Votare sì al referendum

by Lorenzo Piccoli


Vorrei spiegare le ragioni per votare Sì al referendum costituzionale del 4 dicembre. Come già detto nel mio precedente post sul tema, si tratta di una scelta individuale: a meno di non essere accecati dall’ideologia, questa riforma avrà per ognuno dei pregi e dei difetti. In gioco c’è un’idea di paese e il dibattito tra chi crede che il governo debba sostanzialmente essere imbrigliato e indebolito per poterlo controllare meglio e chi invece ritiene che il governo debba essere rafforzato e reso più efficiente per poter attribuire più chiaramente le responsabilità dell’azione politica. Sono due visioni completamente diverse e questo è l’aspetto nobile della contrapposizione tra il Sì e il No. Poi ci sono aspetti meno nobili.

Il fronte del Sì ha sbagliato nel mobilitare alcuni di questi ultimi. La personalizzazione del referendum sulla figura del Primo Ministro Matteo Renzi, ad esempio, ha avvelenato e continua ad avvelenare il dibattito sul merito della riforma. Inoltre, l’inclusione nella campagna per il Sì del tema del risparmio dei costi della politica è una scelta demagogica e, seppur forse inevitabile in un clima di diffusa anti-politica, fortemente nociva alla qualità del dibattito pubblico. Quando si parla delle nostre istituzioni politiche, della nostra democrazia, non si può ragionare in termini di risparmio economico. Questi sono due problemi di principio.

Ci sono poi i problemi di merito. La riforma costituzionale accentra molti poteri nelle mani del governo, togliendoli alle regioni. Da una parte, si tratta dell’inevitabile conseguenza dello sciagurato atteggiamento dei governatori e delle assemblee regionali che negli ultimi anni hanno fatto parlare di sé più per una serie di scandali – dal caso di Er Batman nel Lazio alle abbuffate a danni dei contribuenti dei consiglieri sardi – che per l’introduzione di politiche innovative. Dall’altra parte, si tratta anche un riflesso del pendolo della storia: dopo un trentennio in cui tutti parlavano dell’Europa delle regioni, molti stati hanno deciso di ri-centralizzare alcuni poteri. L’Italia sarebbe solo l’ultimo di una lunga serie. E tuttavia io, personalmente, continuo a credere fortemente nella suddivisione territoriale del potere e avrei preferito una riforma capace di migliorare i controlli sulle regioni, piuttosto che indebolirle.

Va detto, tuttavia, che questa riforma produce anche una serie di norme che potrebbero portare all’apertura di nuovi spazi per le regioni. La riformata previsione dell’art. 116 c. 3, ad esempio, introduce la possibilità per le regioni di guadagnare competenze in importanti ambiti (giudici di pace, politiche sociali, istruzione, ordinamento scolastico, università, politiche attive del lavoro, formazione professionale, commercio estero, beni culturali, ambiente e ecosistema, ordinamento sportivo, turismo, governo del territorio) a condizione che queste ultime si trovino in condizioni di equilibrio di bilancio. Come ha notato il Senatore Palermo, il messaggio sarebbe: “meno autonomia per tutti, più per chi la merita”. Molto dipenderà quindi dalla capacità delle regioni di negoziare forme più ampie di autonomia.

L’altra parte fondamentale della riforma è quella riferita alla modifica del Senato. Vi è da decenni un consenso quasi unanime, tra politici e studiosi, sulla necessità di abbandonare il cosiddetto bicameralismo perfetto, ossia un parlamento composto da due camere con gli stessi poteri e composte in modo analogo. E’ quindi ipocrita l’invocazione di molti nella difesa di questa forma di governo, che negli anni si è rivelata assolutamente inefficiente. La principale ragione della riforma non è quella della velocizzazione del processo legislativo, ma della sua accresciuta efficacia. Il Parlamento resta bicamerale, ma solo i deputati rappresenteranno “la nazione”, mentre il Senato dovrebbe, almeno sulla carta, rappresentare “le istituzioni territoriali” (art. 55). Conseguentemente, il rapporto di fiducia col governo sarà riservato alla sola Camera e anche nell’attività legislativa la Camera avrà un ruolo dominante. L’idea della riforma è dunque quella di rendere più facile l’attribuzione delle scelte politiche della maggioranza e delle opposizioni, evitando l’opaca navetta e lo scarico di responsabilità tra le due camere.

