Jorge Luis Borges: etimologie per una notte da incubo

by Lorenzo Piccoli


Anna Piccoli, articolo scritto per l’Universo

Sette è il numero delle conferenze tenute da Borges a Buenos Aires nel 1977, successivamente trascritte nell’opera Siete noches. Ogni «notte» l’autore tratta un diverso argomento, vasto e complesso, partendo da esperienze personali che rendono ciascun soggetto più vicino al pubblico. A unire i vari temi e legare il lettore/ascoltatore un filo di Arianna, che va seguito per trovare l’uscita dal labirinto di etimologie, musicalità di versi poetici, traduzioni in lingue straniere, riferimenti ad altri testi, ad altre epoche, persone, realtà. Mano a mano che passa il tempo e scorrono le righe, il lettore/ascoltatore avanza nella sala conferenze, fino a prendere posto e trovarselo di fronte: Borges gli parla direttamente, racconta, insegna, dialoga con lui. Le sue parole trasportano in un viaggio di sogno tra la poesia, il buddismo, la cabala e la cecità. Ed ecco che, la seconda «notte», quel viaggio di sogno si muta in incubo. Non in un brutto sogno, no: in un incubo affascinante, quello etimologicamente spiegato dall’intellettuale argentino, che attraversa tempo, spazio e autori illustri con una rapidità propria solo dell’immaginazione.

Di colpo ci si trova a Roma: qui Incubus è il nome della divinità che ispira sogni angosciosi. Si tratta di un demone che, calata l’oscurità, si pone sopra l’inconsapevole dormiente, opprimendolo. Tale è, infatti, l’etimo: in-cubo, “giaccio sopra”. Lo stesso vale in Grecia, dove ephialtes, “incubo” appunto, deriva da ephallomai, ossia “salto sopra”. La vittima? Ancora una volta il dormiente, schiacciato da un peso che gli provoca visioni negative. È un’idea, questa, che attraversa secoli e culture. Una traccia rimane nel tedesco Alp (“incubo”, ma anche “elfo”), Alptraum e Alpdruck (letteralmente “sogno dell’elfo” e “pressione dell’elfo”); un’altra nella lingua spagnola, dove pesadilla, termine che dipende da pesar, indica qualcosa che esercita una pressione su di noi; ma non bisogna preoccuparsi: pesadilla è un diminutivo, è qualcosa di piccolo, che dura poco.

Effettivamente, mangiare qualcosa di poco digeribile, qualcosa che resta sullo stomaco, provoca facilmente brutti sogni, proprio come fa Incubus ben accomodato sul ventre di chi si è abbandonato al sonno.
Tale è la rappresentazione che dà Füssli nel suo celebre olio: una giovane donna distesa, il capo reclinato sul bordo del letto, il braccio abbandonato e una strana creatura, orrida, accovacciata sul suo grembo. Nel dipinto appare anche un’altra figura inquietante, un cavallo dagli occhi vitrei, la cui testa, spettrale, spunta dall’ombra della cortina. Che sia forse un rimando alla «yegua de la noche» (Borges), la giumenta che, secondo le leggende, di notte portava in groppa il demone malefico? Ne resta un ricordo nel francese cauchemar (e, guarda caso, cauchier, in piccardo, significa, ancora una volta, “premere”), nel tedesco Nachtmar e nell’inglese nightmare, dove mare o meare sarebbe proprio “cavalla”. Così la intendono Shakespeare in alcuni suoi versi e Hugo parlando del «cheval noir de la nuit». L’etimologia è però incerta e mare potrebbe avere il valore di fantasma, come nella mitologia nordica, o quello di morte, se si considera il lessema latente indoeuropeo mer.

Che sia il fastidioso peso di un elfo demonico, l’angoscia provocata da un fantasma evanescente o l’atterrimento dovuto a un’oscurità pesta dal sentore di morte, l’incubo è ovunque malessere fisico o orrore apportato da un elemento soprannaturale che, turbando, disturba il sonno. Forse, afferma Borges, durante gli incubi siamo davvero all’inferno. Eppure, sia nell’incoscienza del sonno che nella consapevolezza del risveglio, l’incubo, come il sogno, lascia un’impressione forte: è vivida affabulazione e intricata interpretazione. Perciò, conclude Borges, lo si può considerare la più antica e diffusa di tutte le attività estetiche.

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