non ci riusci’). Ancora oggi l’isola ospita ogni anno a novembre le navi che fanno rotta verso l’America in una regata mondiale; e con le navi arrivano centinaia di ‘boat-hikers‘, cioe´persone che offrono manovalanza sulle navi in cambio di un passaggio attraverso l’Oceano.

Sto divagando: quel che voglio dire e’ che tu, cara lettrice, probabilmente non sapevi nulla di tutto cio’. L’immagine mondiale delle sette isole canarie e´legata al turismo di massa. La sola Gran Canaria attira tredici milioni di turisti all’anno. Sono persone che vengono principalmente per il clima, che e’ mite 365 giorni l’anno; e per le spiagge. Allo stesso tempo, pero’, Gran Canaria e’ la regione con il tasso di disoccupazione piu’ alto della Spagna. Il turismo di massa si concentra a Las Palmas e negli enormi resort nel sud dell’isola. L’associazione di cui ho letto su El Pais ha come scopo la promozione di un turismo alternativo che dia maggior risalto alla storia delle isole; alle culture locali; alla diversita’ paesaggistica e ale attivita’ all’aperto. Per farlo ha creato tre ostelli: Atlas a Las Palmas; El Warung ad Artenara; e una cueva per famiglie e piccoli gruppi a Acusa Seca. Negli ostelli si ospitano scalatori, ricercatori, artisti, hikers, navigatori; si organizzano concerti, seminari e cineforum, camminate, yoga, sessioni di surf. Chi viene ospitato, come me, contribuisce a far progredire gli alloggi e a organizzare gli eventi. 

Devo pero´ammettere, cara Lettrice, che arrivato a Las Palmas la prima impressione non e’ stata positiva. Avevo provato a non crearmi aspettative, ma sono stato sconvolto dalle colate di cemento, l’orizzonte torrido, l’edilizia selvaggia, la spiaggia urbana infinita e pienissima, le trivelle a poche centinaia di metri dal lungomare, i negozi tristi e anonimi. Parlando con gli altri voluntari ho scoperto che la mia e´una sensazione condivisa; eppure quasi tutti tendono a tornare. Delle persone conosciute ad Atlas, Las Palmas, almeno la meta’ erano di ritorno per la seconda o terza volta. Ho iniziato a comprendere il fascino del posto leggendo alcuni libri: tramite i testi e le foto ho scoperto l’enorme varieta’ di queste isole, dove ci sono la piu’ alta montagna di Spagna, il terzo vulcano piu’ grande d’Europa, deserti e spiagge. 

Ho anche conosciuto meglio i ragazzi che stanno qui e ho capito che posso imparare molto da Rodrigo che e’ un trentasettenne brasiliano che ha lavorato per anni nel marketing e fa surf; Silvia, che avra’ circa venticinque anni e fa dipinti vegan per giornali del settore; e Chelsea, che penso abbia la mia eta’ e scrive per giornali online. Sono tutti digital nomads, cioe’ persone che possono lavorare dove vogliono perche’ per farlo basta un computer portatile e una connessione a internet. E’ un pensiero che non mi attrae: ho sempre pensato al lavoro come a una attivita´necessariamente sociale. E tuttavia quella dei digital nomads e’ una realta’ sempre piu’ diffusa in questo mondo globalizzato e ipertecnologico e io vorrei capirla meglio. Gran Canaria e’ il primo posto al mondo per tasso di digital nomads: la vita qui costa poco, fa caldo e ci sono spiagge praticamente ovunque. 

Manolo, il ragazzo che ha creato e tutt’ora gestisce l’associazione, vorrebbe che i digital nomads si integrino meglio nel tessuto sociale del posto, interagiscano con i locali e portino una crescita sociale e culturale, non solo economica. Io vorrei fare qualcosa in questo senso; ma potrei anche aiutarlo a sviluppare l’idea del percorso GR131, un trekking di oltre 500 km, da Lanzarote a El Hierro. Sette isole nell’oceano, fino a 3700 m di altezza nel punto piu’ alto, circa 28 giorni per percorrerlo tutto. Manolo spera di trasformare questo percorso uno dei piu’ importanti d’Europa. Mi sembra perfetto.

