Lorenzo & his humble friends

The fool doth think he is wise, but the wise man knows himself to be a fool

Category: essays

Jaja

In questo periodo chiuso in casa mi sono divertito a recuperare mentalmente le immagini che associo alla primavera.

La primavera di quando ero bambino erano le pedalate in bicicletta. Quelle serali, vicino al Convento delle Laste, con alcuni ragazzi della zona. E quelle del fine settimana con mamma, papà, e Anna. Fiumi, torrenti, parchi, ciclabili, strade sterrate, tra il Trentino, l’Alto Adige, e il Veneto. Era il periodo del Giro d’Italia, che seguivo con Stefano e con papà. La sera guardavamo il Processo alla Tappa: le giornate si allungavano visibilmente ed i commentatori parlavano in maglietta o camicia dalle piazze italiane, bellissime, al crepuscolo. (Francesca, che vive a Londra ed è rientrata a Trento per il lock-down, mi ha scritto da poco che “la primavera italiana è meravigliosa ed è forse la cosa che all’estero mi manca di più“). Io simpatizzavo per i ciclisti stranieri, chissà perché. Laurent Jalabert e Pavel Tonkov. Feci disperare mio zio Paolo: mi promise di comprarmi la maglietta di un ciclista, probabilmente convinto che gli chiedessi quella di Pantani. Io invece volevo quella di Tonkov e lui dovette andare a cercarla in un magazzino di Roma. La conservo e la metto ancora, ogni tanto.

Di quelle pedalate ricordo anche gli orribili pantaloncini arancioni aderenti e gli eccentrici calzettoni bianchi, che amavo portare fino a sopra il polpaccio per emulare i calciatori. Erano calzettoni della Nik, con la famosa freccia capovolta all’ingiù: i miei li compravano da alcuni ragazzi che li vendevano porta a porta.

Crescendo, la primavera ha assunto altre forme. Ci sono state quelle del venticinque aprile, quella irlandese, quella passata al lago di Caldonazzo per preparare le Facoltiadi; quella canadese (vissuta un pò a metà, per dire il vero); e, più recentemente, anche quelle toscane, spagnole, e svizzere in un colpo solo. Però quella che ricordo in maniera più vivida è la primavera vissuta a Bruxelles nel 2013, con Mindo, Giulia, Moe, Roberto, Giovanni, Alessandro, Vaida. Penso spesso ai parchi (Cinquantenaire, Bois de la Cambre, un altro parco dove andai con Giovanni, Giulia, Diletta, Katharina e Valentina, ma non ricordo il nome), alla gita fuori porta a La Hulpe, alla scappatella a Dusseldorf, alla gara a Uccle, alle birre nelle piccole piazze vicino a Saint Boniface.

ps: il titolo di questo post è il soprannome di Jalabert, Jaja, che nello slang francese vuol dire anche goccetto.

Una storia molto svizzera

Si dice che Friedrich Dürrenmatt non amasse particolarmente i cani. Egli, tuttavia, ne possedette almeno cinque nel corso della sua vita. Questi animali era fonte di ispirazione per lo scrittore svizzero: nei suoi racconti essi rappresentano la spiritualità e -talvolta- sono portatori di messaggi di morte.

Alcuni studiosi hanno scritto degli articoli accademici, analizzando la complessa relazione tra lo scrittore e questi animali. In questo blog tuttavia vogliamo interessarci dei cani posseduti da Dürrenmatt e da uno in particolare, protagonista di una vicina che ai miei occhi appare assai svizzera, nel bene e nel male.

