Chicago sucks

by Lorenzo Piccoli


[Giuseppe Sciortino, Corriere di Bologna, 23 febbraio 2013]

Sino a qualche giorno fa provavo una discreta antipatia per Oscar Giannino. Nulla di personale. Non apprezzavo i suoi esecrabili panciotti. Il mio organismo non si era ancora ripreso dalle conseguenze dalla lettura, su Vanity Fair, dell’intervista alla consorte, ove essa si spingeva lì dove persino gli angeli temono di posare il piede: raccontava al lettore come Giannino sia uso chiamarla «topolì» mentre lei lo vezzeggia con uno squillante «topolù». A rendermelo antipatico era piuttosto il  sistematico elogio e coinvolgimento dell’infernale genia degli economisti italici trapiantati negli Stati Uniti. Nel variegato mondo degli accademici transnazionali, questa tribù è infatti l’unica che riesca a realizzare il miracolo di esportare i cervelli  lasciando al tempo stesso in patria la loro presunzione e boria.

Da quando tutto è crollato intorno a lui, provo invece una grande simpatia umana per il suo personaggio. Ci vorrebbe infatti un aedo greco per cantare un uomo così improvvisamente colpito, sulla soglia stessa del successo, da coloro che aveva contribuito così tanto a divinizzare. Leggendo, piuttosto avidamente lo ammetto, le notizie di stampa, ho avuto la spiacevole sensazione di aver mancato di carità. Giannino non era colluso con gli economisti-on-the-rocks, ne era innamorato. In modo profondo, atroce, struggente (ed evidentemente non ricambiato). Cosa, se non l’innamoramento, può spiegare perché un uomo intelligente, vivace, che si trova nella rara condizione di godere di un successo ampiamente meritato, senta il bisogno di attribuirsi svariate lauree e master a Chicago? Cosa, se non per il bruciante desiderio di essere come «loro»? Di potersi sentire, almeno nella finzione pubblica, alla «loro» altezza?

Leggi il resto sul blog di Claudio Giunta (la sentenza finale racchiude la morale della favola, o della tragedia greca).

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