Facts, facts, facts

by Lorenzo Piccoli


In the late summer several newspapers started writing about the widespread diffusion of post-truth politics. I digged into it and began working on an article for Unimondo myself. After a couple of weeks, however, I realised the article was coming out too long, too broad, too prescriptive. I had two ways out: cut, simplify, submit; or extend, develop, and publish the result on my blog instead. I opted for the latter. Here is the essay.

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Quello della menzogna in politica è un tema vecchio quanto la politica stessa. Già per i filosofi dell’antica Grecia la scelta di parlare in maniera chiara e franca, detta parresia, costituiva uno dei tre fondamentali atteggiamenti etici del buon cittadino. Alcuni secoli più tardi, in uno dei più longevi prodotti letterari dell’Italia rinascimentale, Niccolò Machiavelli spiegava che ‘quelli Principi aver fatto gran cose, che della fede hanno tenuto poco conto, e che hanno saputo con astuzia aggirare i cervelli degli uomini, ed alla fine hanno superato quelli che si sono fondati in su la lealtà’. In età contemporanea ‘Verità e Menzogna’ diventa il titolo di un’opera in cui Hanna Arendt spiega che una delle caratteristiche essenziali del totalitarismo è proprio l’inclinazione a trascurare il dato di fatto e a fabbricare la verità sostituendo, attraverso la menzogna sistematica, un mondo fittizio a quello reale.

Nel mondo dove sono cresciuti i miei genitori il tema della menzogna in politica era ancora molto importante. Farò alcuni esempi. Nel 1971 il New York Times pubblicò alcuni stralci dei documenti segreti del Dipartimento della difesa, i Pentagon Papers, che riconoscevano l’assoluta inutilità strategica dell’impegno americano in Vietnam. Che questa ammissione fosse stata conosciuta e tenuta segreta dai governanti statunitensi fu motivo di profonda indignazione nell’opinione pubblica. Ci fu poi il Watergate, durante il quale Richard Nixon dichiarò ripetutamente di non essere coinvolto: quando fu poi smentito dai fatti dovette pronunciare la famosa frase “Non sono un imbroglione” (I’m not a crook). Un altro presidente degli Stati Uniti, Ronald Reagan, passò buona parte del 1986 insistendo che la sua amministrazione non aveva scambiato armi per gli ostaggi in Iran. Quando fu smentito nei fatti ammise: “il mio cuore e le mie migliori intenzioni mi dicono che è vero, ma i fatti e l’evidenza mi dicono che non lo è. Più recentemente, Tony Blair ha dovuto scusarsi in seguito al rapporto della commissione indipendente che accusa il suo governo di aver usato informazioni false sul possesso di armi chimiche o biologiche  nelle mani di Saddam Hussein per convincere il parlamento britannico e l’opinione pubblica del proprio paese ad approvare la guerra in Iraq. Sono solo alcuni episodi; avrei potuto sceglierne altri. Il punto è che siamo cresciuti in un mondo politico in cui generalmente, dopo un lungo –talvolta lunghissimo–  dibattito sui fatti, emergeva una verità.

Nelle ultime campagne elettorali, invece, stiamo assistendo sempre più spesso a un fenomeno definito dall’Economist ‘post-truth politics’ (la politica post-verità): i fatti non sono contestati, semplicemente non contano più nulla. E la verità si sdoppia, si moltiplica addirittura. Gli esempi più clamorosi sono quelli relative alla campagna elettorale del candidato repubblicano alla Presidenza degli Stati Uniti, Donald J. Trump, che nell’ordine ha: sostenuto la tesi secondo cui Barack Obama non è nato negli Stati Uniti bensì in Kenya; raccontato di aver visto migliaia di arabi esultare nel New Jersey al racconto delle Torri Gemelle in fiamme l’11 settembre 2011; suggerito che il padre del suo sfidante alla nomination repubblicana, Ted Cruz, fosse coinvolto nell’assassinio di John F. Kennedy; e che Obama fosse il fondatore dell’ISIS e Hillary Clinton la co-fondatrice. La sfacciata disonestà di Trump è senza precedenti: le sue bugie sono talmente numerose che è impossibile tenere il conto. Mentre i giornalisti di The Dailywire ne hanno messe assieme 101, il sito di verifica dei fatti Politifact ha rilevato che il 15 per cento delle affermazioni di Trump è per lo più falso, il 36 per cento falso e il 19 per cento rientra nella categoria “panzane clamorose”. C’è una grossa differenza tra queste bugie e quelle di Nixon, Reagan, Blair. Trump, in effetti, non contesta i fatti: li ignora, li inventa, li costruisce.

Mentre l’attuale candidato repubblicano rappresenta forse il caso più estremo di post-truth politics, vale la pena ricordare che si tratta di un fenomeno globale. Nel Regno Unito, la campagna per la Brexit è stata costellata da informazioni completamente false. il sito infacts.org ha raccolto cinque colossali deformazioni dei fatti che sono state diffuse per convincere il popolo britannico a votare per il Leave: “La Turchia diventerà membro dell’Ue nel 2020”; “Siamo sempre messi in minoranza da Bruxelles”; “La UE ha bisogno di noi più di quanto noi abbiamo bisogno di loro”; “Ogni settimana la Gran Bretagna invia a Bruxelles ben 350 milioni di sterline”; e “Lasciare la Ue per salvare il Sistema Sanitario”. Aaron Banks, che è il fondatore della campagna Leave , ha spiegato il segreto del successo in questi termini: “La campagna Remain si è basata sull’idea fatti, fatti, fatti. Semplicemente non funziona. Devi connettere con la gente emozionalmente”.

