Valori politici

by Lorenzo Piccoli


Piergiorgio mi ha detto a fine dicembre che da qualche tempo tiene una rubrica sul giornale cattolico Vita Trentina. Da non credente mi ritrovo a condividere molte delle sue riflessioni sulla preghiera, sull’accoglienza dei rifugiati, sul senso di comunità. Vorrei pubblicare qui la sua risposta a una domanda sulla cultura musulmana e la la libertà di culto. La domanda fa così:

Mi considero una persona aperta e tollerante, e insieme a mia moglie cerco di crescere i nostri due figli allo stesso modo. Non di rado commentiamo insieme gli avvenimenti locali e nazionali la sera a cena, e spesso si parla di religione, di immigrazione, e della paura che in molti sembrano avere per le culture diverse. Qualche giorno fa, però, non sono stato in grado di dare una risposta esaustiva ad una domanda del più grande (14 anni), che recitava più o meno così: è giusto essere aperti nei confronti dei migranti musulmani e della loro cultura – diceva mio figlio – permettendogli di costruire moschee e praticare la loro religione, anche se la stessa tolleranza non è praticata nei Paesi di provenienza di queste persone? Essere cattolici (e costruire chiese) in paesi come l’Egitto, l’Algeria, l’Arabia Saudita è difficile se non impossibile. Questa constatazione non dovrebbe essere parte integrante del dibattito anche a casa nostra?

E la risposta di Piergiorgio: Credo che questa sia una domanda che si pongono molte persone. Occorre inquadrare bene la questione. Innanzitutto non bisogna accomunare in un solo insieme i Paesi islamici che sono diversissimi tra di loro. Prendere come modello generale l’Arabia Saudita è fuorviante. In Arabia le donne non possono guidare, devono essere sempre accompagnate da una figura maschile, esistono ancora truculente pene corporali. Ciò tuttavia non deriva espressamente dal Corano, ma in piccola parte dall’interpretazione rigorista e fondamentalista (wahabita) del testo, in maggior misura da tradizioni tribali davvero molto arretrate.

Per quanto riguarda il divieto assoluto di costruire luoghi di culto di altre religioni (chiese o pagode poco importa), esso deriva dall’interpretazione di un “hadith” (detto) di Mohammad – per altro “daif” cioè dall’autenticità non certa – per cui in Arabia doveva esserci solo la religione musulmana. In realtà il Profeta si riferiva probabilmente solo alle città di Mecca e Medina, luoghi fondamentali per l’Islam. L’attuale regime degli Al Saud ha esteso il divieto a tutto il Paese.

L’Arabia saudita è dunque un caso limite e non rappresenta i Paesi islamici. Alcuni esempi: in Marocco ci sono 80 chiese per 25.000 cristiani e è stata restaurata l’anno scorso l’antica sinagoga della città di Fes. In Egitto ci sono 10 milioni di cristiani (non cattolici, ma copti), e quindi ci sono tantissime chiese. In Algeria c’è una presenza cristiana radicata con varie diocesi. A Tunisi, sulla via principale, Avenue Burghiba, si affaccia la grande cattedrale cattolica (e neanche una moschea), in un Paese dove i cristiani sono l’1%.

Persino in Kuwait e negli Emirati Arabi Uniti ci sono chiese capaci di ospitare 3.000 fedeli cristiani immigrati asiatici. In Pakistan ci sono scuole cattoliche frequentate da migliaia di studenti musulmani. Ma le notizie che ci arrivano sono sempre tutte di altro segno.

Ciò non toglie che esista il problema. Gli Stati islamici non sono “teocrazie” (termine inesatto), sono regimi, ahimè quasi tutti poco democratici, che per tradizione e convenienza “difendono” la religione. Soltanto un secolo fa l’imperatore d’Austria veniva ancora chiamato “difensore della fede”. In quasi tutti gli Stati musulmani i cristiani vivono tranquillamente ma certo non viene permesso il “proselitismo”, magari facendo comizi pubblici per invitare alla conversione al cristianesimo. Questo è un aspetto che divide profondamente questi stati dalle nostre democrazie.

La libertà di culto è un’acquisizione recente anche in Europa e non è stata certo merito delle Chiese, bensì di quel mondo laico la cui posizione si può sintetizzare nel motto cavouriano “Libera Chiesa in libero Stato”. È il modello americano. Gli Stati Uniti sono stati fondati su principi chiari: tutti hanno il diritto di professare individualmente, pubblicamente e comunitariamente il loro credo, ma lo Stato non abbraccerà mai nessuna fede specifica. Solo in questa maniera, a mio avviso, è possibile una vera tolleranza religiosa. I problemi non mancheranno ugualmente, ma questa è l’unica strada per mantenere la nostra democrazia (e anche per permettere alla religione di essere ciò che dovrebbe, una via di crescita spirituale e non un pretesto per il potere).

Per questo la facoltà ai fedeli islamici di costruire moschee in Europa è parte costitutiva dei valori politici (e io direi anche etici e religiosi) su cui si fonda la nostra società democratica. Un valore che non ha bisogno di “reciprocità”.

Post scriptum. Chi fosse interessato al dibattito potrebbe partire anche da questo breve articolo di Donatella Di Cesare intitolato Contro il naufragio laico studiamo le religioni. Anche questo mi è stato segnalato da Piergiorgio.

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