Per cominciare sono stato mandato ad Artenara, a El Warung: un ostello in una grotta a oltre mille metri di altitudine. E’ stato il mio regno per gli ultimi giorni. Un regno bellissimo. Dai riflessi del sole ardente sulla roccia vulcanica nel pomeriggio al silenzio surreale dell’enorme vallata davanti alla mia grotta al tramonto: e´tutto impresso nella mia memoria. 



Ora mi preparo a tornare a Las Palmas: dobbiamo organizzare un concerto sul tetto dell’altro ostello, quello cittadino. Poi mi occupero’ di raccontare storie per il cammino che taglia attraverso l’isola. Ieri sono andato a esplorare i sentieri vicini, ma ho esagerato: sono sceso fino all’Oceano. Alle 14.00, dopo sei ore di cammino e una temperatura di quarantatre gradi avrei potuto morire se non fossi stato raccolto dalla macchina di Jote e Jose, che passavano di li per caso.  Il polipo che ho mangiato nel pomeriggio mi ha ricompensato di tutti gli sforzi. 

All my aces are on the floor

I have always liked to have people around, but the circumstances of life are such that I find myself more lonely than I used to be. Fai di necessità virtù, they say. I still dislike loneliness; but there is one specific instance when I can appreciate living on my own (Dee do de de dee do de de I don’t have no time for no monkey business) and that is when I am on a bike.

So here we go again. At the crossroads of Valais and Ticino, the Granfondo San Gottardo is one of the hardest cycling sportive events of the year. For me, this race had a special gist for three additional reasons: (i) it takes place in Switzerland, where I have been living for a few months this year; (ii) it is harder than the other races I have done before, with 110 km and three mountain passes to climb for a total of more than 3000 m of elevation; (iii) Nicco and Giallu had decided to come with me, so we could be together just like last year in Trentino. To this, it must be added that I am in the middle of a tumultuous process of moving out from my home: I was relieved to have such distraction.

Onto our road trip with Nicco and Giallu then! We drove from Florence to Ambrì and we planted our tent in the airport. After a very wet and sleepless night we got up at 6AM, had a heavy breakfast and started our race at 8AM. Up to San Gottardo, Furka, and Novena. This is how my race went on Strava; and this is how it went in pictures.

 

 

It went pretty much as we expected. San Gottardo is smooth and pleasant; Furka is long and steady; Novena is consuming and never-ending. But we finished! Even Nicco, who got a flat tyre on the descent from Furka and spent about 45 minutes looking for a pump. I rode my bike for 4 hours and 42 minutes, with two long breaks at the feeding points, crossing the finish line at 2:40PM.

In the evening we drove to Neuchatel and the next day we visited Montreux and cruised through the San Bernardo pass, Aosta and Genova. We arrived in Florence in the middle of the night and I have been packing up my belongings ever since.

 

Racing a Gran Fondo was one of my resolutions for 2016; I have now raced three. This is it: all my aces are on the floor. In the coming months I won’t have time to train properly and I won’t have the determination to do all the sacrifices that the preparation for a Gran Fondo requires. So farewell to my bike and all of that: what a ride it was.

Sembra di stare a Roma

It took us six months longer than initially announced, but we are now moving out from our house and we are leaving Florence.

It is a huge change for me: this has been my life for the last three years. I cannot imagine a better place and a better routine than this. But as I have written previously, I am a bit like a bike: balance only comes when I am in motion. So off again.

Before moving to the future, I wanted to take a second to recollect some thoughts on the past. Daniele and Anna have been my point of reference since I moved here. I am not going to bore you with the usual sentimental rants: Daniele is a brother to me, full stop. Rationally, however, I can identify those things that brought us together: we shared the same silly irony, the cultural references (boris, stories about panache, impressions, suicidal bunnies), the desire to take up little nerdish things and get passionate about them (poker, bruti), the striving for new projects (gingerello, cineforum, hostels, dinners and presents) and plans for the future (morocco, dolomitesmaremma, poggio la noce, pelago – am I the only one to see a pattern here?). With him, just like with Matteo, it was a constant sdrammatizzare. (It is term that I won’t bother translating in English). Looking back at these experience I realize we always involved other people. It is going to be a lot harder without him, and Ada, Jonas, Meha, Nele, and Markus.

