Su Froome

by Lorenzo Piccoli


Un anonimo ciclista americano che mi piaceva quando ero poco più che un bambino ha vinto la Vuelta di Spagna a quasi 42 anni. Al riguardo consiglio di leggere un articolo pubblicato su La Stampa da Giorgio Viberti che traccia diverse sfumature senza la retorica – buona o cattiva – che nel passato ha danneggiato seriamente questo sport. Ma comunque. L’occasione mi perche propizia per proporre le riflessioni semi-private di un anonimo amico di Gianluca in merito a un’altra vittoria ciclista piuttosto sorprendente: quella di Chris Froome, che nel 2013 ha dominato il Tour de France dopo una velocissima ascesa nell’olimpo del ciclismo che conta.

Io non so che dirti, a me questo ragazzo piace. a inizio tour affermai: è il primo ciclista a cui tifo contro nella mia vita. ho cambiato idea come sempre, e pian piano ho iniziato a trovarlo simpatico. sempre disponibile con giornalisti e tifosi, costretto a rispondere ogni giorno a domande di doping quando (fino a prova contraria) ne è estraneo, dev’essere frustrante, eppure sorride sempre. a vederlo sembra incapace di essere leader di se stesso, scatta e poi si ferma, riscatta e poi si ripianta; figuratelo leader di un team, a me sembra impossibile, è telecomandato dalla radiolina, come fa a capitanare gli altri? fa tenerezza, un gigante incapace di incanalare la sua forza. e poi la sua meccanica, in bici, così inelegante e desueta, retta su equilibri invisibili a ogni comune mortale; pedala guardando cose che vede lui (sarà il suo misuratore di potenza sul manubrio?!), testa reclinata da una parte, ma questo ancora si può tollerare. sembra senza collo, con queste spalle alte, i gomiti larghi di chi porta un carrello della spesa (paragone quantomai azzeccato di cassani in diretta) e non una bici: ha le braccia lunghe – si dice di lui – e anche questa concediamogliela, altri prima di lui erano brutti da vedere. ma ciò che è incredibile è la dispersione di potenza nel gesto, le sue frullate in salita, i suoi piedi storti rispetto al pedale. ti insegnano a 10 anni che il piede dev’essere in linea col pedale, uno che pedala come lui dovrebbe perdere il 5% di potenza almeno, eppure… è un fenomeno da studiare questo ragazzo, la gente ormai scottata (e anche un po’ superficiale) lo vuole negare, e invece è da capire, cazzo. la gente legge la gazzetta, e in prima pagina il giorno in cui fermano powell e gay per doping nell’atletica si trova il titolone su froome che è andato troppo forte sul ventoux, meglio di armstrong addirittura (e a esser precisi, non è nemmeno vero perchè i tempi di scalata erano presi in punti leggermente diversi)!!! ma nessuno dice che si viene da una settimana di sola pianura, che il ventoux come dice il nome è rinomato per il vento e il giorno di froome per un giorno il vento era andato in vacanza, hanno mai provato questi giornalai a pedalare col vento? il vento esalta uno dei caratteri principali del ciclismo, ovvero l’importanza di sfruttare l’effetto scia, non solo come fattore di risparmio di fatica ma come mezzo tattico per impostare grandiose campagne d’attacco.
Il ciclismo potrebbe fare a meno degli arrivi in salita, ma non dell’azione selvaggia del vento.
io non capisco onestamente, non capisco cosa ci sia di bello e interessante in queste questioni. a me, detto onestamente, non interessano…
e quando qualcuno mi chiede “come ti poni di fronte al doping?” la mia risposta varia sempre, spesso non ho voglia di discuterne con persone a cui non interessa. ma ora come ora gli direi (senza essere capito) che io non seguo i ciclisti, ma il ciclismo, e il ciclismo trascende il risultato. Direi che il ciclismo è una guerra, e come in ogni guerra ci sono i cavalieri e gli assassini, i duelli all’alba (Boonen e Cancellara sul Muur), i tradimenti e le cospirazioni (Vinokourov che pagò Kolobnev per vincere la Liegi), le tattiche, le strategie e i sabotaggi. E le guerre fanno la storia, anche se sono brutte e sporche, e gli abbracci ipocriti tra Schleck e Contador dopo il salto di catena del lussemburghese verranno dimenticati presto, ma i ciclisti che nel primo tour prendevano il treno di nascosto sono entrati nella leggenda.

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