Lorenzo & his humble friends

The fool doth think he is wise, but the wise man knows himself to be a fool

Category: essays

Facts, facts, facts

In the late summer several newspapers started writing about the widespread diffusion of post-truth politics. I digged into it and began working on an article for Unimondo myself. After a couple of weeks, however, I realised the article was coming out too long, too broad, too prescriptive. I had two ways out: cut, simplify, submit; or extend, develop, and publish the result on my blog instead. I opted for the latter. Here is the essay.

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Quello della menzogna in politica è un tema vecchio quanto la politica stessa. Già per i filosofi dell’antica Grecia la scelta di parlare in maniera chiara e franca, detta parresia, costituiva uno dei tre fondamentali atteggiamenti etici del buon cittadino. Alcuni secoli più tardi, in uno dei più longevi prodotti letterari dell’Italia rinascimentale, Niccolò Machiavelli spiegava che ‘quelli Principi aver fatto gran cose, che della fede hanno tenuto poco conto, e che hanno saputo con astuzia aggirare i cervelli degli uomini, ed alla fine hanno superato quelli che si sono fondati in su la lealtà’. In età contemporanea ‘Verità e Menzogna’ diventa il titolo di un’opera in cui Hanna Arendt spiega che una delle caratteristiche essenziali del totalitarismo è proprio l’inclinazione a trascurare il dato di fatto e a fabbricare la verità sostituendo, attraverso la menzogna sistematica, un mondo fittizio a quello reale.

Nel mondo dove sono cresciuti i miei genitori il tema della menzogna in politica era ancora molto importante. Farò alcuni esempi. Nel 1971 il New York Times pubblicò alcuni stralci dei documenti segreti del Dipartimento della difesa, i Pentagon Papers, che riconoscevano l’assoluta inutilità strategica dell’impegno americano in Vietnam. Che questa ammissione fosse stata conosciuta e tenuta segreta dai governanti statunitensi fu motivo di profonda indignazione nell’opinione pubblica. Ci fu poi il Watergate, durante il quale Richard Nixon dichiarò ripetutamente di non essere coinvolto: quando fu poi smentito dai fatti dovette pronunciare la famosa frase “Non sono un imbroglione” (I’m not a crook). Un altro presidente degli Stati Uniti, Ronald Reagan, passò buona parte del 1986 insistendo che la sua amministrazione non aveva scambiato armi per gli ostaggi in Iran. Quando fu smentito nei fatti ammise: “il mio cuore e le mie migliori intenzioni mi dicono che è vero, ma i fatti e l’evidenza mi dicono che non lo è. Più recentemente, Tony Blair ha dovuto scusarsi in seguito al rapporto della commissione indipendente che accusa il suo governo di aver usato informazioni false sul possesso di armi chimiche o biologiche  nelle mani di Saddam Hussein per convincere il parlamento britannico e l’opinione pubblica del proprio paese ad approvare la guerra in Iraq. Sono solo alcuni episodi; avrei potuto sceglierne altri. Il punto è che siamo cresciuti in un mondo politico in cui generalmente, dopo un lungo –talvolta lunghissimo–  dibattito sui fatti, emergeva una verità.

Nelle ultime campagne elettorali, invece, stiamo assistendo sempre più spesso a un fenomeno definito dall’Economist ‘post-truth politics’ (la politica post-verità): i fatti non sono contestati, semplicemente non contano più nulla. E la verità si sdoppia, si moltiplica addirittura. Gli esempi più clamorosi sono quelli relative alla campagna elettorale del candidato repubblicano alla Presidenza degli Stati Uniti, Donald J. Trump, che nell’ordine ha: sostenuto la tesi secondo cui Barack Obama non è nato negli Stati Uniti bensì in Kenya; raccontato di aver visto migliaia di arabi esultare nel New Jersey al racconto delle Torri Gemelle in fiamme l’11 settembre 2011; suggerito che il padre del suo sfidante alla nomination repubblicana, Ted Cruz, fosse coinvolto nell’assassinio di John F. Kennedy; e che Obama fosse il fondatore dell’ISIS e Hillary Clinton la co-fondatrice. La sfacciata disonestà di Trump è senza precedenti: le sue bugie sono talmente numerose che è impossibile tenere il conto. Mentre i giornalisti di The Dailywire ne hanno messe assieme 101, il sito di verifica dei fatti Politifact ha rilevato che il 15 per cento delle affermazioni di Trump è per lo più falso, il 36 per cento falso e il 19 per cento rientra nella categoria “panzane clamorose”. C’è una grossa differenza tra queste bugie e quelle di Nixon, Reagan, Blair. Trump, in effetti, non contesta i fatti: li ignora, li inventa, li costruisce.

