Qualità della vita

by Lorenzo Piccoli


Arrivo in stazione Termini verso le undici, poco più di un anno dall’ultima volta che sono stato qui. Di tutte le capitali europee che ho conosciuto, Roma continua a essere quella che mi mette più a disagio. Traffico, sporcizia, caldo opprimente e una bellezza suprema. Provo a non pensarci, sono concentrato sul mio progetto. Mi dirigo verso la biblioteca, una piccola biblioteca da trenta persone al massimo. All’ingresso ci sono quattro impiegate (quattro) che non mi fanno entrare: non ci sono posti disponibili, devi aspettare mi dicono frettolosamente. Sembrano molto impegnate a risolvere importanti questioni di lavoro. Mi accomodo su una seggiolina davanti a loro, e passo così la successiva mezz’ora seguendo una meticolosa discussione atta a pianificare gli straordinari in modo tale da massimizzare lo stipendio mensile. A un certo punto si ricordano di me e mi fanno entrare: si sono accorte che in realtà c’erano almeno tre posti disponibili all’interno. Scrivo per due lunghe ore, tutte ritmate dal costante sbottare dei clacson nella strada vicina. Verso le tre mi dirigo a un ristorante vicino: la pasta cacio e pepe è memorabile, la vista su una strada giocosamente trafficata mette di buon umore. Penso che la Svizzera sarà pure ai vertici delle classifiche sulla vita, ma dei pranzi così se li sognano, gli elvetici. Vorrei lo stesso caffè del signore al tavolo accanto, dico, e il cameriere va dal signore e gli porta via il caffè, lo vuole l’altro cliente, mi scusi, scherzo, sto a scherzà! gli dice, e poi me ne porta un altro uguale, saporito, forte, buono. Vado a fare la mia intervista in un edificio vicino alla stazione. Senzatetto ad ogni slargo, rifiuti ovunque, senso di disagio. L’intervista va bene, il mio interlocutore è generoso ed eclettico, come questa città nei suoi giorni migliori. Torno in stazione. Tutti i treni hanno un ritardo di un’ora. C’è stato un incidente a Latina, gracchiano gli altoparlanti, e un calo di tensione a Viterbo. Dopo un’ora e mezza il mio treno finalmente inizia a rollare. Il ragazzo seduto di fronte a me sopporta stoicamente il ritardo che gli farà perdere l’enorme festa di compleanno di cui ha lungamente parlato al telefono con sua moglie. Arrivati alla stazione Tiburtina il treno si ferma improvvisamente e l’altoparlante annuncia un ulteriore ritardo e si scusa per il disagio. E stocazzo, sbotta il mio dirimpettaio. Già: stocazzo.

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