Alla ricerca del tempo perduto

by Lorenzo Piccoli


Domenica non sarò in grado di votare al referendum costituzionale perché sarò in viaggio tra la Germania e l’Italia per un impegno che avevo preso molto prima di conoscere la data della consultazione. Mi spiace davvero, perché quando sono sufficientemente convinto che certe decisioni siano giuste ci terrei a metterci il mio voto.

Se avessi potuto, avrei votato a favore della riforma. Personalmente sono convinto che questo adeguamento della Costituzione italiana contribuisca a migliorare il sistema decisionale. Come ho spiegato altrove, molto dipenderà poi dall’implementazione della riforma che verrà data dai gruppi politici che saranno eletti in futuro. Altre riforme, scritte meglio di questa, sono state implementate in maniera disastrosa. E tuttavia sono disponibile a prendermi il rischio, perché credo che sia urgente rendere più efficienti le nostre istituzioni. Personalmente non ho paura di un governo che sia nelle condizioni di prendere decisioni e rimanere in carica per cinque anni; anzi, credo che sia uno scenario desiderabile per la democrazia in Italia, con buona pace di tutti coloro che invocano il rischio di deriva autoritaria. Infatti sono perfettamente d’accordo con Claudio Giunta, che scrive questo:

I lamenti sulla deriva autoritaria e sull’uomo solo al comando riflettono a mio avviso l’idea, molto diffusa soprattutto a sinistra, che il potere sia una cosa in sé negativa, e che per stemperare questa ontologica negatività sia bene imbrigliarlo, renderlo inoperante dando al maggior numero possibile di persone o enti il maggior numero possibile di chances d’intralciare il suo esercizio. Io mi vedo intorno di continuo – nella vita quotidiana, nell’università – i disastri che questo modo di pensare porta con sé: lentezza nelle decisioni, contiguità tra controllati e controllori, irresponsabilità, trasformismo.

C’è di più. Ci sono le parole pronunciate da Giorgio Napolitano il 21 aprile 2013, all’indomani dei giorni drammatici in cui i rappresentati di PD, PDL, Lega e SC gli chiesero, in via del tutto eccezionale la disponibilità ad essere ri-eletto Presidente della Repubblica dopo aver capito che il sistema era fermo in una totale impasse. Napolitano accettò e nel suo discorso d’insegnamento ricordò quanto segue.

Non meno imperdonabile resta il nulla di fatto in materia di sia pur limitate e mirate riforme della seconda parte della Costituzione, faticosamente concordate e poi affossate, e peraltro mai giunte a infrangere il tabù del bicameralismo paritario. Molto si potrebbe aggiungere, ma mi fermo qui, perché su quei temi specifici ho speso tutti i possibili sforzi di persuasione, vanificati dalla sordità di forze politiche che pure mi hanno ora chiamato ad assumere un ulteriore carico di responsabilità per far uscire le istituzioni da uno stallo fatale. Ma ho il dovere di essere franco: se mi troverò di nuovo dinanzi a sordità come quelle contro cui ho cozzato nel passato, non esiterò a trarne le conseguenze dinanzi al Paese. Non si può più, in nessun campo, sottrarsi al dovere della proposta, alla ricerca della soluzione praticabile, alla decisione netta e tempestiva per le riforme di cui hanno bisogno improrogabile per sopravvivere e progredire la democrazia e la società italiana».

Le opportunità politiche hanno fatto sì che la logica che allora era condivisa da quasi tutti, e cioè che l’Italia avesse urgente bisogno di semplificare e migliorare il proprio sistema istituzionale, si perdesse dietro le preferenze di ognuno. Resta il fatto che quel che era ovvio in quell’aprile del 2013, e cioè che lo stallo del sistema politico a cui si era giunti non rendesse più rimandabile un cambio di assetto per superare perlomeno il bicameralismo paritario, è ovvio anche oggi.

Non ritengo, infine, che il voto sia un plebiscito sul governo, anche se tante persone che stimo e che hanno provato a riflettere sulla questione siano giunte a conclusioni diverse, da Francesco Costa a Michele Santoro e Fabrizio Barca.  Comunque la pensiamo, dobbiamo smetterla di ragionare esclusivamente in funzione dei leader, come se il mondo si riducesse a chi è pro o contro Renzi. La politica, quella buona, la si fa ragionando sulle idee e cercando di migliorare il funzionamento delle comunità. A me pare che, al netto di tante criticità che non ho mancato di riportare su questo blog, la riforma costituzionale approvata dal Parlamento migliori la nostra democrazia e spero, come privato cittadino, che questa scelta venga confermata nel referendum di domenica.

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