La fine dell’inverno 2020

by Lorenzo Piccoli


Ricordo numerose persone della mia stessa categoria (genìa) professionale, che di questa mia presente situazione, se fossero stati in grado di inventarla, avrebbero detto: non si può supporre se non in chiave di paradosso farsesco. In vista di conclusioni sociosatireggianti.

Guido Morselli, Dissipatio H.G., 1977

Questa mattina ho letto un racconto orale dei mesi di febbraio e marzo 2020 in provincia di Bergamo. Mi sono commosso e poi ho provato imbarazzo pensando allo scollamento tra la tragedia collettiva che stiamo vivendo e il modo, tutto sommato sereno, in cui sto vivendo questo periodo.

Mi ha anche impressionato l’immagine della pandemia che è già arrivata, a febbraio 2020, ma noi ce ne siamo resi conto poco a poco, a gruppi distinti. Mi fa pensare alla famosa scena della valanga nel film Force Majeure. Ricordo che io iniziai ad avere una qualche accortezza di quel che stava succedendo nel corso del primo fine settimana di marzo, mentre viaggiavo verso Innsbruck. Fu lì che iniziai a scrivere alcuni articoli sulle conseguenze di questo virus sulla nostra mobilità (questo, questo e questo).

Ci vollero però le decisioni straordinarie del governo italiano, prese il fine settimana successivo quando io ero a Leysin, per intuire finalmente la reale gravità dei fatti. In quel momento, la maggior parte dei miei amici e colleghi non italiani continuava a sottovalutare i possibili effetti del virus (e io mi burlavo per chat di Daniele e Anna, che erano piombati in un impensabile lockdown a Milano). Tutti quei momenti sono impressi nella memoria, come pure la giornata sopra Vevey con Andreas, il cineforum a Reithalle e poi, al mattino dopo, il trasferimento a Parigi con la paura che chiudessero le frontiere, il libro comprato a L’Odeur du Book e letto a Le Timbale, la cena con Luca e Marco e poi il confinement.

Infine, mi vergogno della distanza che intercorre tra lo sconvolgimento del nostro quotidiano e le chiacchiere banali con cui allontano quel che sta succedendo nei miei rari incontri con i commercianti, che spesso si concludono con un’apertura della braccia e un ‘Eh, stiamo a vedere‘. Basterebbe parlare un poco di come è cambiato il nostro lessico, con tante parole tutto sommato inedite (lockdown, auto-certificazioni, quarantena, tampone, picco, ondata, congiunti…) e altre, più vecchie, che hanno assunto un significato completamente nuovo (balcone, telelavoro, mascherina, assembramento). Alcune strane pratiche anomale si sono fatte rapidamente abitudini (le comunicazioni serali del presidente, primo ministro, o del comitato di esperti scientifici; la ginnastica casalinga; le videochiamate; le lunghe code fuori dal supermercato; gli applausi serali) e nel frattempo i paesaggi urbani sono stati stravolti (chi vorrebbe vivere a Londra o Parigi oggi?).

È passato un anno ormai: tutto è ancora in divenire.