Mentre l’attuale candidato repubblicano rappresenta forse il caso più estremo di post-truth politics, vale la pena ricordare che si tratta di un fenomeno globale. Nel Regno Unito, la campagna per la Brexit è stata costellata da informazioni completamente false. il sito infacts.org ha raccolto cinque colossali deformazioni dei fatti che sono state diffuse per convincere il popolo britannico a votare per il Leave: “La Turchia diventerà membro dell’Ue nel 2020”; “Siamo sempre messi in minoranza da Bruxelles”; “La UE ha bisogno di noi più di quanto noi abbiamo bisogno di loro”; “Ogni settimana la Gran Bretagna invia a Bruxelles ben 350 milioni di sterline”; e “Lasciare la Ue per salvare il Sistema Sanitario”. Aaron Banks, che è il fondatore della campagna Leave , ha spiegato il segreto del successo in questi termini: “La campagna Remain si è basata sull’idea fatti, fatti, fatti. Semplicemente non funziona. Devi connettere con la gente emozionalmente”.

Come è possibile? In altre parole, quali sono le ragioni per cui in politica è possibile ignorare i fatti? E perché un tempo non troppo lontano non era così facile stravolgere la realtà? Una spiegazione ha a che vedere con la diffusione di internet e, in particolare, dei social network. Questi spazi di comunicazione contribuiscono in maniera fondamentale alla scomparsa dei fatti dal dibattito pubblico – almeno in tre modi diversi. In primo luogo, gli algoritmi di facebook e twitter creano degli ecosistemi di informazione. E’ quello che gli esperti chiamano homophilous sorting: invece di presentare agli utenti visioni differenti, la selezione dei link contribuisce a rafforzare le opinioni preesistenti. In secondo luogo, molti degli articoli sono scritti da persone che non hanno alcuna preparazione: è una delle conseguenze della democratizzazione di internet, che fornisce a tutti un amplificatore per farsi sentire, senza aver bisogno di passare esami e di ricevere qualifiche e certificazioni. In terzo luogo, su internet – e sui social network in particolare – le menzogne, gli articoli faziosi non sono necessariamente sottoposti a rettifica. Restano invece nell’etere, a consumo degli utenti. Tanto che ormai governi come quello cinese o russo non si preoccupano di rimuovere articoli critici nei loro confronti. Un recente articolo pubblicato su Wired ha spiegato che il regime della Repubblica Popolare, fra le tante strategie per tenere al guinzaglio la pubblica opinione, avrebbe anche a disposizione un esercito di due milioni di persone quotidianamente operative sui social network drogando i dibattiti digitali dei cittadini con una montagna di commenti e opinioni che conducano quelle discussioni verso fronti più graditi al governo di Pechino. A chi chiede ai gestori di Facebook e degli altri social network di fornire un servizio migliore agli utenti, i gestori rispondono che non si tratta di siti d’informazione e come tali non sono regolamentati secondo le stesse norme che disciplinano i giornali tradizionali.

C’è una seconda spiegazione per cui, in un modo più avanzato tecnologicamente, i fatti contano sempre meno. Viviamo in una realtà frammentata in cui esistono moltissime fonti di informazione e in questo calderone è facile perdere la bussola. L’incertezza suscita volontà di rivalsa e provoca in molti individui l’esigenza di risposte semplici e immediate; anche perché c’è chi alimenta deliberatamente questa confusione. In un memo del 2003 Frank Luntz, un sondaggista per il Partito Repubblicano, scriveva così: “Se il pubblico credesse che le questioni scientifiche sono risolte, le loro visioni sul riscaldamento globale cambieranno di pari passo. Perciò bisogna continuare a fare della mancanza di certezza scientifica una questione primaria nel dibattito”.  Non c’è dunque da stupirsi se viviamo in una realtà in cui sempre più persone dubitano dei media e delle istituzioni pubbliche.

In questo contesto, chi sfida il sistema non è punito, ma preso come esempio di come bisogna rispondere alle élite al potere. C’è, ovviamente, qualcosa di positivo in un atteggiamento di dubbio della verità, dal momento che lo scetticismo verso le istituzioni aiuta a sviluppare senso critico. E tuttavia c’è una grossa differenza tra mettere in dubbio la verità ed ignorare deliberatamente i fatti. Quando Michael Gove, ministro della giustizia del governo Cameron nel Regno Unito, diceva che “la gente in questo Paese ne ha avuto abbastanza di esperti”, stava dando voce a un sentimento di diffusa, ripetitiva pulsione a cercare cospirazioni, un fenomeno molto radicato anche in alcune formazioni politiche italiane.

