Dipartite, paure e riti apotropaici

by Lorenzo Piccoli


Se la morte non si può controllare, si può almeno provare a demonizzarla

Anna Piccoli, articolo scritto per l’Universo

È possibile individuare due atteggiamenti estremi nei confronti della morte: da un lato il naturale rifiuto psicologico del termine dell’esistenza, dall’altro l’anelito a quel momento che sembra recare sollievo rispetto alle sofferenze del mondo. Entro questi due estremi, migliaia di sfumature e posizioni intermedie: la rassegnazione, la speranza, la paura, il coraggio consapevole, la curiosità.
Per molti, tuttavia, morire significa vivere, aprire una nuova porta e iniziare un’altra vita, sia essa quella cristiana nel regno di Dio, quella reincarnata in corpo terrigno o quella socratica dell’anima filosofica, che, pura, ascende a un sopra-mondo meraviglioso. Persino il kamikaze riceve le chiavi del Paradiso, perché il suo sacrificio è accesso a una dimensione beata.
L’ideazione di mondi postmortali appare però come uno stratagemma funzionale a fuggire il pensiero dell’evento che più di ogni altra cosa intimorisce; sembra una distrazione e una consolazione. O piuttosto: un mito apotropaico. Tanto più che questi mondi sono costruiti in maniera speculare a quello terreno e sembrano costituirne una diretta prosecuzione, seppure più bella, una versione perfettita.

Paradossalmente, l’unico che non assiste alla propria fine ne è il protagonista. L’uomo non sa cosa lo aspetta; non sa se la morte comporta vantaggi, tormenti oppure semplicemente annichilisce, come suggeriva Leopardi nei “Prolegomeni alla Batracomiomachia” e nella nota operetta morale “Dialogo di Federico Ruysch e delle sue mummie”; se è un passaggio o un’estinzione e, se via di transito, qual è la meta; se ci sarà qualcosa ad aspettarci, se ci sarà qualcuno; se si resterà in contatto con la Terra e con chi vi abita oppure se non vi sarà più nessun legame, nessuna coscienza delle vicende che tanto ci hanno interessati mentre eravamo in vita. A queste domande non è ancora stata trovata una risposta oggettiva e forse non è neppure possibile trovarla. È anche per questo motivo che esistono altri tipi di soluzioni, variegate, interessanti, talvolta spiritose: offrono spiegazioni, spunti di riflessione o di appiglio, ma, soprattutto, dimostrano la necessità tutta umana di affrontare l’ignoto, esorcizzarlo e renderlo più familiare.

Qualcuno decide di avere un’anteprima e inscena le prove generali del proprio funerale. Un esempio noto agli amanti delle lettere classiche è Trimalchione, celebre personaggio del Satyricon di Petronio, eccessivo nei modi e goffamente teatrale; un altro, questa volta non letterario, è Hitchcock, geniale regista britannico: abituato a sorprendere nelle sue pellicole, non rinunciò al colpo di scena neppure nella vita reale, scegliendo di congedarsi dal suo pubblico con la propria cerimonia funebre, celebrata dieci giorni prima del suo decesso.
Una soluzione differente è quella trovata da Boccaccio che con le sue cento novelle offre svago e allegria rispetto alla tragica epidemia di peste del Trecento. Per chi le scrisse, per chi le lesse e per chi tuttora le legge, le narrazioni equivalgono a una scappatoia per evadere dalla tristezza e placare la paura.
Si pensi poi ad Halloween, la notte in cui costumi mostruosi e un trucco, per così dire, truculento, uniti a “scherzetti e dolcetti”, aiutano a superare l’angoscia per il ritorno dei morti.

I rituali funebri sono diffusi in tutto il mondo e diversamente articolati da paese a paese. Lo scopo? Contenere il dolore del lutto, ridurre il proprio timore e trasformare l’evento negativo in occasione positiva. Perché sulla morte non si ha controllo, ma l’uomo ha bisogno di percepirsi come attore potente, non come vittima passiva della biologia.
Le sepolture egizie, come molte altre, dimostrano la credenza speranzosa in un prosieguo della vita; le antiche lamentazioni delle prefiche, ossia le professioniste del pianto, suggeriscono con la propria ripetitività il desiderio di respingere la negatività del trapasso; il chiudere gli occhi al defunto rivela pietà, ma è anche un gesto fatto per bloccare ogni canale tra l’aldilà e l’hic et nunc; la società moderna sceglie di presentare giovani e vecchi come athanatos, ossia immortali, e di non parlare della dipartita, delegandola il più possibile al cordoglio privato e recintandola in cimiteri sempre meno visitati.
Eppure non dalla sua negazione, ma dalla riflessione sulla morte e sui rituali a essa legati può nascere uno spunto vitale. Lo suggerì nel 2008 il regista Yojiro Takita con la pellicola “Okuribito” (“Departures”): se avete tempo, guardatevela.

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