The house, of course, was special also because it came with a certain magic of itself. The last few days we were packing everything and cleaning up the storage room and the mezzanine. It was a bit like public works in Rome: any time we were moving something some strange memories from the past would emerge. I will write more on this in the next few days, as I will officially move out next week and I will spend some days in Ponte alle Riffe 39 alone with all my demons.

Before that, I am off to Switzerland for the hardest bike race I have ever done, with the worst preparation I could possibly have, and with a very messy road trip ahead. The red team is on the move again. I am very happy I am going to go.

Qualità della vita

Arrivo in stazione Termini verso le undici, poco più di un anno dall’ultima volta che sono stato qui. Di tutte le capitali europee che ho conosciuto, Roma continua a essere quella che mi mette più a disagio. Traffico, sporcizia, caldo opprimente e una bellezza suprema. Provo a non pensarci, sono concentrato sul mio progetto. Mi dirigo verso la biblioteca, una piccola biblioteca da trenta persone al massimo. All’ingresso ci sono quattro impiegate (quattro) che non mi fanno entrare: non ci sono posti disponibili, devi aspettare mi dicono frettolosamente. Sembrano molto impegnate a risolvere importanti questioni di lavoro. Mi accomodo su una seggiolina davanti a loro, e passo così la successiva mezz’ora seguendo una meticolosa discussione atta a pianificare gli straordinari in modo tale da massimizzare lo stipendio mensile. A un certo punto si ricordano di me e mi fanno entrare: si sono accorte che in realtà c’erano almeno tre posti disponibili all’interno. Scrivo per due lunghe ore, tutte ritmate dal costante sbottare dei clacson nella strada vicina. Verso le tre mi dirigo a un ristorante vicino: la pasta cacio e pepe è memorabile, la vista su una strada giocosamente trafficata mette di buon umore. Penso che la Svizzera sarà pure ai vertici delle classifiche sulla vita, ma dei pranzi così se li sognano, gli elvetici. Vorrei lo stesso caffè del signore al tavolo accanto, dico, e il cameriere va dal signore e gli porta via il caffè, lo vuole l’altro cliente, mi scusi, scherzo, sto a scherzà! gli dice, e poi me ne porta un altro uguale, saporito, forte, buono. Vado a fare la mia intervista in un edificio vicino alla stazione. Senzatetto ad ogni slargo, rifiuti ovunque, senso di disagio. L’intervista va bene, il mio interlocutore è generoso ed eclettico, come questa città nei suoi giorni migliori. Torno in stazione. Tutti i treni hanno un ritardo di un’ora. C’è stato un incidente a Latina, gracchiano gli altoparlanti, e un calo di tensione a Viterbo. Dopo un’ora e mezza il mio treno finalmente inizia a rollare. Il ragazzo seduto di fronte a me sopporta stoicamente il ritardo che gli farà perdere l’enorme festa di compleanno di cui ha lungamente parlato al telefono con sua moglie. Arrivati alla stazione Tiburtina il treno si ferma improvvisamente e l’altoparlante annuncia un ulteriore ritardo e si scusa per il disagio. E stocazzo, sbotta il mio dirimpettaio. Già: stocazzo.

Fernweh

Neuchâtel, 26 giugno

Giallu, Nicco, Ivan, Alvise.
Quest’anno ho imparato che per prepararmi a una gara è necessario leggere e studiare il mondo della bicicletta. Non si tratta solo di curiosità: lo si fa per motivarsi e vivere con entusiasmo queste scorribande. I giorni scorsi mi è stata regalata una bellissima rivista di ciclismo, dalla quale vi inoltro la seguente citazione estrapolata da un racconto il cui protagonista si cimenta in un fine-settimana ciclistico in Scozia: I was in the middle of a year devoted to exactly this sort of trip – micro-adventures, I call them – and it was proving to be much more rewarding than I had anticipated. Since I began taking on these provocatively mundane expeditions, I had discovered that coming up with an interesting plan (and committing to making it happen) virtually always guarantees a challenging and rewarding experience. All you need is something difficult, somewhere new and a bit of imagination. For someone cursed with eternal ‘fernweh’, a beautiful German word meaning a craving for distant places, the year of micro-adventures was an excellent, regular tonic.