Il mio professore di Politica Comparata ci raccontava che quando lui era studente presso Karl Popper, la prima cosa che l’anziano docente scriveva sulla lavagna all’inizio di ogni lezione era ‘Facts, facts, facts’. Senza i fatti, in una realtà completamente malleabile, prevale la massima di Nietzche secondo la quale esistono solo interpretazioni. Un altro filosofo, Norberto Bobbio, diceva che chi non crede nella verità sarà sempre tentato, soprattutto in politica, di “rimettere ogni decisione alla forza”. Prima di lui, fu l’illuminismo a portare l’analisi razionale nel mondo, strappando il diritto di distinguere la realtà al divino e portandolo all’umano – in particolare alla ragione umana. Cartesio, e il suo “penso, dunque sono”, rappresentava il massimo di questa filosofia, che oggi è sfidata, nei fatti, da candidati repubblicani, movimenti politici populisti, giornalisti in mala fede, e commenti pressapochisti postati sui social network da persone magari benintenzionate ma evidentemente poco avvezzi all’arte della parresia.

Reinventing oneself

Some lessons I learnt after living for two months without a home and spending all my time on trains, planes, and friends’ houses (thanks!). A note for the random visitor: these are just scattered notes I write for myself, not a coherent post.

Communication

People seem to waste too much of their time communicating with digital devices. This is an old refrain, I know, but it is scary how people use their phones nowadays – and for what? I have been on trains where all the persons of a family of four never spoke to each other for the whole ride, because they were all incessantly looking at their devices. Whatsapp, Facebook messenger, emails, sms, Twitter, emails, Telegram: even me, I am inundated by applications to chat. I often think of a line of a certain Passenger’s song, we pretend to be friends on the internet when in real life we have nothing to say. As a reaction I have grown increasingly more inept at communicating with my phone. Forget long messages. Rather, I have elected four simple ways of communicating with you: (1) this blog; (2) a short sarcastic message, picture, or video to laugh about; (2) a handwritten letter, for those of you who really matter; (4) a flight/train ticket to come and see each other in person.

Smartphone apps, more generally

There was a moment of my trip when I was craving for a map of Berlin. Until that point I had been getting around anywhere just fine using googlemaps. Sure, the app was working well; but I realised it was my fourth time in Berlin and I still had no idea of how the city was structured and I could not even remember the name of the neighbourhood where I was staying. The way I use googlemaps is just to get to A to B and, as a consequence, I never memorise the information. I made a resolution for myself to start using old paper maps again – like these. It is not for a case that when I was still in Trento I had the ambitious project of creating one. (I failed, but not for lack of trying).

Being a guest

I received precious hospitality by Giallu, Martina, Pietro, Giulia, Jonas. I learnt to wake up in the sun, listen to classical music, treat wooden objects with respect, prepare a smoothie, separate clothes in the laundry machine. But – hei – I am just not made for being a long-term guest. I feel like I am invading someone else’s space. So this experience confirms that I am a bourgeois deep down in my bones. The word bourgeois, as you know, denotes a person that takes for granted the sanctity of property. This brings me to point 4 of my diary.

Stuff

Niels, who is going to live with me in Torino in a couple of days, says that he wants to have his belongs packed in one simple bag. A-ha: nonsense. Living in Florence for three years I have accumulated an incredible amount of stuff: books, clothes, games, bikes, paintings, a scooter, laptops, tables, all sorts of technology. This stuff -material stuff, really- reflects my personality; in some ways, it is even an extension of it. This is why I feel so strange knowing that it is now scattered around six different houses (err – and I take the opportunity to thank again my friends for their patience).

