Una corsetta sotto la curva

by Lorenzo Piccoli


Questo post é dedicato a Pierre, un romanista d’adozione che sabato ha provato a convincermi a guardare assieme Atalanta – Roma. Da vecchio tifoso ormai disaffezionato al calcio, ho preferito intrattenermi in altre attività; e tuttavia la partita mi ha fatto tornare in mente il leggendario derby Brescia – Atalanta, di cui ho promesso a Pierre avrei parlato sul blog. Ecco qui.

 

Correva il settembre 2001 e quello era un Brescia fortissimo, di cui conservo ancora la maglietta ufficiale. I dirigenti delle Rondinelle avevano messo assieme un bellissimo assortimento: ogni reparto presentava un mix squisito di passato e futuro, logica ed improvvisazione. In difesa c’erano tanti giovani promettenti (Dario Dainelli, poi titolare alla Fiorentina per anni; e Daniele Bonera, talento mai sbocciato della difesa del Milan) e alcune vecchie bandiere (su tutti ricordo Alessandro Calori, già capitano all’Udinese e al Perugia, squadra quest’ultima con cui decise il campionato 1999 – 2000 segnando all’ultima giornata un goal che costò alla Juventus lo scudetto). Il centrocampo offriva la stessa combinazione di giovani estrosi sulle ali (una spanna sopra tutti i fratelli Filippini, bravissimi tecnicamente e molto simili in tutto e per tutto: nel 1998, in Brescia-Roma, Antonio protestò contro l’arbitro Piero Ceccarini ma scampò alla squalifica perchè fu il suo gemello Emanuele ad essere espulso) e solidissimi tecnici a disegnare precise geometrie sulla mediana  (Federico Giunti, passato al Perugia e al Milan, centrocampista ordinato con guizzi creativi; e poi, vabbè, Pep Guardiola). Ma era l’attacco il reparto spaziale di questa squadra, una mescola sublime di genio e ordine, coca cola e mentine, piedi veloci e codini lucenti: Luca Toni (ancora giovanissimo, promessa sicura del calcio italiano e uomo-immagine della Fiorentina, del Bayern Monaco e dell’Hellas Verona, con cui lo scorso anno ha rischiato di essere capocannoniere della serie A), Igli Tare (un futuro alla Lazio, dove oggi fa il dirigente, e tanta solidità in attacco), Andrea Caracciolo (soli vent’anni nel 2001, sarebbe poi diventato un prolifico cannoniere: oggi mentre scrivo è il terzo miglior marcatore della serie B in corso e conta oltre 150 goal in carriera) e poi lui, il Divino Roberto Baggio, all’epoca reduce da una mediocre esperienza all’Inter. A ripensarci oggi, quel Brescia è esattamente il tipo di squadra che mi piaceva costruire quando da ragazzo giocavo ai simulatori sportivi: un curioso assortimento di talenti assoluti ormai avviati verso fine carriera (Baggio e Guardiola), giovani promettenti (Toni, Bonera, Caracciolo; ci sarebbe anche Del Nero, che tuttavia si distrusse con la cocaina) e giocatori solidi e disciplinati (Calori, Giunti). L’allenatore di quel Brescia da sogno era Carlo Mazzone, conosciuto con il soprannome di Sor Carletto o Sor Magara a sottolineare la sua spiccata parlata romanesca. Sor Carletto detiene tutt’ora il record di panchine in Serie A, con 795 panchine ufficiali. Ma sto divagando.

Era il 2001, scrivevo prima, e si giocava il sentissimo derby contro i vicini di Bergamo: l’Atalanta. Al termine del primo tempo il Brescia perdeva 3-1 e i tifosi atalantini, mai tranquilli e ancor oggi conosciuti come una delle tifoserie più problematiche d’Italia, rivolgevano a Carletto Mazzone alcuni sfottò piuttosto pesanti. Mentre Mazzone gesticola in maniera inequivocabile verso la curva avversaria Baggio accorcia le distanze. L’Atalanta sembra tuttavia avviata verso il successo per 3 a 2 quando al 92esimo minuto di gioco, in pieno recupero, al Brescia viene concesso un calcio di punizio da posizione decentrata e piuttosto lontana dalla porta. Lo batte Roberto Baggio e segna: 3 – 3. Il Divin Codino, autore di una tripletta – peraltro molto bella, soprattutto il secondo goal – meriterebbe di esser ricordato come il protagonista di quella gara. Ma negli annali ci entra Carletto Mazzone, che si rende autore di una corsa taurina sotto la curva dell’Atalanta. Numerosi studiosi provano ancora a interpretare il labiale di Sor Carletto, senza giungere a conclusioni definitive. Mazzone fu poi squalificato per diverse settimane, ma si tolse una bella soddisfazione e la tolse anche a noi appassionati di calcio e bomberismo.

carletto mazzone in brescia atalanta

Post scriptum: nel riesumare alcune vicende di quel Brescia sono incappato anche in vicende più sordide che riguardano Carletto Mazzone e una squadra cui sono oggi legato per ragioni strettamente mercenarie, la Fiorentina. (Squadra questa, tralatro, nella quale il Divin Codino esplose in tutto il suo talento. Tanto per collegare tutti i puntini di questa storia). Si tratta di doping e morti premature. Chi ha voglia di leggere lo faccia qui, qui, e qui.

Alcune errata corrige: Alvise mi scrive: “togli subito la parte sui gemelli Filippini che erano scarsi come pochi e già maturi all’epoca“. Old Tom aggiunge: “i gemelli Filippini sono due miracolati del ceto medio pallonaro di provincia. La Juventus di Zaccheroni mi pare vanti anche l’invidiabile record di avere incassato un gol di testa da uno dei due, universalmente noti per la loro modesta altezza. Invece quello che si distrusse con la cocaina era Jonathan “Maracaibo” Bachini. Il povero Del Nero, grande artigiano della panchina, tuttora batte improbabili campi di periferia”. Infine Max mi scrive: “la corsa di Mazzone è una di quelle poche cose che ti fa ancora credere che il calcio di oggi sia ancora qualcosa di “vero” (mentre se guardi il gol di Baggio su punizione pochi secondi prima oggi ti verrebbe subito di pensare alla combine…). Secondo me invece molto  più serio è il discorso su Fiorentina – doping – insorgenza di malattie che nel calcio professionistico hanno incidenza esageratamente superiore rispetto alla popolazione normale. Nell’articolo sulla viola non mi pare si faccia riferimento anche ad altri giocatori, tra cui Borgonovo. Ricordo l’anno scorso si era pure parlato di gravi problemi taciuti anche per Batistuta, poi mezzi smentiti“.

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