Tutto quel che sappiamo di questo cane è che si trattava di cocker inglese regalato a Dürrenmatt da un vecchio colonnello bernese poco dopo il trasloco dello scrittore a Neuchâtel. Questo cane fu colpevole del rapido deterioramento del rapporto tra Dürrenmatt e la sua Vicina. Pare che all’epoca di finalizzare l’acquisto della magione, ella avesse chiesto – con uno sguardo scettico seppur pieno di formale benevolenza – se egli possedesse animali domestici. La persona che si era precedentemente interessata all’acquisto della casa aveva intenzione di trasformarla in un canile: la Vicina era riuscita a proibire la vendita, dal momento che odiava i cani, e aveva intenzione di fare lo stesso con il famoso scrittore nell’eventualità di cui egli si fosse rivelato possessore canino. Rassicurata dal fatto che Dürrenmatt arrivasse accompagnato dalla sola moglie, la Vicina aveva approvato la vendita della casa. Un voisinage vaguement aimable s’institua entre nous, à la mesure, bien entendu, de la froideur neuchâteloise, scrive allora Dürrenmatt.

Poi arriva in scena il cocker inglese; ed effettivamente fa molto rumore. La Vicina intraprende una personale guerra. Lo scontro si svolge, tipicamente, per mezzo di lettere raccomandate accompagnate da una buona bottiglia. In queste lettera la Vicina tenta di persuadere lo scrittore ad affidare la bestia a un vero amante dei cani, certo non come lui, che tuttavia iniziava a nutrire una vera affezione per questi animali come risultato di questo bombardamento epistolare.

Lo scrittore raccontava agli amici di aver risposto alle lettere ringraziando la Vicina per le segnalazioni e dicendo che avrebbe parlato della questione al cane, pregandolo di considerare attentamente il problema. In realtà Dürrenmatt non rispose mai a queste lettere; la Vicina gli tolse il definitivamente il saluto e gli fece causa, ma non fece in tempo a vincerla perché il cane le giocò un ultimo tiro e morì di vecchiaia prima che il Consiglio Municipale giungesse ad una decisione.

Difetti

Secondino Tranquilli nasce il primo maggio del 1900 a Pescina, un piccolo borgo dell’Italia centrale. Comincia ad interessarsi di politica fin da giovane e nel 1921 è tra i fondatori del Partito comunista italiano. La sua attività lo porta a viaggiare molto, soprattutto in Russia, ma anche in Francia e in Spagna. E’ in questo periodo che Tranquilli comincia a usare lo pseudonimo di Silone, al quale aggiungerà in seguito il nome di Ignazio.

Alla fine degli anni Venti, in pieno fascismo, il centro estero del partito comunista italiano si trasferisce in Svizzera e Silone sceglie l’esilio: prima a Lugano e successivamente nella più sicura Basilea. In questo periodo, Silone è affetto da gravi disturbi respiratori ed inizia a scrivere un libro. Dirà più tardi: « credevo di non aver più molto da vivere e allora mi misi a scrivere un racconto … Mi fabbricai da me un villaggio, col materiale degli amari ricordi e dell’immaginazione, e io stesso cominciai a viverci dentro. Ne risultò un racconto abbastanza semplice, anzi con delle pagine francamente rozze, ma per l’intensa nostalgia e amore che l’animava, commosse lettori di vari paesi in misura per me inattesa ».

Fontamara, pubblicato nel 1933 varrà a Silone il plauso di Alberto Camus (« Se la parola poesia ha un senso, è qua che la ritrovi, in questo spaccato di un’Italia eterna e rustica, in queste descrizioni di cipressi e di cieli senza eguali e nei gesti secolari di questi contadini italiani ») e dieci candidature al premio Nobel per la letteratura che, tuttavia, non vincerà mai. (Lo vinse, invece, lo stesso Camus nel 1957).

Nel dicembre del 1930 Silone viene fermato dagli ufficiali elvetici. Ricorderà poi che « dopo lunghe difficoltà, la Polizia degli stranieri svizzera mi riconobbe il diritto d’asilo a condizione che mi astenessi rigorosamente da ogni attività politica e anche da ogni collaborazione giornalistica avente carattere politico ». Silone si trasferisce allora a Zurigo, dove incontra numerosi esuli e intellettuali europei: Bertolt Brecht, Thomas Mann, Robert Musil.