Home

Material stuff reflects my personality, sure. There is another reason, though, why it is so important to me: it also captures a particularly happy period of my life. So now when I take up Bruti I remember the late evenings playing it with Dani; when I take that one glass of whiskey I remember the night when I was with Thomas and he knew he got into law school; when I look at the little school bus I remember of my improvised journey all the way to Denmark with Iris; and so on: you got the gist. Now – of course you realise I have been bloody sentimental about leaving my home in Florence, but I think that is for a reason. At the moment I doubt I will ever find a place so welcoming, so radiant, so relaxed as that. But then, who knows? When I got there in 2013 I had just experienced Brussels with Mindo, a truly marvellous flatmate and friend. So I was convinced I could not find anything better than that. In fact, half an hour after my arrival in the house Ada and I were fighting -literally fighting- over the consequences of Spanish colonisation in South America, leaving short of words both Jonas, who had rented the cheapest room but was forcefully assigned the most expensive one upon his arrival ‘because you are the last one who arrived and since we have already put our luggages in the other room it be a bit of a hassle to move them now, no?‘; and Dani, who had been accepted in the house at the last minute just because the girl who had been favoured over him turned out to be pregnant. It ended up going swimmingly: they are my closest friends now. So let us be surprised again.

Stories that move me around

Last week I gave a short and simple presentation for Atlas on the topic Why do we travel? A talk about the kind of stories that inspire us to continue exploring our environments and its remote cultures. The talk is part of a new series of events that we decided to call Science of Travel.

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I started by asking the question of Doug Lansky: why did travelling go from this to this? One answer to this question is that travelling has got a lot easier: not only in the sense that there are more planes and means of transportation available to all; but also in the sense that the experience itself has changed. The spread of global brands like tripadvisor, hostelbookers, hostelsworld, mcdonalds, marriot’s has transformed tourism into a much more accessible, impersonal, standardized experience. Nowadays we can find the very same venues in all the main tourst locations around the world and when we use them we know exactly what to expect from our journey. This, of course, makes the life of travellers much easier.

At the same time, easy tourism defies the original purpose of travelling. Travelling was always a way of loosing ourself, to be disoriented, so that we can understand ourselves better. In fact, travel was always a spiritual experience. It is not by chance that some kind of voyage figures prominently in all the main monoteistic religions: Moses travels to Mount Sinai too get the ten commandments, Jesus travels across the desert to find himselfm, Mohammed’s first encounter with God is in Cave Hira, and even buddah becomes the Buddah when travelling in the wilderness. Religions show us the transformative aspect of travel. When we are disoriented, our thoughts are amplified and we establish a more unique connection with what is around us. So now it should be clearer why travelling with technology and relying on mass tourist destinations and global brands… is not really travelling at all. As Chelsea writes in her 1 year without a cell phone, ‘I didn’t want to have Google Maps at my disposal, pull up answers in the palm of my hand, or browse through the Top 10 Places to See on a screen. I wanted to touch the shoulder of a stranger and ask for help, get local advice, hear stories firsthand. I didn’t want a search bar telling me where to eat‘. By contrast, the millions of people who travel this way are more like consumers walking into supermarkets than travellers experiencing surprising destinations.

How can we have a more authentic travel experience, then? Relying less on technology and going for something hard is a good starting point; but it is not only about being more connected to nature than to the internet, though. It is also about doing something hard, as opposed to something easy. Many people nowadays walk the Camino de Santiago looking for something that is not predictable, and not standard. Hardness gets us moving – and it brought us to the moon: it was JFK who famously said ‘we decided to go to the moon not because it was easy, but because it was hard‘. Tough obstacles make for nice stories.

This is why, when I set off for a trip, I go with the objective of writing one short story about one person I will meet. It is not much about the act of writing: it is more about changing my mindset and actively looking for encounters. This is how I learnt to pay more attention. But then, of course, each of us has a different way of looking for and telling their own stories. In Gran Canaria I met a variety of creative persons. Marco, for instance, does it by playing music: his Kamelen Goni is a means of fostering encounters and transmitting his feelings. Abel uses the light to write stories through the photos of his camera. Silvia paints. I write. At the end of the day we all travel for a story.

Sembra di stare a Roma

It took us six months longer than initially announced, but we are now moving out from our house and we are leaving Florence.

It is a huge change for me: this has been my life for the last three years. I cannot imagine a better place and a better routine than this. But as I have written previously, I am a bit like a bike: balance only comes when I am in motion. So off again.

Before moving to the future, I wanted to take a second to recollect some thoughts on the past. Daniele and Anna have been my point of reference since I moved here. I am not going to bore you with the usual sentimental rants: Daniele is a brother to me, full stop. Rationally, however, I can identify those things that brought us together: we shared the same silly irony, the cultural references (boris, stories about panache, impressions, suicidal bunnies), the desire to take up little nerdish things and get passionate about them (poker, bruti), the striving for new projects (gingerello, cineforum, hostels, dinners and presents) and plans for the future (morocco, dolomitesmaremma, poggio la noce, pelago – am I the only one to see a pattern here?). With him, just like with Matteo, it was a constant sdrammatizzare. (It is term that I won’t bother translating in English). Looking back at these experience I realize we always involved other people. It is going to be a lot harder without him, and Ada, Jonas, Meha, Nele, and Markus.

