Era uno sport dignitoso

by Lorenzo Piccoli


Quand’ero bambino il calcio occupava una parte significativa della mia vita. Mi riferisco al calcio passivo, più che a quello attivo: conoscevo a memoria i nomi di tutti i giocatori di serie A, compresi quelli dei bidoni aquistati a inizio stagione che poi non avrebbero giocato neppure una partita. Perfino il loro allenatore, a un certo punto, si dimenticava di loro. Io no, io mi ricordavo di Winstone Bogarde fino alla fine.

Tuttavia, per una scelta precisa dei miei genitori (che allora maledissi come la più grande ingiustizia nella storia dell’umanità, mentre oggi rivendico come splendida decisione educativa) non avevamo la televisione a casa. La Champions (che allora si chiamava Coppa dei Campioni) non mi interessava più di tanto. Ma il campionato, quello sì che lo volevo seguire: se Winstone Bogarde scendeva in campo io dovevo essere il primo a saperlo. E così, dopo accese trattative giungemmo ad un accordo tanto dettagliato quanto il Patto di Versailles. I miei genitori avevano diritto a portarmi in montagna sia il sabato che la domenica. Il sabato mi sarei perso l’anticipo (tutto sommato sacrificabile: di solito giocavano le squadrette come il Piacenza o la Cremonese), a meno che non giocasse il Milan di cui ero, allora, convinto sostenitore. La domenica saremmo andati in gita, ma alle 15 in punto dovevamo essere nella macchina di papà, dove io potevo ascoltare Tutto il Calcio Minuto per Minuto.

Tutto il Calcio Minuto per Minuto é una trasmissione telefonica che non si limita a raccontare, ma bensì narra le partite della domenica attraverso le voci di Alfredo Provenziali (“linea a Provenzali dallo studio di Saxa Rubra”), Emanuele Dotto (sempre “al Marassi di Genova”), Ezio Luzzi (“per un veloce aggiornamento dai campi della B”), Livio Forma (“Per coloro i quali si ponessero solo ora di fronte ai diffusori…)” e tanti altri, impressi nella mia mente ad imperitura memoria: Repice, Corsini, e poi Raffa che non é mai stato Raffa ma sempre e solo Toninoraffa tutto assieme.

Questi personaggi della mia infanzia io me li immagino sempre in cravatta e con gli occhiali. Le loro cronache erano pulite, eleganti, composite. Mai una metafora fuori posto, mai un climax eccessivo, mai un soprannome inventato, mai un inglesismo. Insomma, tutto il contrario dei commentatori televisivi, ignoranti, gossippari e sguaiati. Igienisti della parola, Dotto e Repice trasmettevano le loro emozioni con raffinata pacatezza tramite il linguaggio. Uno stile sempre misurato, il loro: mai un urlo, ma uno strepito: le azioni piu rocambolesche venivano descritte tramite un fremito nella voce, il ritmo più concitato, un uso ancora più ardito delle locuzioni.

Era poesia. Il calcio della domenica, nelle loro voci, assumeva una dimensione sacrale, fatto di orgoglio e cavalleria. Dal momento in cui le squadre varcavano la galleria degli spogliatoi per entrare sul terreno di giuoco, era tutto un rituale. Le parole venivano scelte con la massima cura e scandite con rispetto. Si cominciava dalla descrizione delle condizioni atmosferiche ed ambientali (perché una giornata di campionato può essere ‘soleggiata, ma nervosa’; oppure ‘velata ed incerta’; o ancora ‘nevosa, perciò colma di speranze’) per arrivare agli spalti, talvolta ‘ricolmi’, raramente ‘spogli’, spesso ‘gremiti’.

In queste narrazioni, ogni luogo e personaggio assumeva la sua forma. L’attaccante non era mai attaccante, ma centravanti; il guardalinee era l’assistente di linea, mentre l’arbitro era il direttore di giuoco. All’interno degli stadi, rumorose cattedrali dello sport, il campo era diviso in vari sotto-luoghi per raccontare con precisione lo svolgersi delle azioni. Vi erano, quindi, ‘la linea mediana del campo’, ‘il cerchio di centrocampo’, ‘la trequarti di guoco’, ‘l’area di rigore’ (a sua volta suddivisa ne: ‘la lunetta dell’area di rigore’, ‘il dischetto dell’area di rigore’, ‘l’area piccola’), ‘la mezzaluna del calcio d’angolo’. Vi erano, poi, alcune aree più misteriose, quasi mitologiche, che venivano usate solo nei momenti di massima concitazione: ad esempio, ‘la linea del subbuteo’, ‘la continuazione lunga dell’area rigore’, ‘la linea corta della trequarti di destra’. I giocatori, protagonisti eterni e sempre dignitosi (anche quando mandavano affanculo l’arbitro, in realtà stavano discutendo animatamente con il direttore di giuoco) si muovevano sempre ‘all’altezza’, ‘a ridosso’, o ‘nei pressi’ di queste zone di conquista. La mia fantasia correva a briglie sciolte.

Tutto il Calcio Minuto per Minuto mi ha, soprattutto, insegnato l’italiano. Ascoltando questa trasmissione, ho imparato parole nuove come ‘il parapiglia’ (generale), ‘la palombella’ (del pallone, anzi, della sfera), ‘il fraseggio’ (mai lungo, sempre stretto; alle volte anche veloce), ‘la morsa’ (avversaria); ‘lo sforzo’ (spesso encomiabile); ‘la sgroppata’ (lunga e, alle volte, a larghe falcate). I verbi piu frequentemente usate dai commentatori erano: ‘tergiversare’ (con il pallone), ‘imbastire’ (un’azione d’attacco), ‘imbeccare’ (dalla trequarti) e ‘rimbeccare’ (il centravanti per l’opportunità mancata), ‘capitolare’ (sotto i colpi avversari), ‘rabbonire’ (la tifoseria ospite), ‘ragguagliare’ (sulle novità di giuoco). Tutte le azioni erano rese ancora piu dinamiche dalla strutturazione del periodo: l’allenatore non richiama mai i proprio giocatori, ma ‘va a richiamarli con piglio deciso’; l’attaccante non batte il calcio d’angolo, ma ‘si dirige lentamente verso la bandierina del corner’; il difensore infortunato non esce dal campo, ma ‘raggiunge claudicante i propri compagni in panchina’. Le azioni piu belle non sono belle, ma ‘maestose’, ‘tambureggianti’, ‘pirotecniche’, addirittura ‘roboanti’.

Non è una sorpresa che Tutto il Calcio Minuto per Minuto sia stato descritto da una delle sue voci (Alfredo Provenzali) come “La trasmissione radiofonica che nel mare procelloso dei diritti ha saputo tenere alta e tesa la bandiera dei doveri”. Ora che mi sono ridotto a leggere gli aggiornamenti sul sito della Gazzetta, il mio lessico si è immensamente impoverito. E come avrebbe detto Sandro Ciotti, se il mio italiano va inaridendosi, il biasimo non lo si scarichi sulla sorte avversa, ma sul giocatore maldestro e disgraziato nelle sue scelte sottoporta.

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