Dopo tredici anni di vita a Zurigo, il 14 dicembre del 1942 Silone viene arrestato con l’accusa di svolgere attività comuniste e anarchiche ai danni dello stato elvetico. Il governo svizzero lo condanna all’espulsione. La pena è poi commutata in internamento, prima a Davos e in seguito a Baden. Poco prima del suo ritorno in Italia, avvenuto nel 1944, ricordando gli 11 anni trascorsi in Svizzera Silone ammise che Zurigo era diventata per lui una seconda patria: « Qui conto molti buoni amici e là dove sono gli amici, è la vera patria ». Dopo la liberazione scrisse: « Dovrò vivere a Roma, ma, ne sono certo, vi vivrò come un triste profugo zurighese. Quello che più mi piace degli svizzeri, a dire la verità, sono i loro difetti. Che il buon Dio glieli conservi! »

Stray ashes

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Un cubano

Ieri partita di calcetto con la squadra che ho messo assieme: è la squadra dell’ufficio, Swiss Forum of Migration (SFM), anche se per il torneo ho deciso che ci chiameremo Savoir Faire à Manger (SFM). Perso 8 a 1. Al Bistrò, poco dopo. Arrivo prima degli altri ragazzi perché sono in bici. Mi siedo e aspetto. Di fronte a me due passano due ragazze. Le guardo felice. Poi il mio sguardo incontra quello di un altro solitario avventore, anche lui chiaramente ammirato dalle donne. Attacca discorso. E’ cubano, si chiama Elias. Continua a parlare della cultura e di come lui la venda. Come, non mi è chiaro. Quel che invece è chiaro è che lui conosce ben poco della storia e della geografia e dell’arte; ma all’Havana ha incontrato Lorenzo Jovanotti e Antonello Venditti e si sente quindi un ambasciatore dell’arte italiana nel mondo. Arrivano i compagni: Marco, Robin ed Elie. Proviamo a parlare di noi, ma Elias ormai non si scolla più. Quando Robin racconta brevi storie salaci sul suo erasmus a Palermo, lui allarga le braccia e urla ‘Questa è cultura! Mi commuovo! Piango! Cultura!‘. Capisco che devo andarmene. Elias mi attacca un ultimo torrone sulla semplicità nella vita e l’importanza di essere positivi e fraterni. Queste sciocchezze da hippie squattrinati mi fanno infuriare. Mi congedo; lui dice che mi ha pagato tutte le birre e la cena, ma non è vero. Insiste sull’andare a fare serata assieme a Berna più avanti questo mese. Me ne vado.

Oggi arrivo in ufficio dopo pranzo. Robin mi chiede se ero già andato via quando il cubano ha rovesciato tutte le birre sul tavolo. Marco mi dice che sono un Giuda e che ‘quel cazzo di cubano si è fatto offrire tutte le birre e la cena‘. Elie non vuole più parlarmi.

Penso che regalerò loro una copia di Prendilo tu questo frutto amaro, live all’Havana 1995.

The world of today

This post was written on Thursday evening

It is the last time I am going back to Torino by train.

Since I moved there in October I have gone back so many times – on top of my mind I can recall four from Florence, three from Trento, one from Milan… I have discovered new train stations, like la Mediopadana. I have listened to bands I did not know before, like Snarky Puppy and Hiromi Uehara. I have also went back to some other bands I knew already, like The Cat Empire, Passenger, and Bon Iver. I have changed two apartments, but kept my mate Niels with whom I spent countless hours in the night playing ludo, chess, and that bizarre historical game of dates. It was always good to go back.

In Torino I found an elegant, bright, lofty city and I would have wanted to stay. But next Sunday I will have to move out again. Time always passes, seasons come and go, and so do I.

Panache

This is a post I wrote exactly one year ago from now. I am not sure why I did not publish it then. It clearly inspired me to take up some more serious cycling in the following months. I will share it now that my bike is getting rusty again. Perhaps it will wake my spirit up to some new competitions.