The house, of course, was special also because it came with a certain magic of itself. The last few days we were packing everything and cleaning up the storage room and the mezzanine. It was a bit like public works in Rome: any time we were moving something some strange memories from the past would emerge. I will write more on this in the next few days, as I will officially move out next week and I will spend some days in Ponte alle Riffe 39 alone with all my demons.

Before that, I am off to Switzerland for the hardest bike race I have ever done, with the worst preparation I could possibly have, and with a very messy road trip ahead. The red team is on the move again. I am very happy I am going to go.

Qualità della vita

Arrivo in stazione Termini verso le undici, poco più di un anno dall’ultima volta che sono stato qui. Di tutte le capitali europee che ho conosciuto, Roma continua a essere quella che mi mette più a disagio. Traffico, sporcizia, caldo opprimente e una bellezza suprema. Provo a non pensarci, sono concentrato sul mio progetto. Mi dirigo verso la biblioteca, una piccola biblioteca da trenta persone al massimo. All’ingresso ci sono quattro impiegate (quattro) che non mi fanno entrare: non ci sono posti disponibili, devi aspettare mi dicono frettolosamente. Sembrano molto impegnate a risolvere importanti questioni di lavoro. Mi accomodo su una seggiolina davanti a loro, e passo così la successiva mezz’ora seguendo una meticolosa discussione atta a pianificare gli straordinari in modo tale da massimizzare lo stipendio mensile. A un certo punto si ricordano di me e mi fanno entrare: si sono accorte che in realtà c’erano almeno tre posti disponibili all’interno. Scrivo per due lunghe ore, tutte ritmate dal costante sbottare dei clacson nella strada vicina. Verso le tre mi dirigo a un ristorante vicino: la pasta cacio e pepe è memorabile, la vista su una strada giocosamente trafficata mette di buon umore. Penso che la Svizzera sarà pure ai vertici delle classifiche sulla vita, ma dei pranzi così se li sognano, gli elvetici. Vorrei lo stesso caffè del signore al tavolo accanto, dico, e il cameriere va dal signore e gli porta via il caffè, lo vuole l’altro cliente, mi scusi, scherzo, sto a scherzà! gli dice, e poi me ne porta un altro uguale, saporito, forte, buono. Vado a fare la mia intervista in un edificio vicino alla stazione. Senzatetto ad ogni slargo, rifiuti ovunque, senso di disagio. L’intervista va bene, il mio interlocutore è generoso ed eclettico, come questa città nei suoi giorni migliori. Torno in stazione. Tutti i treni hanno un ritardo di un’ora. C’è stato un incidente a Latina, gracchiano gli altoparlanti, e un calo di tensione a Viterbo. Dopo un’ora e mezza il mio treno finalmente inizia a rollare. Il ragazzo seduto di fronte a me sopporta stoicamente il ritardo che gli farà perdere l’enorme festa di compleanno di cui ha lungamente parlato al telefono con sua moglie. Arrivati alla stazione Tiburtina il treno si ferma improvvisamente e l’altoparlante annuncia un ulteriore ritardo e si scusa per il disagio. E stocazzo, sbotta il mio dirimpettaio. Già: stocazzo.

Un nobile fine

Questo sarà un post molto personale, quindi scritto di getto e senza revisioni.

Ho ragionato sulla misura del mio coinvolgimento in questo referendum. Inizialmente avevo pensato, riflettendo su quel che succede con i commenti relativi alla politica italiana, che forse dovrei lasciare la parola ai cittadini britannici: è sempre fastidioso leggere articoli superficiali scritti da commentatori stranieri. Ma questa è un situazione diversa: il ruolo del Regno Unito nell’Unione Europea costituisce buona parte di quello che ho studiato, dei miei viaggi, del mio lavoro. Spero di riuscire a non essere superficiale.

