L’autonomia e l’arte del possibile

by Lorenzo Piccoli


L’autonomia é davvero un privilegio? O forse che essa incarna un’idea ed una visione politica?

In uno studio tecnico di grande chiarezza, Marco Cammelli suggerisce che l’autonomia é, o potrebbe essere, un efficace modello di governo se si riconoscesse l’esistenza delle regioni – di tutte le regioni in Italia – come organi istituzionali e non solo amministrativi. Per farlo, é necessario chiarire il ruolo, le funzioni e la natura delle regioni a statuto speciale, a partire da una comprensione “della piena autonomia regionale e locale … non come premessa obbligata o un esito necessario … ma come eventuale punto di arrivo di un processo di maturazione e consolidamento di classi dirigenti locali e di raggiungimento di requisiti e standard”. Questa visione dell’autonomia come espressione dell’arte del possibile ritorna nel recente articolo di Andrea Ciambra pubblicato su Politica Responsabile alla vigilia dell’incontro dal titolo “L’autonomia come risorsa di (multi)sistema: Trentino e Catalogna a confronto”, che si é tenuta sabato 1 giugno nel contesto del Festival dell’Economia. Andrea, che io ricordo frequentare alcuni corsi con me ai tempi in cui era un dottorando della Scuola di Studi Internazionali, scrive che in Italia manca una “concezione dell’autonomia come riconoscimento di un’identità stabile, di una maturazione politica e amministrativa per molti aspetti slegata dal governo centrale e caratterizzata piuttosto dalla presenza di un’agenda politica chiara e delle risorse (anche umane e sociali) sufficienti per realizzarla”. E ancora (mi scuserà Andrea se lo cito a spezzoni): “quel che dimostra il caso trentino è che l’autonomia può essere un premio, può essere uno stimolo, può essere uno standard elevato da mantenere con la creazione di una forte tradizione amministrativa e una cultura politica univoca basata sulla specialità e l’eccezionalità”.

E’ essenziale che l’autonomia sia intesa come riconoscimento di una capacità istituzionale e non più, come invece veniva fatto in passato, come strumento di difesa identitaria e culturale. Il buon governo, tuttavia, rischia di rimanere uno slogan fine a se stesso se non lo si traduce in un’agenda politica basata su alcune scelte precise. Questa può forse essere la lezione che giunge da altre autonomie europee: il governo della Catalogna – ma anche quelli di Scozia e Paesi Baschi, ad esempio – hanno scelto di investire nella ricerca universitaria attraendo studenti stranieri, hanno fatto investimenti importanti in ambito culturale, sportivo ed europeo, rafforzando il ruolo e le funzioni delle rispettive regioni nell’Unione europea e hanno scelto di incoraggiare l’immigrazione attraverso politiche inclusive, valorizzando alcuni elementi distintivi del territorio. Ovviamente, come dice Andrea, questi modelli sono difficilmente esportabili per via di diverse condizioni storiche, prima ancora che geografiche o demografiche; e tuttavia la comparazione serve a comprendere che il rafforzamento delle autonomie speciali deve necessariamente accompagnarsi a una fase di definizione di alcune, poche, chiare priorità strategiche. Questo é un passaggio essenziale in un periodo di aggiustamenti fiscali e tagli ai fondi pubblici, nel quale tutti i governi sono chiamati a non disperdere le risorse. Scegliere alcune priorità e rinunciare ad altre rappresenta il compito più difficile e al contempo più interessante del futuro che aspetta le autonomie speciali.

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