Un nobile fine

by Lorenzo Piccoli


Questo sarà un post molto personale, quindi scritto di getto e senza revisioni.

Ho ragionato sulla misura del mio coinvolgimento in questo referendum. Inizialmente avevo pensato, riflettendo su quel che succede con i commenti relativi alla politica italiana, che forse dovrei lasciare la parola ai cittadini britannici: è sempre fastidioso leggere articoli superficiali scritti da commentatori stranieri. Ma questa è un situazione diversa: il ruolo del Regno Unito nell’Unione Europea costituisce buona parte di quello che ho studiato, dei miei viaggi, del mio lavoro. Spero di riuscire a non essere superficiale.

Sono rimasto silenzioso durante la campagna referendaria, perché disgustato dal livello del dibattito – il personalismo, le menzogne, la falsificazione dei dati, la bassezza, la grossolana rappresentazione degli immigrati. Sono convinto che, al di là del risultato, il tono usato lascerà una scia tossica. Ma sono rimasto silenzioso anche perché, in fondo, ero convinto che alla fine avrebbe prevalso il fronte del Remain. Credo sia ragionevole dire che per i britannici l’uscita dall’Unione Europea è l’equivalente di un suicidio collettivo – economicamente, socialmente, culturalmente. Quindi me ne sono stato zitto. Poi però questa mattina al risveglio ho provato nuovamente quelle sensazioni violente che avevo sperimentato quando ero ancora un ragazzino e piangevo nella mia camera per l’elezione di Silvio Berlusconi. Oggi non ho pianto, ma ho avuto paura: è andata alla gola, e da lì allo stomaco. E allora ne scrivo.

La paura è venuta pensando a temi generali, non personali. Quelli personali sono pure bruttini e li voglio elencare per darvi un’idea di quanto questo referendum ci riguarda personalmente. Primo, l’andamento della borsa: solo nella giornata di oggi i miei risparmi  hanno perso circa il 10% e sono preparato a ulteriori perdite nei giorni a venire. Poi ho pensato a tutte le prospettive di lavoro futuro rese molto più incerte: dall’idea di un post-doc in Gran Bretagna a tutti i progetti di ricerca finanziati dal governo inglese. Infine ho pensato al mio articolo sulla storia dell’integrazione europea che avevo faticosamente preparato negli ultimi quattro mesi ed era finalmente pronto: ora toccherà riscriverlo. Bene. Queste sono cose personali. Mi infastidiscono.

La cosa spaventosa, però, è che da oggi è realistico pensare che qualcuno possa portarmi sottrarmi dei diritti cui ho sempre goduto. Con l’uscita dall’Unione, i miei coetanei nel Regno Unito potrebbero perdere l’erasmus, la libera circolazione, il diritto all’assistenza sanitaria in un altro Paese europeo. E’ terribile pensare che questo possa accadere da un giorno all’altro, anche quando la maggior parte dei giovani votano contro. La questione è stata sintetizzata piuttosto bene dal Financial Times: ‘La generazione più giovane ha perso il diritto di vivere e lavorare in altri 27 paesi. Non conosceremo mai la piena portata della perdita di opportunità, le amicizie, matrimoni e esperienze che verranno negate. La libertà di circolazione è stata portata via dai nostri genitori, zii e nonni in un ulteriore colpo a una generazione che è stata già affogando nei debiti dei suoi predecessori‘.

L’altra cosa spaventosa è che questo referendum è parte di un fenomeno più ampio, la cui portata ho forse sottovalutato troppo a lungo. La generazione del dopo-guerra ha prosperato grazie all’idea della moltiplicazione: la mia condizione socio-economica migliora assieme a quella del mio vicino. Questa è l’idea sulla base della quale è stata costruita l’Unione Europea, che con tutti i suoi difetti ha interrotto millenni di conflitti, ha portato ricchezza e mobilità. Io grazie a quest’istituzione ancora molto giovane – più giovane dei miei nonni, per dire –  ho ricevuto un’educazione internazionale, ho studiato e lavorato in altri Paesi, ho intrattenuto relazioni con persone che venivano da luoghi che quegli stessi miei nonni, fino a sessant’anni fa, non avrebbero potuto nemmeno immaginarsi di visitare. Quel che succede oggi è che ci sono partiti politici che tornano a flirtare con l’idea che la nostra ricchezza personale può accrescere solo a danno di quella dei nostri vicini. E’ l’idea -vecchia- di chiuderci all’immigrazione e affidarci esclusivamente allo Stato-nazione. Ci sono tanti politici, negli Stati Uniti, in Francia, in Italia, che cavalcano queste idee e da qui a un anno potrebbero essere al potere. E’ una prospettiva mostruosa: pensateci bene.

Noi, le persone che hanno a cuore questi argomenti perché abbiamo avuto il privilegio di viaggiare, studiare, e prosperare, nel vero senso della parola, dovremo aumentare il nostro impegno. Non lasciamoci scoraggiare e usciamo dalla bassezza dei toni usati fino a qui. Leggiamo, studiamo, parliamoci, proviamo a riflettere sul tipo di società dove vorremmo vivere. Sforziamoci di convincere chi conosciamo dei meriti di una politica ottimistica, informata, aperta al mondo. Quello in cui crediamo è nobile, più nobile di chi mette le idee a servizio delle proprie ambizioni e piccoli rancori.

A questo riguardo leggo commenti sciocchi su Facebook da parte dei miei amici: come se chi ha votato Leave fosse una massa di cialtroni ignoranti. Io pure credo che la scelta di lasciare l’Unione Europea sia completamente irrazionale; ma va rispettata e magari compresa. Lo scrivevo un mese fa e lo ripeto ora: trattare in maniera sprezzante le idee politiche diverse dalle nostre è pericoloso, oltre che sbagliato. Mi insegna Old Tom che credere nella democrazia non richiede di andare d’accordo con la gente; richiede, invece, di rispettare il diritto di ognuno di scegliere – tra cui quello di scegliere il male sul bene. La democrazia non è perfetta, e neppure finge di esserlo. Eppure c’è molto di buono in un sistema in cui tutti, bene o male, hanno una voce in capitolo su questioni comuni e la cui legittimità si fonda sulla possibilità di esercitare tale diritto. Anche se di tanto in tanto spezza il cuore.

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