Sono rimasto silenzioso durante la campagna referendaria, perché disgustato dal livello del dibattito – il personalismo, le menzogne, la falsificazione dei dati, la bassezza, la grossolana rappresentazione degli immigrati. Sono convinto che, al di là del risultato, il tono usato lascerà una scia tossica. Ma sono rimasto silenzioso anche perché, in fondo, ero convinto che alla fine avrebbe prevalso il fronte del Remain. Credo sia ragionevole dire che per i britannici l’uscita dall’Unione Europea è l’equivalente di un suicidio collettivo – economicamente, socialmente, culturalmente. Quindi me ne sono stato zitto. Poi però questa mattina al risveglio ho provato nuovamente quelle sensazioni violente che avevo sperimentato quando ero ancora un ragazzino e piangevo nella mia camera per l’elezione di Silvio Berlusconi. Oggi non ho pianto, ma ho avuto paura: è andata alla gola, e da lì allo stomaco. E allora ne scrivo.

La paura è venuta pensando a temi generali, non personali. Quelli personali sono pure bruttini e li voglio elencare per darvi un’idea di quanto questo referendum ci riguarda personalmente. Primo, l’andamento della borsa: solo nella giornata di oggi i miei risparmi  hanno perso circa il 10% e sono preparato a ulteriori perdite nei giorni a venire. Poi ho pensato a tutte le prospettive di lavoro futuro rese molto più incerte: dall’idea di un post-doc in Gran Bretagna a tutti i progetti di ricerca finanziati dal governo inglese. Infine ho pensato al mio articolo sulla storia dell’integrazione europea che avevo faticosamente preparato negli ultimi quattro mesi ed era finalmente pronto: ora toccherà riscriverlo. Bene. Queste sono cose personali. Mi infastidiscono.

La cosa spaventosa, però, è che da oggi è realistico pensare che qualcuno possa portarmi sottrarmi dei diritti cui ho sempre goduto. Con l’uscita dall’Unione, i miei coetanei nel Regno Unito potrebbero perdere l’erasmus, la libera circolazione, il diritto all’assistenza sanitaria in un altro Paese europeo. E’ terribile pensare che questo possa accadere da un giorno all’altro, anche quando la maggior parte dei giovani votano contro. La questione è stata sintetizzata piuttosto bene dal Financial Times: ‘La generazione più giovane ha perso il diritto di vivere e lavorare in altri 27 paesi. Non conosceremo mai la piena portata della perdita di opportunità, le amicizie, matrimoni e esperienze che verranno negate. La libertà di circolazione è stata portata via dai nostri genitori, zii e nonni in un ulteriore colpo a una generazione che è stata già affogando nei debiti dei suoi predecessori‘.

L’altra cosa spaventosa è che questo referendum è parte di un fenomeno più ampio, la cui portata ho forse sottovalutato troppo a lungo. La generazione del dopo-guerra ha prosperato grazie all’idea della moltiplicazione: la mia condizione socio-economica migliora assieme a quella del mio vicino. Questa è l’idea sulla base della quale è stata costruita l’Unione Europea, che con tutti i suoi difetti ha interrotto millenni di conflitti, ha portato ricchezza e mobilità. Io grazie a quest’istituzione ancora molto giovane – più giovane dei miei nonni, per dire –  ho ricevuto un’educazione internazionale, ho studiato e lavorato in altri Paesi, ho intrattenuto relazioni con persone che venivano da luoghi che quegli stessi miei nonni, fino a sessant’anni fa, non avrebbero potuto nemmeno immaginarsi di visitare. Quel che succede oggi è che ci sono partiti politici che tornano a flirtare con l’idea che la nostra ricchezza personale può accrescere solo a danno di quella dei nostri vicini. E’ l’idea -vecchia- di chiuderci all’immigrazione e affidarci esclusivamente allo Stato-nazione. Ci sono tanti politici, negli Stati Uniti, in Francia, in Italia, che cavalcano queste idee e da qui a un anno potrebbero essere al potere. E’ una prospettiva mostruosa: pensateci bene.

Noi, le persone che hanno a cuore questi argomenti perché abbiamo avuto il privilegio di viaggiare, studiare, e prosperare, nel vero senso della parola, dovremo aumentare il nostro impegno. Non lasciamoci scoraggiare e usciamo dalla bassezza dei toni usati fino a qui. Leggiamo, studiamo, parliamoci, proviamo a riflettere sul tipo di società dove vorremmo vivere. Sforziamoci di convincere chi conosciamo dei meriti di una politica ottimistica, informata, aperta al mondo. Quello in cui crediamo è nobile, più nobile di chi mette le idee a servizio delle proprie ambizioni e piccoli rancori.

