Referendum: risposte pragmatiche

by Lorenzo Piccoli


Sono sempre stato trasparente sulle mie scelte politiche e lo sarò anche questa volta, anche se in ritardo. Premetto, a scanso di equivoci, che ieri non sono andato a votare perché ero all’estero; e siccome nei miei primi quattro giorni in Svizzera ho speso l’equivalente di un mese di stipendio in Italia, non avevo nessuna intenzione di pagarmi un viaggio a/r per votare. Tuttavia, se fossi stato libero da questi lacciuoli finanziari sarei andato a votare e probabilmente avrei votato no. Alla fine di questo articolo spiegherò brevemente perché. Ma prima ci sono due questioni importanti.

La prima: il referendum popolare è uno strumento non idoneo a risolvere una questione tecnicamente complessa come la durata delle concessioni estrattive. Capisco le ragioni di chi ha votato per il sì; però questo referendum aveva una domanda precisa e non sono d’accordo con chi ha tentato di trasformarlo in un plebiscito pro/contro il governo in carica o in un plebiscito pro/contro le energie rinnovabili. Nelle dichiarazioni dei comitati referendari, purtroppo, il voto è stato effettivamente caricato di un significato ideologico fortissimo – sui beni comuni, sulla politica energetica, sulle regioni, sul governo in carica. E’ stato scritto correttamente che “quest’ultimo è un tratto oramai tristemente comune a una parte della sinistra italiana, per cui tutti gli argomenti sono buoni per fare opposizione interna, soprattutto a Renzi, anche a danno di cause meritevoli che diventano paraventi di interessi politici“. Peccato: in futuro, sarebbe meglio se potessimo attenerci al nocciolo della questione.

Seconda considerazione: personalmente non ritengo che la partecipazione al voto sia un imperativo morale assoluto, ma a istinto ho trovato sgradevole gli inviti all’astensionismo da parte di un primo ministro e un senatore a vita. Non elaboro maggiormente su questo punto perché non ho avuto modo di approfondire. Comunque peccato, anche qui.

Veniamo infine alle ragioni del mio voto. Chiudere anticipatamente le piattaforme estrattive entro le 12 miglia significa aumentare le importazioni di gas naturale e petrolio, almeno nel breve periodo. E’ uno scenario che non mi piace e per ciò avrei voluto votare no. Certo, molti di voi diranno che la chiusura anticipata delle piattaforme si sarebbe potuta gestire investendo in altre fonti di energia, magari alternative. Ma qui torniamo al primo dilemma: questo referendum non riguardava le energie rinnovabile e non avrebbe in alcun modo indirizzato la scelta del governo verso una strategia energetica sostenibile. Potete illudervi che sarebbe stato così, ma è quello che in inglese si chiama wishful thinking. Invece, come scrive Old Tom, “uno sviluppo economico di qualità non viene dalla luna, ma dalla capacità di individuare un punto di equilibrio fra esigenze della produzione e tutela dell’ambiente“. Lui riporta l’esempio di  Ravenna, dove esiste una piattaforma entro le dodici miglia marittime che il Comune e non pochi cittadini vorrebbero far chiudere anzitempo, così da contrastare il fenomeno della subsidenza. Motivo per cui gli amministratori locali hanno avviato un confronto formale con ENI, senza affidarsi alla scorciatoia che pure il referendum offriva. Per il futuro anche io spero (a) in un maggiore pragmatismo sul modello emiliano-romagnolo, (b) in meno chiacchiere ideologiche e (c) in una borsa di studio modello svizzero, così che possa tornare a casa quando per votare quando necessario.

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