Eccomi dunque con un programma interessante per una micro-avventura. Il 23 luglio partiamo in macchina alla volta di Airolo. La sera dormiamo lì – in casa? in tenda? Il 24 luglio gareggiamo nella Gran Fondo del San Gottardo (daje!). Speriamo di arrivare in fondo davanti alla macchina-scopa. Poi guidiamo fino a Neuchatel: lì dovrei riuscire a garantire un alloggio gratuito per tutti e forse anche una cena da amici, etc. Notte di riposo e rientro in Italia il 25 luglio. Diamoci come obiettivo quello di fare, anche per conto nostro, almeno 350km nelle settimane tra il 2 e il 23 luglio.

Update, 2 luglio: nemmeno il tempo di rientrare in Italia che siamo già in sella. Alle 6:30 siamo partiti da Firenze, alle 8:00 arriviamo all’Impruneta, alle 9:00 a Panzano, e alle 12:00 siamo sparaparanzati a mangiare schiacciate farcite in questa famosa pizzicheria di Chiesanuova. Vamos.

 

Undocumented or illegal immigrants?

It is early June and I am sitting on a train on my way back to Switzerland working on my dissertation. I am currently writing a chapter explaining why different regions of the same state provide a different right to health care for undocumented migrants. This latter term perplexes the passenger next to me whom, after a few minutes spent over-looking the text I am writing on my laptop, decides to start a terminological debate on ‘undocumented migrants‘. It is a good topic for a debate, for there are multiple ways to define people that do not have an official piece of paper to justify their entry, or their presence, within the territory of one State: illegals, irregulars, undocumented, clandestinos.

The argument of the curious passenger is that we must use the term ‘illegal migrants‘ to describe all those who do not have the necessary documents to stay in the territory of a State. I explain that I prefer the term ‘undocumented migrant’ because it is less heavily laden.

The friendly passenger draws a comparison between a person who enters illegally in a house and a migrant who enters illegal in the territory of a State. Both of them, he argues, are illegal. I protest the use of a term that attributes illegality to persons as such instead of their actions. Undocumented migrants are, in fact, a broad group of persons. They comprise the individuals who cross the borders of a State without the required documentation (identity documents and, where necessary, a VISA) but also those who, having entered a country on a regular basis, either overstay their permit of stay, or breach the conditions attached to it. Take, for instance, my Canadian friend whose name I won’t make who decided to stay in Europe ‘just a little bit longer‘, thus disregarding the terms of his tourist visa. He became an undocumented migrant, because his permanence within the country was no longer covered by any administrative permit. Undocumented migrants can also be refused asylum seekers, or children born from parents that do not have permission to stay. All these situations have one thing in common: the lack of some necessary administrative documents.

It is not uncommon in the life of an ordinary citizen to breach administrative provisions: what generally happens as a consequence of that is that the citizen pays a fine, and moves on with his or her life. The problem with the situations described above, explains Lucia Caroni on the nccr blog, is that the breach of administrative provision makes the very presence of a person within a State no longer accepted. That is why this is perhaps one of the fields of law where words matter the most: ‘the risk is to criminalize not an act, but rather a way of being, thus making the uncertain lives of such people even more precarious‘. I could not convince the fellow passenger on the train to stop using the term ‘illegal immigrant‘, but I hope I did convince some of you.

 

Value art more than success

Lucerne/Olten, June 26

This morning I hopped on a train. I had decided to spend the entire day roaming randomly from one town to the other, familiarizing to a very Swiss habit: living on a railway. I though of this as the proper opportunity to wish farewell to those things and people that have become part of my life in the last three months, since the moment I first moved here. So I am going to do it now: this is what comes to my mind when I think back of my time here.

Trains, indeed. Switzerland is a country of commuters. Trains here are a bit like the tube: people use them every day, because they are so comfortable, frequent, and fast. And, of course, Swiss cities are on average pretty small, so it’s easy to walk everywhere once you are in the train station. So trains, that’s one thing I will miss. I, myself, traveled to la-Chaux-de-Fonds, Lausanne, Zurich, Bern, Geneve, Lucerne, Interlaken, and a lot of small towns. These were silent, peaceful, and scenic rides. I hope more of them will come in the future.

 

I will remember the army kids in the train stations. They are so many. I guess that is because each male citizen below 35 has the duty to serve for something like three weeks each year. This must be reason why youngsters in their uniforms are a common view in this country. They keep their hands in the pockets and smoke, talk, drink. It is a funny contrast, because their youth and small rebellious acts defy the nature of the uniform they wear.