Come è possibile? In altre parole, quali sono le ragioni per cui in politica è possibile ignorare i fatti? E perché un tempo non troppo lontano non era così facile stravolgere la realtà? Una spiegazione ha a che vedere con la diffusione di internet e, in particolare, dei social network. Questi spazi di comunicazione contribuiscono in maniera fondamentale alla scomparsa dei fatti dal dibattito pubblico – almeno in tre modi diversi. In primo luogo, gli algoritmi di facebook e twitter creano degli ecosistemi di informazione. E’ quello che gli esperti chiamano homophilous sorting: invece di presentare agli utenti visioni differenti, la selezione dei link contribuisce a rafforzare le opinioni preesistenti. In secondo luogo, molti degli articoli sono scritti da persone che non hanno alcuna preparazione: è una delle conseguenze della democratizzazione di internet, che fornisce a tutti un amplificatore per farsi sentire, senza aver bisogno di passare esami e di ricevere qualifiche e certificazioni. In terzo luogo, su internet – e sui social network in particolare – le menzogne, gli articoli faziosi non sono necessariamente sottoposti a rettifica. Restano invece nell’etere, a consumo degli utenti. Tanto che ormai governi come quello cinese o russo non si preoccupano di rimuovere articoli critici nei loro confronti. Un recente articolo pubblicato su Wired ha spiegato che il regime della Repubblica Popolare, fra le tante strategie per tenere al guinzaglio la pubblica opinione, avrebbe anche a disposizione un esercito di due milioni di persone quotidianamente operative sui social network drogando i dibattiti digitali dei cittadini con una montagna di commenti e opinioni che conducano quelle discussioni verso fronti più graditi al governo di Pechino. A chi chiede ai gestori di Facebook e degli altri social network di fornire un servizio migliore agli utenti, i gestori rispondono che non si tratta di siti d’informazione e come tali non sono regolamentati secondo le stesse norme che disciplinano i giornali tradizionali.

C’è una seconda spiegazione per cui, in un modo più avanzato tecnologicamente, i fatti contano sempre meno. Viviamo in una realtà frammentata in cui esistono moltissime fonti di informazione e in questo calderone è facile perdere la bussola. L’incertezza suscita volontà di rivalsa e provoca in molti individui l’esigenza di risposte semplici e immediate; anche perché c’è chi alimenta deliberatamente questa confusione. In un memo del 2003 Frank Luntz, un sondaggista per il Partito Repubblicano, scriveva così: “Se il pubblico credesse che le questioni scientifiche sono risolte, le loro visioni sul riscaldamento globale cambieranno di pari passo. Perciò bisogna continuare a fare della mancanza di certezza scientifica una questione primaria nel dibattito”.  Non c’è dunque da stupirsi se viviamo in una realtà in cui sempre più persone dubitano dei media e delle istituzioni pubbliche.

In questo contesto, chi sfida il sistema non è punito, ma preso come esempio di come bisogna rispondere alle élite al potere. C’è, ovviamente, qualcosa di positivo in un atteggiamento di dubbio della verità, dal momento che lo scetticismo verso le istituzioni aiuta a sviluppare senso critico. E tuttavia c’è una grossa differenza tra mettere in dubbio la verità ed ignorare deliberatamente i fatti. Quando Michael Gove, ministro della giustizia del governo Cameron nel Regno Unito, diceva che “la gente in questo Paese ne ha avuto abbastanza di esperti”, stava dando voce a un sentimento di diffusa, ripetitiva pulsione a cercare cospirazioni, un fenomeno molto radicato anche in alcune formazioni politiche italiane.

Il mio professore di Politica Comparata ci raccontava che quando lui era studente presso Karl Popper, la prima cosa che l’anziano docente scriveva sulla lavagna all’inizio di ogni lezione era ‘Facts, facts, facts’. Senza i fatti, in una realtà completamente malleabile, prevale la massima di Nietzche secondo la quale esistono solo interpretazioni. Un altro filosofo, Norberto Bobbio, diceva che chi non crede nella verità sarà sempre tentato, soprattutto in politica, di “rimettere ogni decisione alla forza”. Prima di lui, fu l’illuminismo a portare l’analisi razionale nel mondo, strappando il diritto di distinguere la realtà al divino e portandolo all’umano – in particolare alla ragione umana. Cartesio, e il suo “penso, dunque sono”, rappresentava il massimo di questa filosofia, che oggi è sfidata, nei fatti, da candidati repubblicani, movimenti politici populisti, giornalisti in mala fede, e commenti pressapochisti postati sui social network da persone magari benintenzionate ma evidentemente poco avvezzi all’arte della parresia.

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