A questo riguardo leggo commenti sciocchi su Facebook da parte dei miei amici: come se chi ha votato Leave fosse una massa di cialtroni ignoranti. Io pure credo che la scelta di lasciare l’Unione Europea sia completamente irrazionale; ma va rispettata e magari compresa. Lo scrivevo un mese fa e lo ripeto ora: trattare in maniera sprezzante le idee politiche diverse dalle nostre è pericoloso, oltre che sbagliato. Mi insegna Old Tom che credere nella democrazia non richiede di andare d’accordo con la gente; richiede, invece, di rispettare il diritto di ognuno di scegliere – tra cui quello di scegliere il male sul bene. La democrazia non è perfetta, e neppure finge di esserlo. Eppure c’è molto di buono in un sistema in cui tutti, bene o male, hanno una voce in capitolo su questioni comuni e la cui legittimità si fonda sulla possibilità di esercitare tale diritto. Anche se di tanto in tanto spezza il cuore.

Reactions

Mercoledì 24 febbraio sono state introdotti in tutto il mondo i nuovi tasti con cui Facebook ha sostituito il tradizionale “mi piace”: si chiamano Reactions. Sammi Krug, product manager di Facebook, ha spiegato così l’introduzione di Reactions:

Ogni giorno, le persone vanno su Facebook per scoprire che cosa succede nel loro mondo e in giro per il mondo, e condividono ogni sorta di cose, che siano aggiornamenti felici, tristi, divertenti o riflessivi. Il News Feed è il modo principale con il quale potete avere aggiornamenti sui vostri amici, sulla vostra famiglia e su tutto quello che vi interessa, e il posto principale nel quale avere conversazioni con le persone a cui tenete. Abbiamo ascoltato le persone e capito che dovrebbero esserci più modi per esprimere più facilmente e più in fretta come vi fa sentire qualcosa che vedete nel News Feed. È per questo che oggi introduciamo Reactions, un’estensione del tasto “mi piace”, per darvi più modi per condividere le vostre reazioni a un post in un modo facile e veloce.

Già, le nostre reazioni. Così ora oltre a “mi piace” sarà possibile esprimere le nostre emozioni anche attraverso “love”, “haha”, “wow”, “sad”, ed “angry”. E’ un perfetto appiattimento esagonale. I lettori attenti, probabilmente quelli che mi conoscono di persona, hanno già capito dove voglio andare a parare. E allora lo dico: sì, questo post fa il pari con il precedente, è un’ennesima tiritera contro la società moderna. Abbiate pazienza.

Intendiamoci, comunque: è una società fortunata quella in cui vivo (wow!). Sono ricco di possibilità che ai miei genitori, nonni e bisnonni furono precluse, etc. etc. Mi pare, però, che molte delle recenti innovazioni stiano contribuendo notevolmente a spappolare il cervello dei miei coetanei (sad). Quando sono in coda alle poste, sull’autobus, perfino nelle conversazioni con persone che non vedevo da anni osservo un’assoluta capacità di comunicazione orale. Sono circondato da citrulli (angry?). Non saprei in che misura questo dipenda dal fatto che internet e i telefonini creano l’illusoria sensazione di poter comunicare continuamente e di far sentire le persone più vicine l’una all’altra; ma insomma, questo sicuramente gioca una parte, per piccola che sia. Ci troviamo con un completo appiattimento del vocabolario, degli scambi verbali, e delle nostra reazioni emotive. “Continuiamo così”, diceva Nanni Moretti/Michele Apicella, “facciamoci del male”.

 

OK – e con questo finisco il mio ciclo di scontate rimostranze anti-moderne. A seguire, come dicono i conduttori dei programmi radio che ascolto in questi giorni – radio che ascolto in sostituzione dei siti web e notiziari TV come parte del mio periodo di rigetto per le nuove tecnologie, ça va sans dire  – a seguire, dicevo, un post più allegro e divertente scritto dalla nostra cara amica Ada. Buonanotte e buona fortuna.

Some things you already know, but forget to think about

Yesterday evening I came home from the cinema and I realized I was not able to have a conversation with Dani because I was too hooked up by the messages and the updates on my phone. It was just as if I wasn’t there.

