Un Paese risk-averse

by Lorenzo Piccoli


Vale davvero la pena di leggere l’articolo di Ivan Scalfarotto sul Post di oggi.

Aver preso il 40% dei voti dell’intera coalizione di centrosinistra senza poter contare su nuovi elettori al ballottaggio, senza aver avuto che uno sparutissimo gruppo di dirigenti e parlamentari ad appoggiarti e avendo contro tutti gli altri 4 i candidati al primo turno è un risultato che ha del miracoloso, ma non basta. Matteo ieri sera ha detto “ho perso” ed è stata la prima volta a mia memoria che ho sentito un politico italiano ammettere la sconfitta, dato che da noi c’è sempre il dato in crescita rispetto alle precedenti regionali, quelle dove eravamo apparentati con la lista “semi di girasole”.

È stato nobile da parte di Matteo dire che in caso di vittoria si è un “noi” ma in caso di sconfitta è solo lui che perde, ma non è vero. Non solo perché abbiamo certamente perso insieme ma sopratutto perché c’è una parte vittoriosa di questo risultato che si deve solo a Matteo, personalmente: la sua campagna ha cambiato il centrosinistra e forse anche la politica italiana, probabilmente per sempre, e questo lo si deve soltanto al suo coraggio. Io voglio ringraziarlo per questo, perché c’è voluto davvero del coraggio per sfidare a mani nude non soltanto un establishment potente, ma anche antichi vizi della nostra mentalità.

C’è voluto coraggio a candidarsi e a lanciare la sfida ma c’è voluto del coraggio anche a dire che è meglio perdere le primarie al sud, se vincerle non significa contemporaneamente uscire da una mentalità assistenzialista. Molti hanno criticato il suo apparire guascone e non so quante volte mi sono sentito dire, anche da eminenti personalità, che non avrebbero votato Renzi perché “non li ispirava” o “non li convinceva sino in fondo” (motivazioni eminentemente politiche, come si vede) ma il coraggio è una qualità fondante della leadership, ed è una dote praticamente introvabile sul mercato politico italiano. Del resto, come sappiamo da scuola, il coraggio “chi non ce l’ha, non se lo può dare”. E almeno Renzi, grazie al cielo, ne ha.

L’Italia si conferma un posto dove culturalmente l’esperienza fa premio sul talento, e dove il motto nazionale rimane quello per cui non conviene mai lasciare le certezze della via vecchia per le incertezze connesse a quella nuova. Siamo fondamentalmente un paese “risk adverse” e il voto di ieri ne rappresenta la conferma più recente, non necessariamente la più eclatante. Per un ammiratore delle democrazie anglosassoni come me, è stata un’ottima novità aver visto due linee politiche – e non due agglomerati correntizi – contrapporsi e sfidarsi davanti al Paese. Una ha vinto, l’altra ha perso.

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