Che fare?

by Lorenzo Piccoli


Una seconda – e ultima – riflessione sulle elezioni in Trentino. Maurizio Teli – che non ho mai conosciuto personalmente anche se ci saremo pur incrociati qualche volta – scrive una lettera aperta alle sinistre trentine intitolata Che fare?. La pubblico; e di seguito aggiungo una mia brevissima riflessione.

Che fare?

Le elezioni provinciali del 27 ottobre 2013 ci restituiscono un risultato impietoso per le sinistre trentine, ovvero la totale assenza dal prossimo Consiglio Provinciale. Il partito più a sinistra presente nelle istituzioni provinciali per il periodo 2013 – 2018 sarà il Partito Democratico, su cui molti e molte che si definirebbero di sinistra hanno remore sia per quanto riguarda le politiche proposte, sia in relazione a processi interni che spingono il partito inesorabilmente verso il centro, se non verso forme di destra mascherata. In sintesi, le sinistre trentine hanno perso su tutta la linea, politica, elettorale e culturale, in un momento in cui il vero vincitore delle elezioni provinciali è il Partito Autonomista Trentino-Tirolese, probabilmente il più lontano dalle sensibilità politiche delle sinistre italiane tra quelli che compongono la coalizione che governerà la Provincia Autonoma per i prossimi cinque anni, il cosiddetto “centro-sinistra autonomista”. Questo in un quadro complessivo segnato dall’altissimo livello di astensione, che addirittura supera il consenso raggiunto dal futuro Presidente della Provincia.

Come si spiega la sconfitta lancinante di tutte le sinistre trentine? E soprattutto, come si spiega in un momento in cui sono state condotte battaglie rilevanti al di fuori delle istituzioni, come quella sull’inceneritore, i referendum sull’acqua o l’iniziativa di legge popolare sull’omofobia, e altre sono in corso, come quella sulla TAV-TAC del Brennero? Come è possibile che la capacità di individuare le arene di conflitto sociale più importanti per il futuro della società contemporanea sia affiancata da un’incapacità manifesta di una proposta elettorale e istituzionale credibile a sinistra? Io credo che il problema stia nelle pratiche politiche, nel riprodursi di schemi novecenteschi di lettura e interpretazione della realtà sociale e dell’agire politico, soprattutto nell’affermazione delle identità ormai istituzionalmente irrilevanti delle diverse sinistre.

Non bastano i movimenti sociali, come ci ha mostrato la protesta anti-Gelmini del 2008-2010: senza interlocutori istituzionali i movimenti devono impegnarsi in sforzi maggiori di quelli già notevoli che compiono quotidianamente. Il caso della Val Susa è un esempio lampante: un fortissimo movimento sociale condannato a vent’anni di lotta, con relativi soprusi, i cui interlocutori istituzionali o sono assenti o sono privi di iniziativa politica nelle assemblee elettive.

Non bastano neppure le iniziative esclusivamente elettorali, non credo serva ricordare il disastro di Rivoluzione Civile o la capacità di tali iniziative di farsi risucchiare in una semplificazione estrema della contemporaneità che si traduce, nella migliore delle ipotesi, in forme di blando riconoscimento di diritti o di un debole orientamento alle tematiche ambientali. Il Partito Democratico, sostenitore della TAV, in dubbio sui matrimoni omosessuali, precarizzatore del mercato del lavoro, è un esempio di come “partiti leggeri” si facciano risucchiare verso il centro, perdendo ogni capacità strategica, indipendentemente dalle qualità delle persone che ne fanno parte.

Che fare, quindi? È tutto perduto per le sinistre, siano esse ecologiste, libertarie, socialiste o comuniste? Io non credo. Credo che ci sia una strada da tentare, subito, imparando proprio da quei movimenti sociali che più hanno contribuito a mantenere viva l’opposizione all’arroganza dei poteri economici, mediatici e politici degli ultimi decenni. Dai movimenti dobbiamo imparare due cose fondamentali: a rileggere la realtà sulla base dei vecchi e nuovi conflitti, sperimentando continuamente nella comunicazione, nell’abitare il conflitto stesso, e nel proporre soluzioni apparentemente visionarie per chi tende verso il centro (destra); a innovare le pratiche politiche, partendo da quella organizzazione moltitudinaria a rete che più ha permesso di intercettare le differenze contemporanee, di ricomporle in forme di ricchezza costruttiva del vivere sociale. A mio parere, ciò che serve è una rete delle sinistre, con un bagno di umiltà da parte di tutti e tutte.

Maurizio Teli

Sono d’accordo con le premesse, non con la conclusione. La sinistra ormai esiste solo su alcune questioni specifiche (No Tav, acqua pubblica, no inceneritore … ) e ed è invece elettoralmente inesistente ed istituzionalmente irrilevante. Perché? Io credo sia venuta a mancare, e non si sia mai riusciti a ricostruire, un’ideologia; che poi è la capacita’ di ricondurre singole questioni in uno schema coerente di pensiero che orienti l’azione di governo. Cosa fare? Maurizio suggerisce di fare rete. Che poi è quello che le sinistre italiane dal 1992 a oggi non sono mai riuscite a fare. Lasciamo stare la penosa esperienza italiana, con centinaia di insignificanti partitini. Pensiamo al caso recente di #qualcosadinuovo in Trentino. Anche i leader di movimenti sociali pur nobili – mi vengono in mente gli ambientalisti che conosco – sono troppo legati alle singole questioni che difendono ed incapaci di allargare i loro sforzi comuni e farli convergere in qualcosa di più ampio – un partito serio, una visione di governo. Dunque? Le sinistre, quelle che intende Maurizio, sono state doppiamente sconfitte dalla storia. Doppiamente, perché avrebbero forse potuto re-inventarsi sfruttando un’organizzazione multitudinaria e sperimentando nella comunicazione, appunto. Ma sono state superate da altri. Lo spazio che avrebbe potuto conquistare è stato occupato dal M5S, che non a caso nacque come movimento sociale ancorato a battaglie tradizionalmente di sinistra. Ne osserviamo i risultati.

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