***

In December I bought a card game that features thirty of the greatest cyclists of all time and gives them somehow objectionable ratings on different aspects of their character. Before returning home for Christmas I started playing the game with Dani and the question arose: what, exactly, is panache? We looked it up and found that it means elegance, courage, style, verve. I liked the adjective and started throwing it into random conversations, often as a joke.

Part II: Lance Armstrong – again

Those of you who have been reading this blog for some time will know that there is one recurring topic here. And yes, here we go again: during the Christmas vacation I spent time watching a few more documentaries on my old obsession. Not only that: I watched interviews and short clips about some of the other characters of this epic – meant in the literal, ancient Greek sense of the word – tale. There is the simple man who fell from grace; the lesser man who betrayed, threatened, and begged; and there are a few wise men, who seem to be able to reckon what is right and what is wrong. There are many other fascinating characters – the evil doctor, the famous girlfriend, the evasive team director to mention just a few – but I am not going to talk about them now. This period of my life I have been fascinated by one wise man who appears in Lance Armstrong’s story. Until a month ago I did not know him well – at all. And the more I learnt, the more I liked this man. This is what I know now about him. His name is Greg LeMond.

Part III: Greg LeMond
(large parts of this section are taken from a variety of pages online, including wikipedia)

Greg LeMond was born in Lakewood and raised in Washoe Valley, which is a ranch country on the eastern slopes of the Sierra Nevada mountains. LeMond was a standout amateur rider. He turned professional in 1981 and in 1983 he won the World Championship outright, becoming the first American rider to do so. LeMond rode his first Tour de France in 1984, finishing third in support of team leader Laurent Fignon.

The following year he was brought across to La Vie Claire to ride in support of team captain Bernard Hinault who was attempting to win his fifth Tour. In the race Hinault led through the early mountain stages, but suffered a crash and came into difficulty. At this point it was clear that LeMond was an elite rider capable of winning the Tour in his own right. The injured Hinault was vulnerable, and his competitors knew it. At stage 17, which included three major climbs in the Pyrenees, LeMond followed Stephen Roche in an attack, but was not given permission to help build on the gap over the field. The managers of his La Vie Claire team ordered LeMond to sit on his wheel, a tactic to use the rider in front as cover for wind resistance so the following rider uses less energy. At the end of the stage LeMond was frustrated to the point of tears. He later revealed that team management and his own coach Paul Köchli had misled him as to how far back Hinault had dropped during the stage.. Hinault won the 1985 Tour, with LeMond riding as a dutiful lieutenant finishing second, 1:42 behind. As a repayment for his sacrifice Hinault promised to help LeMond win the Tour the following year.

However, Hinault’s support seemed less certain the closer the race approached. LeMond had bad luck during the fist stages, having suffered punctured tires and bicycle changes and slipped to the second stage behind Hinault. By the end of Stage 12, Hinault had a five-minute lead over LeMond and the other top riders. By Stage 17 LeMond has managed to fill the gap, dropping Hinault in four consecutive stages and pulling on the yellow jersey of race leader. The following day in the Alps saw Hinault attack again early on the first climb, but he was pulled back. Attempting an escape on the descent, he was unable to separate himself from LeMond. As they ascended up the next col they continued to pull away from the field, and maintained the gap as they reached the base of the final climb, the vaunted Alpe d’Huez. They pressed on through the crowd, ascending the twenty-one switchbacks of Alpe d’Huez and reaching the summit together. LeMond put an arm around Hinault and gave him a smile and the stage win in a show of unity.

But the infighting was not over. Hinault attacked again on Stage 19 and had to be brought back by teammates Andy Hampsten and Steve Bauer. Commenting on the team situation prior to the final individual time trial at Stage 20, LeMond offered the following with a wry smile: “He’s attacked me from the beginning of the Tour De France. He’s never helped me once, and I don’t feel confident at all with him.” LeMond would keep the yellow jersey to the end of the race and win his first Tour, but he felt betrayed by Hinault and the La Vie Claire team leadership. LeMond later stated the 1986 Tour was the most difficult and stressful race of his career.

