Lorenzo & his humble friends

The fool doth think he is wise, but the wise man knows himself to be a fool

Felix Helvetia!

Michael Wohlgemuth and Lars FeldFrankfurter have written a splendid piece for the Allgemeine Zeithung, which has been translated and published on PressEurop. The article starts from the simple observation that political representation and responsiveness is a matter of the structure that binds citizens and policy-makers. In a democracy, politicians ought to act on behalf of the people, and theoretically, the citizen is the true ruler. In practice, however, this is rarely the case.

Switzerland is one remarkable exception. Obviously there are many problems with Swiss democracy too. There is one thing, however, that works very well: referendums. Nowhere is direct democracy as pronounced as it is in Switzerland. Swiss law says that any issue can be put to a referendum if it attains 100,000 signatures to do so. The rules further state that for a measure to be nationally adopted into the constitution it has to get a majority of both votes and the number cantons that support the issue. Referendums are extremely common in Switzerland. Only in 2012, there have been 12. The results are rather clear and robust: when the citizens have a direct voice in how their own money is spent, regional authorities spend less on government. Political decisions can also be both prompted and revoked through citizens’ initiatives, if the citizens so desire. And any transfer of sovereignty to a higher level must be confirmed directly by the people. The question is: can direct democratic procedures like referenda and popular initiatives be recommended for other European countries, not least when it comes to European policy issues?

The answer is: not exactly. An EU-wide referendum on the introduction of eurobonds, the expansion of the bailout funds or further tax harmonisation would not contribute towards overcoming the “democratic deficit” in the EU. For one thing, democracy requires a demos, a European people that can create and express a European “solidarity” and a European public opinion. This is not on the horizon for the moment. The European democratic deficit starts at the level of the member states. This is where direct democracy has an important role. The right thing to do would be to apply direct democracy as it is traditionally and successfully practised in Switzerland: the citizens must be able to decide at a local level what is to be done with their own money.

Alla febbre non si comanda

Ai consigli cinematografici Luca ha preferito una riflessione di più ampio respiro che coinvolge anche libri, musica e – necessariamente – sociologia. Non è nemmeno un contributo tanto breve, a ben pensarci. Insomma, una cosa completamente diversa da quella che gli avevo richiesto. Ma molto bella.

A proposito di Berlin Calling ci sarebbe molto da dire, ma mi limito a osservare che è il veicolo attraverso il quale Kalkbrenner ha ucciso la musica techno. Il film è mediocre, Sky and Sand, la sua strafamosa canzone, è molto orecchiabile. Il fatto è che lo è troppo. È come le canzoni di chiesa, le cui melodie in qualche modo conquistano, ma che musicalmente non sono proprio originali. E così secondo me Kalkbrenner con quel film ha dato una botta definitiva alla techno, uccidendola. La techno, a chi interessasse, deve la sua fortuna alla sua inascoltabilità a 130 battiti al minuto, e tutto a un tratto è diventata ascoltabile. Ora invece 120 battiti, coretti emozionanti, inni all’amore,  una differenza enorme. Niente più pastiglie, la si balla comunque. Un bene, uno dice. Forse si, però assieme a lei se n’è andato un grumo di persone che passava il week end con le facoltà mentali completamente inibite. Seriamente inibite, no squallida cocaina, che è scandalosa solo perché è una specie di doping, ovvero aumenta le proprie prestazioni, ma Lsd e pastiglie, mondi paralleli che richiedono dedizione, totale dedizione, ovvero abbandono di tutto ciò che è loro estraneo. Insomma, un insieme di falliti, gente sofferente e incompresa, che viveva le sue soddisfazioni solo il fine settimana, è sparita. La techno è stata assimilata. Da genere sovversivo, ribelle e impraticabile, è diventata tech-house,  sottofondo musicale compatibile con chi il lunedì deve tornare a lavorare. Un bene e un male, dipende da dove si guarda la questione. Ciò che interessa a me, è che un genere è stato fagocitato e non ha lasciato traccia se non in qualche discotecaro reietto sulla trentina, che ancora bazzica stranito nelle discoteche in cui rimbomba musica pop camuffata da elettronica. Ma il vero nodo della questione è questo: non c’è un preciso legame tra la prima techno e 2001 – Odissea nello spazio, e la tech-house odierna e quel che si prova con in mano un i-phone? Per me la differenza sta qui: abbiamo preso confidenza con la tecnologia, e non ne abbiamo più paura. Se chiedessi ora qual è il primo aggettivo che viene in mente pensando alla tecnologia, sono certo che nessuno tirerebbe fuori parole come “cupa”, “spettrale”, “disumana”. Eppure le preoccupazioni di Kubrick (tra gli altri), non mi sembrano superate. Mi paiono solo dimenticate. (L.M.)