I have a relatively balanced relation with my phone, I believe. I check it sporadically, it is always on silent mode, and I never stare at it for more than a minute or so. And yet, there are moments I realize I am switching off the brain because of my phone. “As smoking gives us something to do with our hands when we aren’t using them, Time gives us something to do with our minds when we aren’t thinking,” Dwight Macdonald wrote in 1957. Smartphones have the same effect: they keep our hands busy and they make us mindless. This is also the beginning of the article I want to share with you in this post. You are all intelligent people, otherwise you would not be reading my blog*, and so you know already that compulsive use of your smartphones makes you anxious and incapable of experiencing empathy. So it is not that you need to read another article on  how excessive use of your smartphones degrades you life quality because you already know: it is bad. Yet, it is just good to be reminded of how bad it is. There are interesting data, too. Think of this: on average, people check their phones 221 times a day— once every 4.3 minutes. In a 2015 Pew survey, 50% of the teenagers interviewed said they used their phones to “avoid others around you.” Which is exactly what I do when I check the phone on the metro, on the queue, or while I wait for my date or my friends in front of a cinema, theatre, or whatever other circumstance you can think of.

The article reviews a book, Reclaiming Conversation: The Power of Talk in a Digital Age, that starts with a psychological argument. The author of the book, MIT professor Sherry Turkle, finds the roots of the problem in the failure of young people absorbed in their devices to develop fully independent selves. Phones and texting disrupt the ability to separate from one’s parents, and raise all the kind of other obstacles to adulthood. The book, it seems to me by reading the article only and not the manuscript itself, celebrates the value of occasional solitude and makes all the kind of references to Thoreau – oh yes, baby, another recurring topic on my blog, that’s right.

At the same time, the article is also a useful reminder of how quickly our society has become hyper-connected. The first touchscreen-operated iPhones went on sale in June 2007 an today already, as the article says “not carrying a smartphone indicates eccentricity, social marginalization, or old age“. It still happens to me to be asked for the phone number of my mum by her colleagues. Their disbelief when I explain she does not have a phone is – how can I say –  palpable. They simply do not believe me. Maybe next time I can tell them it is an old, eccentric, marginalized mum I have. But that’s not true: I never told her in person, but because this blog is a way for me never to be separated from my mum (err), I can use it to tell her that one of the reasons why she’s cool is precisely she doesn’t have a smartphone.

Also – avoiding all this texting she will probably escape the three most extreme consequences of the digital hyper-connection the articles talks about. These are narcissism, disinhibition, and the failure to care about the feelings of others. Which is a funny coincidence, now that I think of it, because these are also the three most recurring definition of this blog coming from my inner circle of friends. Oh, wait a minute …

 

* these are the kind of bad jokes that used to piss Stefania off – big time. And I think it was so because she knows that down in the bottom of my heart I really believe this to be true.

Tre fratelli

Si pone all’attenzione del grande pubblico di questo blog la commovente vicenda di Biraghi, Zuppa e Pressburger. Il sorteggio della nascita li volle fratelli: prole dell’unione di un duca toscano con una bella marchesa i sornioni Biraghi e Pressburger, figlio illegittimo di una relazione del duca di cui sopra con una contadina lo scapestrato Zuppa. Fu un’infanzia esuberante la loro, trascorsa tra le imponenti mura del casale paterno e i pini secolari del parco circostante, situato ad alcune miglia dalla luminosa Firenze. A dispetto di quanto si possa pensare, la vita nell’isolamento delle campagne può infatti risultare assai piacevole. E tuttavia un destino acerbo incombeva sui tre fratelli. Il duca padre, infatti, sparì improvvisamente dopo aver dissipato l’intero patrimonio di famiglia in una serie di sciagurate scommesse sulle corse clandestine di levrieri uzbeki. I tre fratelli dovettero rifugiarsi all’estero per evitare di cadere vittima dei ripugnanti creditori pisani. Si divisero così tra Spagna (Zuppa), Repubblica Ceca (Biraghi) e Canada (Pressburger). In quegli anni bui la proprietà di famiglia fu saccheggiata e lasciata andare in rovina. Pare, tuttavia, che da alcuni mesi i tre fratelli siano tornati sotto falso nome nella regione natia dove hanno avviato dati alla produzione di un innovativo liquore artigianale, escamotage pericoloso ma necessario a racimolare il denaro per ricomprare la magione di famiglia e vendicare le ingiustizie subite.

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Bloody wars

I have been taking a few classes on the history of war recently. Armed conflicts are a bloody matter. Of all the things I heard, however, there is one that I would like to bring home – so to say. It is the story of Liechtenstein’s military intervention in the third war of Italian unification.

The principality sent troops into battle in 1866, dispatching an 80-man contingent to assist the Austrians on the border between Italy and Tyrol (my region, in fact). However, the expeditionaries never once saw the enemy and sustained not a single casualty. “In fact,” writes Bill Bryson, “they came back with 81 men, because they had made a friend on the way.” Two years later and with only this one conflict on the records, Liechtenstein dissolved its army and went about its other business.