LeMond had planned to defend his title in the 1987 Tour de France with La Vie Claire, but he was unable to participate because he was shot during a session of turkey hunting. The facts went as follows. LeMond was resting before the Tour in a ranch co owned by his father in Lincoln, California, together with Rodney Barber and Patrick Blades, his uncle and brother-in-law. The trio had become separated when Blades, who heard movement behind him, turned and fired through a bush. The movement had come from LeMond, who was hit in his back and right side with a devastating blast of approximately 60 No. 2-sized pellets. LeMond’s injuries were life-threatening, but fortunately, a police helicopter was already airborne near the scene and transported LeMond on a 15-minute air medical flight to the Medical Center at University of California-Davis. LeMond was taken for emergency surgery. He had suffered a pneumothorax to his right lung and extensive bleeding, having lost some 65 percent of his blood volume. A physician informed LeMond later that he had been within 20 minutes of bleeding to death. The events effectively ended his 1987 and 1988 seasons.

After struggling in the 1989 Paris–Nice early-season race and failing to improve his condition, LeMond informed his wife Kathy that he intended to retire from professional cycling after the 1989 Tour de France. He had some flashes of form in the Giro d’Italia’s final 53 km (33 mi) individual time trial into Florence. LeMond placed a surpising second there, more than a minute ahead of overall winner Laurent Fignon. However, at the start of the Tour de France LeMond was not considered a contender for the general classification. His own most optimistic hope was to finish his final Tour in the top 20. Without the weight of expectation and other pressures of being a Tour favorite, LeMond surprised observers with a strong ride in the 7.8 km (4.8 mi) prologue in Luxembourg, finishing fourth out of 198 riders. Buoyed by the result, LeMond continued to ride well over the opening flat stages, winning the 73 km (45 mi) stage 5 individual time trial, and gaining the yellow jersey of race leader for the first time in three years.  LeMond remained at the front of the race in the Pyrénées, but lost the lead to his former teammate and rival Laurent Fignon on stage 10 in Superbagnères. After a fierce fight on the mountains, with the yellow jersey quickly passing from one to the other, Fignon held a 50-second advantage over LeMond going into the 21st and final stage, a rare 24.5 km (15.2 mi) individual time trial from Versailles to the Champs-Élysées in Paris. Fignon had won the Tour twice before, in 1983 and 1984, and was a very capable time trialist. It seemed improbable that LeMond could take 50 seconds off Fignon over the short course. Le Monde rode the time trial with a rear disc wheel, a cut-down Giro aero helmet and the same Scott clip-on aero bars which had helped him to the Stage 5 time trial win. Instructing his support car not to give him his split times, LeMond rode flat-out and finished at a record pace to beat Fignon by 8 seconds and claim his second Tour de France victory. The final margin of victory of eight seconds was the closest in the Tour’s history.

LeMond’s return to the pinnacle of cycling was confirmed on August 27, when he won the 259 km (161 mi) World Championships road race in Chambéry, France, defeating Fignon again and edging Dimitri Konyshev and Sean Kelly on the line. The next year Le Mond won the Tour de France again, though in a less spectacular fashion than 1989. But then his conditions deteriorated. LeMond acknowledged that the increasing prevalence of doping contributed to his lack of competitiveness. Said LeMond: “Something had changed in cycling. The speeds were faster and riders that I had easily out performed were now dropping me”. Nonetheless, LeMond said there was something more, related to his body not functioning as it would have before. “I figure I had three months that went right for me after the hunting accident,” three months in which he won the two Tours and a world road race championship. “The rest were just pure suffering, struggling, fatigue, always tired.”

