Votare no al referendum

by Lorenzo Piccoli


Un altro post in vista del referendum del 4 dicembre, ormai il terzo su questo blog. Qui vorrei spiegare meglio le ragioni per votare No. Nei prossimi giorni farà seguito un corrispondente con le ragioni per votare Sì. Prima di cominciare ed elencare le ragioni che possono giustificare un voto contrario, fatemi ribadire che si tratta di una scelta personale, perché ci sono cambiamenti oggettivamente necessari e cambiamenti molto più discutibili, aspetti che possono piacere o meno, elementi in grado di funzionare bene e altri il cui funzionamento è assai improbabile. Ciascuno sceglierà in base alle proprie valutazioni, convinzioni e preferenze. In questo quadro è importante capire bene cosa stiamo andando a votare; o, come diceva Luigi Einaudi, ‘conoscere per deliberare‘.

Cominciamo, dunque. La campagna del No è molto eterogenea e sta mobilitando argomenti per larga parte fuorvianti, come ad esempio l’idea che la Costituzione non si debba toccare (è già stata modificata quindici volte dal 1948 ad oggi), che questa riforma induca un rischio di deriva autoritaria (a meno che voi non consideriate regimi autoritari quelli in vigore nel Regno Unito o in Francia), o che con il nuovo sistema i senatori non sono eletti (certo che sono eletti, nel contesto delle elezioni regionali; e pensate forse voi che il Belgio è più democratico della Lituania solo perché nel primo caso gli elettori votano rappresentanti alle regioni, alla camera e al senato mentre la Lituania solo alla camera?). Quel che più è nocivo della campagna del No, tuttavia, è la personalizzazione del referendum, con tante persone propense a votare no per delegittimare il governo in carica e punirlo per altre riforme: quella elettorale, o quella sul mercato del lavoro, ad esempio. Questo atteggiamento, proprio anche della campagna del Sì come spiegherò nel post dedicato, è tossico: il 4 dicembre si voterà su un quesito preciso e, come giustamente osservato da altri, i governi passano ma la Costituzione resta. Dunque vi invito a lasciare da parte tutte le considerazioni che esulano il testo della riforma costituzionale.

Sgombrato il campo da questi elementi, rimangono oggettivamente poche ragioni valide per la campagna del No. Quelle consistenti, tuttavia, sono state efficacemente elencate dal professor Ugo de Siervo. Le sue obiezioni sono molto fondate.

 

De Siervo dice che anche se in astratto non si può che essere d’accordo con l’idea di semplificazione promossa dalla riforma, le critiche principali si appuntano sull’eccesso di semplificazione che la riforma introdurrebbe, accentrando troppo il potere dalla periferia al centro. Da una parte il nuovo Senato, che non avrà un mandato unitario, rischia di diventare una camera politica senza reali poteri: all’atto pratico, la sua resa dipenderà dal reale funzionamento della nuova dinamica tra parlamento e governo. Dall’altra parte, con questa riforma le regioni perdono molti dei loro poteri attuali, in funzione di una visione dello stato più centralista. Non è chiaro se il conflitto tra governo e regioni sarà effettivamente ridotto. Ricordiamo che l’enorme aumento di tali conflitti dopo la riforma del 2001 si è stabilizzato una volta che la Corte costituzionale ha definito l’ambito delle diverse competenze. Il nuovo sistema espande la competenza esclusiva del governo ma introduce anche una lista di competenze regionali e mantiene la competenza regionale su tutte le materie residuali, cioè non attribuite al governo, che in linea teorica potrebbero essere significative e comunque richiedere una co-legislazione: pensiamo, ad esempio, a industria, agricoltura, artigianato, circolazione stradale. Insomma, a meno che le regioni non rinuncino del tutto al proprio potere legislativo, i conflitti non spariranno, anzi.

La principale ragione che vedo io per votare No al referendum di dicembre è che la riforma accentra molto i poteri in capo allo Stato, cioè al governo, senza effettivamente porre le premesse per una riduzione del contenzioso con le regioni e senza garantire che il Senato diventi una camera di rappresentanza territoriale. La riforma è dunque sicuramente imperfetta. Se nel referendum vincerà il Sì inizierà inevitabilmente un percorso a tappe nel quale molto dipenderà dalla capacità delle Regioni e del nuovo Senato di negoziare e gestire i propri margini di azione.

Post scriptum: sono andato sul sito del Comitato per il no e mi sono letto le ragioni ivi elencate per votare no. Alcune sono vere, altre sono false. Le riporto con un mio commento a seguire.

Produce semplificazione? NO, moltiplica fino a dieci i procedimenti legislativi e incrementa la confusione

Non è del tutto vero: i nuovi procedimenti legislativi sono due, leggi monocamerali e bicamerali. A tutte le leggi non bicamerali si applicherà lo stesso procedimento, con tre possibili varianti riguardanti casi specifici. Le leggi bicamerali hanno invece alcune possibili varianti.