I will enormously miss the Black Office and regret I did not spend more time there. It is here that I learnt the basics of how to fix a bike and it is also here that I was able to exercise my proto-French without much fear. I have great respect for the idea of helping people to fix their bikes and the sense of community based on good-will I found there.

And then there are all the other small things that are so stereotypical and true: the cows I met during my long rides across Romandie; the watch-makers in La-Locle; the weird blend of languages, which I find somehow exciting; the general sense of hospitality; the rare days of sun on the lake; the local beers, like BFM; the green fields and the mountains, which unfortunately I have not explored; the bizarre monuments in the cities; the Portuguese immigrant community of Neuchatel, providing each morning pastel de nata and coffee; and the counter-cultures, like the anarchism of the Black Office, the bike messengers, the rural communities of Jura, and the urban movements of Zurich.

I will remember fondly the office and the environment that welcomed me there. I got a lot of work done and I like to say that it is because there is not much social distraction in Neuchatel. But this was also because the nccr has provided me with so many resources – it was a genuine pleasure to dig deep into them. Apart from work, many colleagues also proved to be kind friends. Running the risk of not making justice to all, I will remember Marco, Stefanie, Flo, Eva, Valentin, Robin, David, Rorick, and Alice. And, of course, Jean-Thomas, who has done much to integrate me, both professionally and socially. I already knew his attitude; but it is only after these three months together that I have come to know his values and personality. It has been an education.

 

In the end, my most vivid images are those created during my long rides in the countryside of Romandie. Neuchatel was much more alive seen through the lenses of two slim wheels. Perhaps I, myself, am a bit like a bike: balance only comes when I am in motion. So there I go again, off to new uncertain beginnings. Because without them the heights would not feel so great, would they?

Out means out

Previously on this blog I have advocated dialogue with our political opponents as opposed to talking contemptuously about them. The outburst following the Brexit referendum has shown that this is not happening. Sure, I too was frustrated, shocked, and disgusted. But let us try to refrain from casting those who voted Leave as a whole bunch of idiot, ignorant, out-of-tune voters. In fact, if you are feeling upset by the situation imposed by people whose values you don’t share, you might now understand how UKIP, Lega Nord, Front national voters have felt in the past. Reading the tweets and messages shared by many of my friends, I cannot help but fully endorsing these lines from the Spectator: ‘there is now a lot of hatred directed towards the millions of people who voted Leave. Yet clearly not everyone who voted Leave is a racist thicko, just like not every immigrant is a jihadi. There are legitimate concerns on both sides of the debate, but I do not see how it is helpful to characterise millions of people in this way. At its worst, it can seem like a language that the privileged use to sneer at the poor: a kind of moral snobbery‘. This pretty much summarizes what I wrote (in Italian) shortly after the results were known, quoting my friend Old Tom: ‘believing in democracy doesn’t require you to agree with the people, trust the people, or even like the people; It only requires you to respect everyone’s right to choose – including the one to choose the bad over the good. Democracy is not perfect, nor indeed pretends to be so. And yet there is much to praise about a system under which everyone, for better or worse, has a say on common matters, and whose legitimacy rests upon the possibility of exercising that right. Even if it occasionally breaks your heart‘. Or, as it was brilliantly put by the defeated contender for the Democratic Party candidate in the 1966 election to the California State Senate Dick Tuck, ‘The people have spoken, the bastards!‘.

Now – I am equally depressed to see repeated calls to somehow reverse the result of the referendum. This is plainly wrong – for two reasons. First, imagine if Leave were saying that: you would be horrified, wouldn’t you? Second, there is a terrible twist with this result that must now be acknowledged: it is in the most rational interest of many political leaders in Europe to give the United Kingdom a very rough ride. Put it more bluntly, the political elites on the southern side of the English channel will have to consider that the perfidious Albion must feel the pain for this decision. And it is not about hard feelings: it is about rational political choices. In fact, British political leaders who say they will keep the London in the single market are missing a crucial point: it is just like as if I stop paying the fees for my tennis club, but keep getting in and out for free. Out means out. This is the terrible responsibility of European leaders who have an interest in containing populist movements in their countries: they are obliged to make sure that for the British the process of leaving is painful. Because if it is not, it will make it even the more tempting for populist movements in Italy, France, Hungary, and the rest of Europe to loosen their ties with the European Union. If leaving costs you nothing, then why not to try? Or, as a French diplomat explained last week, ‘If we say you are outside the EU but can keep all of the advantages, access to the single market without any solidarity, it’s a terrible message for the rest of the EU‘. This is the cruel reason why the Brexit vote forces the rest of Europe to close ranks and hit the British as hard as possible. The alternative is disintegration. After all, no tennis would could survive if members could stop paying the fees but continued to benefit from all the advantages coming with it.