After retiring from cycling, LeMond founded LeMond Bicycles, invested in real estate, and opened a restaurant. He received intense criticism in 2001 when he publicly expressed doubts about the legitimacy of Lance Armstrong’s Tour success after learning of his relationship with Dr. Michele Ferrari. His outspokenness placed him in the center of the anti-doping controversy. Trek, the longtime manufacturer and distributor of LeMond Racing Cycles, had threatened to end the relationship at the behest of Armstrong. He described the two years following the forced apology as the worst in his life, marked by self-destructive behavior that ultimately led him to disclose his sexual abuse to his wife and seek help.

In 2007 Floyd Landis called him in August to ask why the former Tour champ had been so publicly vocal in the days after it was reported that Landis’s A sample from stage 17 of the Tour had tested positive for synthetic testosterone. LeMond made numerous TV appearances in the aftermath, and spoke in general terms about why he thought Landis should come clean if he had in fact doped at the 2006 Tour de France. “At first, I didn’t believe it was him,” said LeMond during direct questioning from USADA attorney Matt Barnett. “I was shocked he was calling me only because I thought it was a prank phone call. I confirmed it was really him and he asked why I would be making these public comments.” LeMond explained that he told Landis that if he did have a positive that it was a devastating thing for the sport. “I was very clear that I didn’t judge that he did or didn’t because the B sample wasn’t positive at the time,” LeMond continued, adding that he told Landis that he could “single handedly salvage the sport” by “[coming] clean.”Landis, according to LeMond, responded, “What good would it do?” then added that if he did “it would destroy a lot of my friends and hurt a lot of people.” LeMond went on to reveal that he told Landis that keeping dark secrets can ruin one’s life, then relayed his own story of being sexually abused as a child, a story LeMond said he had shared with only a few people and never talked about publicly until Thursday. “I was sexually abused before I got into cycling it nearly destroyed me,” LeMond said, adding he told Landis that he should come clean because, “This will come back to haunt you when you are 40 or 50…this will destroy you.

The drama continued on the eve of LeMond’s testimony, when LeMond received a phone call from a mysterious caller, who identified himself only as “Uncle Ron.” LeMond said he was perplexed at first, but that changed to concern when the caller made direct references to the conversation about sexual abuse that he had with Landis last August.“He said ‘Hi Greg, this is your uncle. This is your uncle Ron and I’m going to be there tomorrow,’” LeMond recalled. “I said, ‘Who is this?’ He said, ‘I’m going to be there and we can talk about how we used to hide your weenie.’ I got the picture right away that there are very few people who know about that. I figured this was intimidation.” The three-time Tour champ said the caller then hung up, and when LeMond redialed he got a voicemail message identifying the call recipient as “Will.” LeMond said he tried calling back three more times, finally getting an answer from someone who identified himself only as “Bill.” The conversation was inconclusive, so LeMond hung up and then called the police. A subsequent check of the number saved on LeMond’s mobile phone showed that it belonged to Landis’s business manager Will Geoghegan. Undeterred, LeMond took the stand and testified, before admitting to the world that he had been molested.

Prendendo a calci i giganti

E’ stata una campagna referendaria bizzarra e oggi Andrea ha scritto una cosa che mi ronzava in testa da tempo.

Semplificando, credo che nel corso della campagna ci siamo divisi in due blocchi non apertamente contrapposti, a differenza di quelli dei Sì e del No. Da un lato, il “blocco della ragionevolezza” ha cercato di maturare una decisione frugando tra varie analisi, esplorando dati e resoconti, testando la validità delle tante considerazioni che si potevano fare. Dall’altro, il “blocco delle anime pure” ha costruito giorno dopo giorno il senso eroico della propria posizione, identificando le considerazioni da enfatizzare (qualcuno anche quelle da nascondere), santificando i propri profeti e demonizzando quelli degli avversari. Durante la campagna, i ragionevoli avevano la necessità di capire, i puri avevano già capito tutto e preferivano battagliare;  i ragionevoli sono diventati i depositari del dubbio e dell’apertura, le anime pure gli apostoli delle proprie verità e certezze; i primi cercavano la riflessione, i secondi preferivano l’invettiva; i primi potevano ammettere apertamente le proprie mancanze, i secondi solo le colpe degli altri.