Amplia la partecipazione diretta da parte dei cittadini? NO, triplica da 50.000 a 150.000 le firme per i disegni di legge di iniziativa popolare

Vero è che la riforma prevede l’innalzamento a 150.000 del numero di firme necessario per i disegni di legge popolari, ma dovete tenere conto che la popolazione è molto aumentata dal 1948, quando il numero di 50.000 fu introdotto, ad oggi. Inoltre, mentre nella pratica attuale queste proposte non trovano quasi mai seguito in Parlamento, la riforma garantisce che la discussione e il voto della proposta “sono garantite nei tempi, nelle forme e nei limiti stabiliti dai regolamenti parlamentari”. La riforma dunque alza la soglia, ma alza anche le garanzie a tutela della partecipazione diretta. Allo stesso tempo, la riforma introduce un riferimento alle “altre forme di consultazione”, mirando a costituzionalizzare il ricorso alla democrazia partecipativa. Inoltre, la riforma aggiunge garanzie anche per i referendum abrogativi: mentre oggi questi sono validi se vi partecipa la maggioranza assoluta degli aventi diritto, la riforma prevede due ipotesi con quorum distinti: se la proposta di referendum è stata sottoscritta da almeno 500.000 elettori (come oggi) ma meno di 800.000, il quorum resta invariato (quindi serve la maggioranza assoluta); se invece la richiesta è stata supportata da più di 800.000 firme, il quorum non andrà più calcolato sugli aventi diritto, ma in base al numero dei “votanti alle ultime elezioni della Camera dei deputati”. In pratica, dunque, il quorum viene significativamente abbassato. In via generale la riforma mira ad agevolare rispetto ad oggi il ricorso alla democrazia diretta e partecipativa pur nel quadro di un sistema basato sulla democrazia rappresentativa.

Supera il bicameralismo? NO, lo rende più confuso e crea conflitti di competenza tra Stato e regioni, tra Camera e nuovo Senato  

Lo scopo della riforma non è mai stato quello di superare il bicameralismo, ma piuttosto di superare un bicameralismo simmetrico in cui Camera e Parlamento hanno gli stessi poteri e funzioni. La riforma delinea differenti poteri e funzioni tra le due camere. Allo stesso tempo, come ho spiegato sopra, potrebbe effettivamente creare nuovi conflitti di competenza tra Stato e regioni.

È una riforma innovativa? NO, conserva e rafforza il potere centrale a danno delle autonomie, private di mezzi finanziari.

E’ vero che la riforma rafforza il centro e personalmente sono critico di questa visione. Non vedo, tuttavia, la correlazione tra rafforzamento del potere centrale e mancanza di innovazione.

È una riforma legittima? NO, perché è stata prodotta da un parlamento eletto con una legge elettorale (Porcellum) dichiarata incostituzionale

Falso: proprio nella sentenza (la n. 1 del 2014) con cui hanno dichiarato l’illegittimità costituzionale del cosiddetto Porcellum, i giudici costituzionali hanno precisato:“È evidente, infine, che la decisione … produrrà i suoi effetti esclusivamente in occasione di una nuova consultazione elettorale, consultazione che si dovrà effettuare o secondo le regole contenute nella normativa che resta in vigore a seguito della presente decisione, ovvero secondo la nuova normativa elettorale eventualmente adottata dalle Camere. … È pertanto fuori di ogni ragionevole dubbio – è appena il caso di ribadirlo – che nessuna incidenza è in grado di spiegare la presente decisione neppure con riferimento agli atti che le Camere adotteranno prima di nuove consultazioni elettorali: le Camere sono organi costituzionalmente necessari ed indefettibili e non possono in alcun momento cessare di esistere o perdere la capacità di deliberare”.

Diminuisce i costi della politica? NO, i costi del Senato sono ridotti solo di un quinto e se il problema sono i costi perché non dimezzare i deputati della Camera?

Vale qui la pena ricordare che la riforma è frutto di un compromesso tra diverse forze politiche ed è evidente che il dimezzamento del numero dei deputati della Camera era un obiettivo estremamente difficile da raggiungere. Ad ogni modo la riforma certamente diminuisce i costi della politica, quindi l’affermazione di cui sopra è falsa. Vorrei comunque aggiungere che personalmente non ritengo che questo sia un argomento importante nel contesto di una riforma costituzionale.

È una riforma chiara e comprensibile? NO, è scritta in modo da non essere compresa

Questo è discutibile. Anche qui, comunque, vale la pena ricordare che stiamo parlando di un testo costituzionale, non della rubrica della posta di Topolino. Quindi è evidente che alcuni passaggi possano non risultare immediati a tutti coloro che non sono esperti della materia.

È il frutto della volontà autonoma del parlamento? NO, perché è stata scritta sotto dettatura del governo.

Vero che il motore politico della riforma è stato il governo e senza questa spinta non vi sarebbe stata alcuna riforma. E’ vero anche che negli ultimi anni le forze parlamentari si sono dimostrate incapaci raggiungere una sintesi e un compromesso.

Garantisce l’equilibrio tra i poteri costituzionali? NO, perché mette gli organi di garanzia (Presidente della Repubblica e Corte Costituzionale) in mano alla falsa maggioranza prodotta dal premio

Falso. Il Presidente della Repubblica è oggi eletto a scrutinio segreto dal Parlamento in seduta comune, integrato da tre delegati per ogni Regione (uno per la Valle d’Aosta). Nei primi tre scrutini serve la maggioranza dei due terzi dei componenti dell’assemblea, dal quarto basta la maggioranza assoluta. La riforma opera due modifiche: vista la trasformazione del Senato in camera ‘territoriale’, vengono eliminati i delegati regionali; e soprattutto cambiano le maggioranze per l’elezione. Per i primi tre scrutini resta la maggioranza dei due terzi, dal quarto al sesto servono i tre quinti dei membri dell’assemblea e dal settimo scrutinio bastano i tre quinti dei votanti. Aumenta dunque la possibilità che il Presidente sia eletto con ampio consenso e non dalla sola maggioranza di governo, come invece succede oggigiorno.

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