Lorenzo & his humble friends

The fool doth think he is wise, but the wise man knows himself to be a fool

And goodbye

This has been an incredibly busy week and a very good one for several reasons. I spent some quality time with some old friends. I drank B52 – and much more – I worked well, I got some positive news, I arranged a couple of flights, I spent time with Stefania and I even managed to go ski mountaineering one last time.

This will, however, be remembered as the week of my friends Matteo and Simona, Fabio, Alvise, Valentina, Giulia, Mindo, Manuel, and Serena. Congratulations to you all. You gave me a hard time as your different accomplishments came altogether, but it was really good to spend time with you. It was not enough, but still better than nothing.

Sveglia! Il sonno (della ragione) genera mostri

Anna Piccoli, articolo scritto per l’Universo

Ci aveva avvertiti già nel 1797 Francisco Goya (1746-1828) che «Il sonno della ragione genera mostri». Così recita la didascalia del frontespizio della serie di 80 grabados, ossia incisioni ad acquaforte e acquatinta, intitolata “Capricci” e pubblicata nel 1799. Si tratta di opere prive di commissione, frutto del genio e delle ossessioni dell’artista, che, accantonando la solarità dei giovanili cartoni per arazzi, affianca alla ritrattistica la satira sferzante contro pregiudizi, vizi e miserie umane. Alla delicatezza del pennello si sostituiscono la forza dell’incisione, la corrosione del mordente, il contrasto netto del chiaroscuro per raffigurare senza pietà soggetti allegorici e grotteschi. All’ottimismo subentra il pessimismo, legato alla sordità di Goya, ma anche ai sanguinosi eventi storici e politici di Spagna. Dal 1792 il tratto dell’artista si fa cupo e manifesta la paura di non poter squarciare il velo di oscurità che obnubila la mente, annienta la ragione e rende bestia l’uomo. La cultura illuminista vacilla sotto le esplosioni della guerra e i colpi della rivoluzione, incapace di fronteggiare il flusso irrazionale degli eventi; il realismo di Goya cede il passo a un proto-romanticismo inquieto e alla deformazione esasperata, modernamente espressionistica delle figure; non è dipinta la luce della ragione, ma il nero dell’incubo, del delirio, dell’orrore, la tenebra da cui è avvolto chi è incapace di riflettere e discernere.

Le sferzate del pittore spagnolo sono indirizzate principalmente contro i rapporti privati, la politica e le credenze popolari. Sono rappresentate situazioni emblematiche, meschinità a cui siamo ancora piuttosto accostumati: vanità, lascivia, matrimoni di interesse, tradimento, maleducazione, criminalità, prostituzione, servilismo, ipocrisia, abusi, corruzione, asineria, magia nera, oscurantismo religioso e chi più ne ha, più ne metta.

Nessuno sfugge alla critica morale incalzante di Goya: ne sono protagonisti gli appartenenti di tutte le classi sociali, popolo e aristocrazia, governanti ed ecclesiastici, volti sconosciuti e volti noti di individui coevi al pittore, spesso presentati come scimmie e ciuchi che fanno da maestri ad altri somari. Per ogni incisione una didascalia salace, un commento caustico, che, mentre strappa un sorriso, zittisce. Sono raffigurazioni caricaturali, scandalose, irriverenti e persino blasfeme, da cui, però, è facile sentirsi chiamati in causa e che mantengono, anche a distanza di secoli, una strabiliante attualità.

Sul frontespizio un uomo, forse lo stesso Goya, siede a una scrivania, il capo nascosto tra braccia. Dorme, ma con la sua posizione sembra voler difendere il volto dallo sciame sinistro di uccelli notturni, diabolici pipistrelli e felini che si delinea alle sue spalle e che altro non è se non il prodotto del suo subconscio, del sonno della sua ragione. Va ricordato che il gufo è simbolo di follia, il pipistrello rappresenta l’ignoranza e il gatto è animale comunemente associato alla stregoneria. Forse quest’immagine doveva suggerire che la fantasia, privata della ragione, produce visioni mostruose, mentre accompagnata dall’intelletto origina arti meravigliose. Se consideriamo però tutti i “Capricci” e altre – terribili – serie di Goya di poco successive (“Disastri della guerra”, “Proverbi”, “Follie”, “Pitture nere”), possiamo pensare che l’artista volesse in realtà esprimere un monito ideologico: se gli uomini non si affidano alla ragione, tutto diviene visione irrazionale, allucinazione, insensatezza che si tramuta in tremenda degradazione. Violenza e crudeltà sono i frutti della superstizione e dell’ignoranza che l’Illuminismo desiderava combattere.

Goya ci aveva avvertito con un’insistenza inusitata, ma non è bastato: il sonno della ragione è un male anche delle civiltà moderne. Non è raro constatare la presenza di cervelli addormentati o, meglio, le dilaganti manifestazioni di una razionalità non tanto assente, quanto perversa: oltre a stravaganze e falli comuni a ogni società, vediamo le grida selvagge di chi non sa usare altro mezzo per esprimersi, assistiamo a stupri, guerre, omicidi, crisi valoriali, una politica degenere, una finanza in precario equilibrio, sempre sul punto di impazzire, persino le curve e i volti perfetti di bellissimi “mostri” in silicone assumono un alcunché di inquietante.

Nessun facile moralismo, solo un invito a riscuotere le coscienze appisolate. Per l’umanità infatti non ci sono secoli di veglia e secoli di sonno: ogni epoca porta con sé i figli del risveglio (come Goya) e i frutti di un duplice sonno della ragione, quello di chi produce gli incubi e quello di chi li accetta senza rigettarli. Perché non provare a schierarsi tra i desti?