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Un nobile fine

Questo sarà un post molto personale, quindi scritto di getto e senza revisioni.

Ho ragionato sulla misura del mio coinvolgimento in questo referendum. Inizialmente avevo pensato, riflettendo su quel che succede con i commenti relativi alla politica italiana, che forse dovrei lasciare la parola ai cittadini britannici: è sempre fastidioso leggere articoli superficiali scritti da commentatori stranieri. Ma questa è un situazione diversa: il ruolo del Regno Unito nell’Unione Europea costituisce buona parte di quello che ho studiato, dei miei viaggi, del mio lavoro. Spero di riuscire a non essere superficiale.

Sono rimasto silenzioso durante la campagna referendaria, perché disgustato dal livello del dibattito – il personalismo, le menzogne, la falsificazione dei dati, la bassezza, la grossolana rappresentazione degli immigrati. Sono convinto che, al di là del risultato, il tono usato lascerà una scia tossica. Ma sono rimasto silenzioso anche perché, in fondo, ero convinto che alla fine avrebbe prevalso il fronte del Remain. Credo sia ragionevole dire che per i britannici l’uscita dall’Unione Europea è l’equivalente di un suicidio collettivo – economicamente, socialmente, culturalmente. Quindi me ne sono stato zitto. Poi però questa mattina al risveglio ho provato nuovamente quelle sensazioni violente che avevo sperimentato quando ero ancora un ragazzino e piangevo nella mia camera per l’elezione di Silvio Berlusconi. Oggi non ho pianto, ma ho avuto paura: è andata alla gola, e da lì allo stomaco. E allora ne scrivo.

La paura è venuta pensando a temi generali, non personali. Quelli personali sono pure bruttini e li voglio elencare per darvi un’idea di quanto questo referendum ci riguarda personalmente. Primo, l’andamento della borsa: solo nella giornata di oggi i miei risparmi  hanno perso circa il 10% e sono preparato a ulteriori perdite nei giorni a venire. Poi ho pensato a tutte le prospettive di lavoro futuro rese molto più incerte: dall’idea di un post-doc in Gran Bretagna a tutti i progetti di ricerca finanziati dal governo inglese. Infine ho pensato al mio articolo sulla storia dell’integrazione europea che avevo faticosamente preparato negli ultimi quattro mesi ed era finalmente pronto: ora toccherà riscriverlo. Bene. Queste sono cose personali. Mi infastidiscono.

La cosa spaventosa, però, è che da oggi è realistico pensare che qualcuno possa portarmi sottrarmi dei diritti cui ho sempre goduto. Con l’uscita dall’Unione, i miei coetanei nel Regno Unito potrebbero perdere l’erasmus, la libera circolazione, il diritto all’assistenza sanitaria in un altro Paese europeo. E’ terribile pensare che questo possa accadere da un giorno all’altro, anche quando la maggior parte dei giovani votano contro. La questione è stata sintetizzata piuttosto bene dal Financial Times: ‘La generazione più giovane ha perso il diritto di vivere e lavorare in altri 27 paesi. Non conosceremo mai la piena portata della perdita di opportunità, le amicizie, matrimoni e esperienze che verranno negate. La libertà di circolazione è stata portata via dai nostri genitori, zii e nonni in un ulteriore colpo a una generazione che è stata già affogando nei debiti dei suoi predecessori‘.

