Sveglia! Il sonno (della ragione) genera mostri

by Lorenzo Piccoli


Anna Piccoli, articolo scritto per l’Universo

Ci aveva avvertiti già nel 1797 Francisco Goya (1746-1828) che «Il sonno della ragione genera mostri». Così recita la didascalia del frontespizio della serie di 80 grabados, ossia incisioni ad acquaforte e acquatinta, intitolata “Capricci” e pubblicata nel 1799. Si tratta di opere prive di commissione, frutto del genio e delle ossessioni dell’artista, che, accantonando la solarità dei giovanili cartoni per arazzi, affianca alla ritrattistica la satira sferzante contro pregiudizi, vizi e miserie umane. Alla delicatezza del pennello si sostituiscono la forza dell’incisione, la corrosione del mordente, il contrasto netto del chiaroscuro per raffigurare senza pietà soggetti allegorici e grotteschi. All’ottimismo subentra il pessimismo, legato alla sordità di Goya, ma anche ai sanguinosi eventi storici e politici di Spagna. Dal 1792 il tratto dell’artista si fa cupo e manifesta la paura di non poter squarciare il velo di oscurità che obnubila la mente, annienta la ragione e rende bestia l’uomo. La cultura illuminista vacilla sotto le esplosioni della guerra e i colpi della rivoluzione, incapace di fronteggiare il flusso irrazionale degli eventi; il realismo di Goya cede il passo a un proto-romanticismo inquieto e alla deformazione esasperata, modernamente espressionistica delle figure; non è dipinta la luce della ragione, ma il nero dell’incubo, del delirio, dell’orrore, la tenebra da cui è avvolto chi è incapace di riflettere e discernere.

Le sferzate del pittore spagnolo sono indirizzate principalmente contro i rapporti privati, la politica e le credenze popolari. Sono rappresentate situazioni emblematiche, meschinità a cui siamo ancora piuttosto accostumati: vanità, lascivia, matrimoni di interesse, tradimento, maleducazione, criminalità, prostituzione, servilismo, ipocrisia, abusi, corruzione, asineria, magia nera, oscurantismo religioso e chi più ne ha, più ne metta.

Nessuno sfugge alla critica morale incalzante di Goya: ne sono protagonisti gli appartenenti di tutte le classi sociali, popolo e aristocrazia, governanti ed ecclesiastici, volti sconosciuti e volti noti di individui coevi al pittore, spesso presentati come scimmie e ciuchi che fanno da maestri ad altri somari. Per ogni incisione una didascalia salace, un commento caustico, che, mentre strappa un sorriso, zittisce. Sono raffigurazioni caricaturali, scandalose, irriverenti e persino blasfeme, da cui, però, è facile sentirsi chiamati in causa e che mantengono, anche a distanza di secoli, una strabiliante attualità.

Sul frontespizio un uomo, forse lo stesso Goya, siede a una scrivania, il capo nascosto tra braccia. Dorme, ma con la sua posizione sembra voler difendere il volto dallo sciame sinistro di uccelli notturni, diabolici pipistrelli e felini che si delinea alle sue spalle e che altro non è se non il prodotto del suo subconscio, del sonno della sua ragione. Va ricordato che il gufo è simbolo di follia, il pipistrello rappresenta l’ignoranza e il gatto è animale comunemente associato alla stregoneria. Forse quest’immagine doveva suggerire che la fantasia, privata della ragione, produce visioni mostruose, mentre accompagnata dall’intelletto origina arti meravigliose. Se consideriamo però tutti i “Capricci” e altre – terribili – serie di Goya di poco successive (“Disastri della guerra”, “Proverbi”, “Follie”, “Pitture nere”), possiamo pensare che l’artista volesse in realtà esprimere un monito ideologico: se gli uomini non si affidano alla ragione, tutto diviene visione irrazionale, allucinazione, insensatezza che si tramuta in tremenda degradazione. Violenza e crudeltà sono i frutti della superstizione e dell’ignoranza che l’Illuminismo desiderava combattere.

Goya ci aveva avvertito con un’insistenza inusitata, ma non è bastato: il sonno della ragione è un male anche delle civiltà moderne. Non è raro constatare la presenza di cervelli addormentati o, meglio, le dilaganti manifestazioni di una razionalità non tanto assente, quanto perversa: oltre a stravaganze e falli comuni a ogni società, vediamo le grida selvagge di chi non sa usare altro mezzo per esprimersi, assistiamo a stupri, guerre, omicidi, crisi valoriali, una politica degenere, una finanza in precario equilibrio, sempre sul punto di impazzire, persino le curve e i volti perfetti di bellissimi “mostri” in silicone assumono un alcunché di inquietante.

Nessun facile moralismo, solo un invito a riscuotere le coscienze appisolate. Per l’umanità infatti non ci sono secoli di veglia e secoli di sonno: ogni epoca porta con sé i figli del risveglio (come Goya) e i frutti di un duplice sonno della ragione, quello di chi produce gli incubi e quello di chi li accetta senza rigettarli. Perché non provare a schierarsi tra i desti?