Allo stesso tempo, la riforma razionalizza la produzione legislativa del governo che, come si sa, è cresciuta enormemente nel corso del tempo. Ormai le leggi di iniziativa parlamentare sono una parte quasi insignificante della legislazione complessiva: un disegno di legge di iniziativa parlamentare ha attualmente solo lo 0,8% di possibilità di essere approvato. Tra decreti legge, decreti legislativi, disegni di legge di iniziativa governativa e questioni di fiducia, il vero legislatore è da tempo il governo. La riforma fa due cose, a tal riguardo. Primo, limita il ricorso ai decreti legge elencando le materie in cui quest’ultimo non è possibile, tra cui le leggi elettorali o il ripristino di norme dichiarate illegittime dalla Corte costituzionale; e stabilisce anche che i decreti debbano essere immediatamente applicabili ed omogenei per materia (oggi nei decreti si trova invece di tutto). Secondo, la riforma introduce il procedimento a data certa che, escludendo alcune materie (tutte quelle bicamerali, le leggi di bilancio, le ratifiche di trattati, ecc.), offre la possibilità al governo di chiedere alla Camera di esaminare entro 70 giorni i disegni di legge ritenuti “essenziali per l’attuazione del programma di governo” (art. 72 c. 7). Ciò consente di evitare il ricorso a troppi voti di fiducia, consentendo la trattazione rapida delle leggi importanti. Il governo avrà dunque tre strade per legiferare: approvare decreti legge seguendo criteri assai più stringenti rispetto ad oggi, presentare un disegno di legge ordinario o richiedere l’approvazione a data certa. Potrà poi chiedere al Parlamento la delega a disciplinare alcune materie in modo organico attraverso decreti legislativi e potrà porre la questione di fiducia; e tuttavia risulterà assai più conveniente  ricorrere al nuovo procedimento a data certa piuttosto che alla fiducia, perché l’eventuale voto contrario alla proposta del governo non implica un obbligo giuridico di dimissioni.

Questo aspetto rappresenta la parte meno contestata della riforma, assieme ad altre norme sulle quali la riforma va a intervenire e risulta oggettivamente impossibile obiettare. Sto parlando di:

  • abolizione del CNEL, un organo che mai ha svolto il ruolo pur importante che la costituzione gli ha affidato
  • eliminazione del riferimento alle Province nel testo della Costituzione, così che queste non saranno più organismi costituzionalmente necessari
  • costituzionalizzazione dei diritti delle minoranze parlamentari, pur rinviandone integralmente la disciplina concreta ai regolamenti parlamentari
  • introduzione del requisito di “equilibrio tra donne e uomini nella rappresentanza” per le leggi elettorali di Camera e Senato, colmando definitivamente una lacuna a livello costituzionale
  • introduzione del principio di trasparenza della pubblica amministrazione che, per quanto già acquisito in dottrina, giurisprudenza e nella legislazione ordinaria, rappresenta una indicazione di intenti potenzialmente importante

Anche al netto di questi miglioramenti, la riforma rimane certamente imperfetta. Ma come ha osservato il professor Panebianco, “non è forse paradossale che, in un mondo imperfettissimo come il nostro, persone imperfette pretendano riforme perfette?“. Non esiste al mondo una riforma perfetta e vale forse la pena ricordare che anche la costituzione del 1948 fu aspramente criticata per la sua imperfezione. In Italia, come in ogni altro ordinamento democratico, le riforme le fanno i rappresentanti del popolo nelle assemblee politiche e la ricerca del consenso impone compromessi e mette talvolta in secondo piano dettagli in nome del prevalente interesse a un esito complessivo utile.

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