 

Un aspetto spaventoso di questa dinamica è che moltissime persone, quelle che Andrea chiama ‘i puri‘, hanno deliberatamente ignorato i fatti. Lo hanno fatto per tante ragioni: per opportunità politica o professionale, per ignoranza, oppure per sentirsi in pace con se stessi. Farò alcuni esempi. In molte discussioni si sosteneva e si sostiene tutt’ora che il nuovo senato non sarebbe eletto dai cittadini: questo è palesemente falso, in quanto il nuovo articolo 57 dice che ‘i Consigli regionali e i Consigli delle Province autonome di Trento e di Bolzano eleggono, con metodo proporzionale, i senatori fra i propri componenti‘ e come voi dovreste sapete i consiglieri regionali e quelli delle province autonome sono direttamente eletti. Un altro tema caro agli oppositori della riforma è l’indebolimento del Senato, cosa questa che indebolirebbe la democrazia: quest’argomento dovrebbe far inorridire chiunque abbia una minima nozione di politica comparata o del funzionamento dei sistemi democratici in Germania e nel Regno Unito, per dire. Anche sul fronte del Sì non sono mancate le dabbenaggini. Come ho già spiegato, difendere una riforma in funzione del risparmio sui costi fa tremare i polsi a chiunque abbia sinceramente a cuore il funzionamento delle istituzioni pubbliche.

In un sistema in cui prevale la ragionevolezza, tutte queste argomentazioni non avrebbero potuto circolare per più di qualche ora, perché non hanno senso. Si tratta di applicare ragionamenti consolidati nei secoli e condivisi tra i maggiori esperti di teorie politiche e eliminare il campo dalle fandonie. E’ quello che si usava fare un tempo: saliamo sulle spalle dei giganti, cioè i grandi studiosi che ci hanno preceduto, per vedere meglio la realtà. Ma oggi quei giganti preferiamo prenderli a calci. Lo si è fatto nel Regno Unito e negli Stati Uniti, dove gli esperti sono stati derisi. E’ ormai tristemente nota l’uscita dell’ex segretario alla giustizia inglese Michael Gove, che in piena campagna Brexit disse che la gente ne aveva avuto abbastanza degli esperti. In Italia sta succedendo la stessa cosa. Provate anche voi a entrare in un dibattito referendario spiegando che alcune delle tesi promulgate da uno o dall’altro schieramento – più da uno che dall’altro, a onor del vero – non hanno alcun senso. Nel migliore dei casi verrete ignorati; nel peggiore verrete considerati parte dell’élite che ha causato la rovina di tanti ordinari cittadini.

Un fatto piuttosto grave, a mio avviso, è che i ricercatori e docenti universitari siano parte in causa di problema. Moltissimi di loro, quasi tutti invero, hanno deciso di entrare nella campagna referendaria come ‘puri‘, non come ‘ragionevoli’. E così gli accademici hanno giocato a difendere l’uno o l’altro lato del dibattito senza spiegare al pubblico la natura della riforma in modo tale che ciascuno potesse farsi una propria opinione al riguardo. Paradossalmente, una delle uniche eccezioni in questo panorama è stata quella di uno dei professori che è anche politico, Francesco Palermo, che ha scritto una serie di illuminanti articoli sulla riforma e sul referendum.

Illuminanti, già. Perché l’idea che la ragionevolezza dovrebbe dominare il dibattito pubblico viene dall’illuminismo, che contribuì a portare l’analisi razionale nel mondo, strappando il diritto di distinguere la realtà al divino e portandolo all’umano – in particolare alla ragione umana. Ne avevo già scritto in un lungo articolo che avevo pubblicato due mesi fa e che purtroppo torna ad essere estremamente attuale anche nel dibattito italiano. La mia speranza è che invece di seguire ciecamente gli slogan dei nostri salvatori e profeti possiamo cominciare a cercare ragionevolmente le nostre opinioni, magari salendo di nuovo sulle spalle di quei giganti che ci hanno preceduto nei secoli.