L’altra cosa spaventosa è che questo referendum è parte di un fenomeno più ampio, la cui portata ho forse sottovalutato troppo a lungo. La generazione del dopo-guerra ha prosperato grazie all’idea della moltiplicazione: la mia condizione socio-economica migliora assieme a quella del mio vicino. Questa è l’idea sulla base della quale è stata costruita l’Unione Europea, che con tutti i suoi difetti ha interrotto millenni di conflitti, ha portato ricchezza e mobilità. Io grazie a quest’istituzione ancora molto giovane – più giovane dei miei nonni, per dire –  ho ricevuto un’educazione internazionale, ho studiato e lavorato in altri Paesi, ho intrattenuto relazioni con persone che venivano da luoghi che quegli stessi miei nonni, fino a sessant’anni fa, non avrebbero potuto nemmeno immaginarsi di visitare. Quel che succede oggi è che ci sono partiti politici che tornano a flirtare con l’idea che la nostra ricchezza personale può accrescere solo a danno di quella dei nostri vicini. E’ l’idea -vecchia- di chiuderci all’immigrazione e affidarci esclusivamente allo Stato-nazione. Ci sono tanti politici, negli Stati Uniti, in Francia, in Italia, che cavalcano queste idee e da qui a un anno potrebbero essere al potere. E’ una prospettiva mostruosa: pensateci bene.

Noi, le persone che hanno a cuore questi argomenti perché abbiamo avuto il privilegio di viaggiare, studiare, e prosperare, nel vero senso della parola, dovremo aumentare il nostro impegno. Non lasciamoci scoraggiare e usciamo dalla bassezza dei toni usati fino a qui. Leggiamo, studiamo, parliamoci, proviamo a riflettere sul tipo di società dove vorremmo vivere. Sforziamoci di convincere chi conosciamo dei meriti di una politica ottimistica, informata, aperta al mondo. Quello in cui crediamo è nobile, più nobile di chi mette le idee a servizio delle proprie ambizioni e piccoli rancori.

A questo riguardo leggo commenti sciocchi su Facebook da parte dei miei amici: come se chi ha votato Leave fosse una massa di cialtroni ignoranti. Io pure credo che la scelta di lasciare l’Unione Europea sia completamente irrazionale; ma va rispettata e magari compresa. Lo scrivevo un mese fa e lo ripeto ora: trattare in maniera sprezzante le idee politiche diverse dalle nostre è pericoloso, oltre che sbagliato. Mi insegna Old Tom che credere nella democrazia non richiede di andare d’accordo con la gente; richiede, invece, di rispettare il diritto di ognuno di scegliere – tra cui quello di scegliere il male sul bene. La democrazia non è perfetta, e neppure finge di esserlo. Eppure c’è molto di buono in un sistema in cui tutti, bene o male, hanno una voce in capitolo su questioni comuni e la cui legittimità si fonda sulla possibilità di esercitare tale diritto. Anche se di tanto in tanto spezza il cuore.

Brexit: a new beginning?

Non ho parole, quindi mi limito a condividere commenti intelligenti.

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Jean-Thomas. How did Churchill say again? If you cannot stand the heat, get out of the kitchen.

Marie. And here is what happens when mainstream parties structure their political project on populist narratives. Congratulations to the Tories for creating a monster they can no longer control.

Old Tom. Ti dico la verità: dipende. Dipende da che piega prende la cosa. E’ chiaro che se passa la linea Farage è la fine. O la linea May, che è molto più insidiosa. E’ abbastanza chiaro che i Brexiter hanno almeno due visioni incompatibili. Da un lato c’è un nazionalismo little englander tendenzialmente protezionista e populista, molto anti-establishment e anti-londinese. Dall’altro c’è l’idea di trasformare UK in una specie di Singapore. O una super-Svizzera. Queste visioni NON sono conciliabili e fanno riferimento a costituency del tutto diverse. Per come la vedo io Farage è da un lato dello spettro, Johnson dall’altro. Osborne ora si ricollocherà con Johnson.

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Cristiano. Sinceramente sono contento che il Regno Unito sia uscito dalla UE. In primo luogo perche’ non e’ possibile che esista un paese che vuole stare dentro la UE e allo stesso tempo continua a pretendere concessioni. E in secondo luogo perche’ finalmente sara’ possibile vedere le conseguenze dell’uscita di un paese dal sistema comunitario: se affonda, smetteremo di ascoltare lo stronzo di turno che ci spiega come si stava meglio quando si viveva con una moneta che non valeva nulla; se rinasce, allora sara’ la dimostrazione che la comunita’ europea e’ ormai un grande sistema burocratico che deve essere riformato.

 

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