Trento, oggi

by Lorenzo Piccoli


Ci sono due zingare davanti a un portone che stanno aspettando. Sono circa le cinque del pomeriggio. Arriva una macchina della polizia con due agenti. Gli chiedono cosa ci fanno lì, poi i documenti. Arriva un’altra auto della polizia, con altri due agenti. Le due donne vengono perquisite. Gli si chiede nuovamente cosa fanno lì. Dicono che stanno aspettando degli amici che vivono proprio in quel condominio e che se i poliziotti vogliono verificare le loro parole possono anche dargli il numero di telefono di questi loro amici. Ma niente, due poliziotti con la macchina stanno lì, fermi, indomiti, per controllare le due sospette.Sta di fatto che gli amici delle due donne siamo io e mia moglie e che tutta la scena si è svolta sotto casa nostra, nel cortile sul quale si affacciano altri tre condomini. Quando arriviamo la volante è posteggiata davanti alla sbarra d’entrata nel cortile e i due poliziotti – uno sui 50 con gli occhiali e l’altro un giovane di nemmeno 30 anni, ci stanno aspettando a braccia conserte. Poco lontano le nostre due amiche, mamma e figlia, un po’ spaventate e imbarazzate di arrivare da amici con quella compagnia non richiesta. Insieme a noi i nostri due figli. Io e mia moglie siamo senza parole. Anzi no, le parole ce le abbiamo eccome: i due poliziotti, fieri del loro intervento a favore della comunità, non si aspettavano certo la nostra reazione. Ma come è possibile? Per quale motivo hanno di fatto tenuto prigioniere due persone, alle cinque del pomeriggio con tanto di perquisizione, per 20 minuti? Perché hanno esposto queste due persone alla pubblica gogna senza nessun motivo valido? Due macchine della polizia? Per una signora di 50 anni e sua figlia, che peraltro vengono a trovarci a casa abitualmente? Ma veramente la polizia non ha nulla di meglio da fare?La verità è che se fosse stato qualcun altro, qualcuno che non assomiglia a uno “zingaro” – e le nostre amiche non sono “zingare”, termine dispregiativo, ma sono Romanì – tutto questo non sarebbe successo. Ci indigniamo per quanto succede negli USA agli afroamericani, vittime dello stigma e dei pregiudizi polizieschi, ma questa cosa succede ogni giorno anche da noi. E la cosa più triste è che quelli più arrabbiati eravamo noi, io e mia moglie mentre loro, le nostre amiche, purtroppo ci sono abituate. Possiamo anche lanciare slogan su una “Trento bella e sicura”, dove “sicura” rima con “paura” ma per me l’unica sicurezza possibile deriva dalla solidarietà, non dalle pattuglie della polizia ferme per 30 minuti nel mio cortile di casa per mettere in mostra i bicipiti contro gente indifesa.

Mattia, 9 settembre 2020