8 novembre

E’ il secondo martedì di novembre e come succede ogni quattro anni i cittadini americani si stanno recando a votare in quelle che sono le elezioni più seguite al mondo. Io non ho scritto nulla al riguardo, se non qualche riflessione tangenziale. Non che non abbia seguito questa campagna elettorale, intendiamoci: negli ultimi mesi ho letto molti articoli di persone che spiegavano ad altri come usare il proprio voto e ho ascoltato lunghi ragionamenti sul carattere dei candidati, il loro curriculum, i loro stipendi, il loro look. E’ che mi è un po’ passata la voglia, ecco tutto. Questa nevrotica iper-personalizzazione del dibattito fa sparire la parte nobile e divertente della politica, quella in cui discutiamo sul tipo di società in cui vorremmo vivere.

Io, ad esempio, trovo molto più politico degli articoli che molti di noi condividono sui social network quello che fanno Marco e Leila, due amici ritrovati qui a Torino. Loro non si lanciano in iperbolici appelli al voto e non scrivono strampalati articoli su un blog iper-narcisista e auto-referenziale. Semplicemente, comprano cibo di cui conoscono l’origine, vanno alle manifestazioni per i diritti dei lavoratori precari, studiano e quando possono cercano di organizzare attività per persone in difficoltà economica. Insomma, sono una coppia di hippie che cercano di vivere in maniera consapevole e credo sia anche per questo che è bello passare del tempo con loro.

Post scriptum: Forse il nesso tra Marco, Leila e le elezioni di oggi è un pochino labile, ma spero coglierete il concetto. Per tutto il resto ci sono la newsletter di Francesco Costa e gli articoli di Lorenzo Ferrari.

The dukes of Savoy and Sicilian ice-cream

The House of Savoy is one of the oldest royal families in the world, being founded in year 1003. The dukes of Savoy used to rule the historical Savoy region around Nice, but that changed in 1563, when they decided to shift their capital from Chambéry to Turin. By then it had become abundantly clear that the Po Valley offered more room for expansion.

In fact, military expansion was the dynasty’s principal ambition. This can be easily noticed today by any person who wonders around Turin. Across the city’s squares there is a magnificent abundance of statues of kings, princes, generals, and soldiers. My favourite is in Piazza Carlo Alberto, with the bronze figure of the king waving his sword mounted on his horse and and four bersaglieri with their bayonets underneath.

Historically, not many people are aware of the fact that the first significant expansion of the Savoy was the annexation of Sicily to their Kingdom in 1713. In all truth, the way in which Sicily became part of the new Kingdom of Piedmont was twisted, to say the least. After centuries of Spanish rule, armies of both French and Austrian emperors had both occupied the island. In 1707 the Peace of Utrecht gave precedence to the Austrians. They, in turn, decided to hand Sicily over to their newly acquired friend, Victor Amadeus of Savoy. This was a rather bizarre decision, as no part of Italy is so unlike Piedmont as it is Sicily. Victor Amadeus sailed to Palermo in 1713, probably indifferent to these nuisances.

His enthusiasm, however, proved to be short-lived. In his masterpiece on The pursuit of Italy, David Gilmour explained that ‘coming from a place where nobility had a tradition of military and state service, Victor Amadeus could not understand why Sicilian aristocrats were so unwilling to be soldiers or administrators. He called their assembly in Palermo an ice-cream parliament, because eating ice-cream seemed to be its members’ most conspicuous activity. The nobles were equally contemptuous of this rustic-looking northerners and regretted the disappearance of Spain’s elegant and elaborate viceregal court. Victor Amedeus soon tired of trying to rule an ungrateful island offered it back to Austria provided he was compensated by somewhere else where he could be called a king; eventually he managed to get himself made King of Sardinia’.

At the time he could not know that more than a century later, in 1861, the Dukes of Savoy would regain possess of Sicily and thus become the first monarchs of the nascent Kingdom of Italy.