Lorenzo & his humble friends

The fool doth think he is wise, but the wise man knows himself to be a fool

Why

If you hire people just because they can do a job, they’ll work for the money. But you could also hire people who believe what you believe: this way, perhaps, they’ll work for you with blood and sweat and tears. Unfortunately, very few people or organizations know why they do what they do.

One exception is Apple. If Apple were like everyone else, a marketing message from them might sound like this: “We make great computers. They’re beautifully designed, simple to use and user friendly. Want to buy one?”. This is how most of us communicate. But it’s uninspiring. Here’s how Apple actually communicates. “Everything we do, we believe in thinking differently. The way we challenge the status quo is by making our products beautifully designed, simple to use and user friendly. We just happen to make great computers. Want to buy one?”.

If you agree this is a good way to communicate, then you should have a look at what Simon Sinek does.

Perché la sinistra italiana fa pena

Ho alcuni amici che stanno provando a mettere in piedi una lista politica per le prossime elezioni provinciali in Trentino. Credo che uno degli obiettivi fosse quello di unire i rappresentanti di vari movimenti e liste che rappresentano il frammentato universo della sinistra, andando oltre sigle e simboli e provando a coalizzarsi attorno ad alcune idee forti.

Ecco il resoconto dell’ultima riunione.

Al tavolo, indetto per le 17.30, si sono presentati i rappresentanti di Rifondazione comunista, del Centro sociale Bruno (su mandato anche dei Gas) e degli Stati generali della scuola. Di altri movimenti nemmeno l’ombra (solo il Movimento per i beni comuni e il gruppo politico di Giovanna Giugni hanno giustificato la loro assenza). I rappresentanti di Sel ci avevano comunicato poche ore prima che avrebbero partecipato, ma non si sono visti.

Abbiamo cominciato i lavori illustrando il motivo per cui eravamo lì: valutare l’ipotesi di una coalizione che andasse al di là dei personalismi e delle forme e che si concentrasse sui contenuti. Ovvero: se noi proponiamo A, voi anche e loro anche, che senso ha andare divisi? Facciamo una coalizione comune.

Concordato ciò tra tutti i presenti, siamo passati a parlare del candidato presidente (aspetto per noi secondario, ma comunque essenziale). Rifondazione ha dichiarato di preferire un candidato super partes (cioè non di partito), ma in assenza di questo di essere disposta ad avere Emilio Arisi (candidato di Sel) come candidato di tutta la coalizione. Data questa importante apertura, ci siamo presi una pausa, durante la quale ci siamo recati in sede da Sel per chiedere se fossero disposti (come avevano promesso) di venire a discutere al tavolo. Dopo lunghe trattative li abbiamo convinti. Alle 19 si sono presentati e hanno posto ai presenti le seguenti condizioni, su mandato della maggioranza della loro assemblea:

– Emilio Arisi candidato presidente

– Coalizione senza simboli del passato (leggi: falce e martello).

– Assenza di candidati “impresentabili” del passato.

Mentre sul primo punto la convergenza c’era, sul secondo si è arenato tutto. Rifondazione ha chiesto che allora sparissero tutti i simboli di partito, Sel ha rifiutato ed è scoppiata la bagarre. Noi abbiamo cercato di ragionare sull’elemento nuovo: freghiamocene di simboli e persone e badiamo alla sostanza. Insomma, chi tiene davvero alle proposte concrete può essere disponibile a fare un passo indietro sulle questioni formali. Il tentativo non ha avuto successo, Sel se ne è andata e il tavolo è saltato senza un’intesa (con molti vivaci “scambi” verbali).

Is The Economist right-wing or left-wing?

Some readers, particularly those used to the left-right split in most democratic legislatures, are bamboozled by The Economist’s political stance. We like free enterprise and tend to favour deregulation and privatisation. But we also like gay marriage, want to legalise drugs and disapprove of monarchy. So is the newspaper right-wing or left-wing?

Neither, is the answer. The Economist was founded in 1843 by James Wilson, a British businessman who objected to heavy import duties on foreign corn. Mr Wilson and his friends in the Anti-Corn Law League were classical liberals in the tradition of Adam Smith and, later, the likes of John Stuart Mill and William Ewart Gladstone. This intellectual ancestry has guided the newspaper’s instincts ever since: it opposes all undue curtailment of an individual’s economic or personal freedom. But like its founders, it is not dogmatic. Where there is a liberal case for government to do something, The Economist will air it. Early in its life, its writers were keen supporters of the income tax, for example. Since then it has backed causes like universal health care and gun control. But its starting point is that government should only remove power and wealth from individuals when it has an excellent reason to do so.

Read it all on The Economist.