Lorenzo & his humble friends

The fool doth think he is wise, but the wise man knows himself to be a fool

Category: politics

La sinistra sta scomparendo

Oggi ho riletto un articolo che scrissi a giugno e che si intitolava Socialdemocrazia europea addio? dove spiegavo che i partiti socialdemocratici sono al governo in meno di un terzo dei Paesi europei – Repubblica Ceca, Francia, Slovacchia, Svezia, Portogallo e Italia – e in alcuni di questi casi sembrano destinati a una batosta elettorale. Una ragione importante di questo tracollo elettorale sta nella totale mancanza di idee per contrastare le politiche neo-liberiste che, a sua volta, va ricondotta al graduale assorbimento delle ricette del centro-destra dal 1980 a oggi.

C’è una foto che fu scattata un anni e mezzo fa, al termine di un incontro fortemente voluto da Matteo Renzi assieme agli altri leader del centro-sinistra in Europa. Oggi tutti i leader rappresentati in quell’immagine hanno perso il loro lavoro, con l’unica eccezione del francese Manuel Valls, che al momento sembra comunque destinato a prendere una sonora scoppola nelle elezioni presidenziali del 2017, se non prima.

4305-0-862806813-002-kg9f-u43110536014321fbg-593x443corriere-web-sezioni

Nell’articolo spiegavo che anche se fino ad allora Matteo Renzi aveva mantenuto un alto consenso doveva essere consapevole dei rischi che correva se non fosse riuscito a trovare quanto prima un’alternativa alle politiche di austerity della Commissione Europea: in un’intervista al Financial Times il giorno dopo le elezioni del dicembre scorso in Spagna, Renzi aveva detto “Non so cosa succederà al mio amico Mariano [Rajoy, il primo ministro uscente che non riuscì a raccogliere una maggioranza relative dei seggi in quella tornata elettorale], ma so che tutti coloro che sono stati in prima linea nelle politiche del rigore senza crescita hanno perso il lavoro“.

Oggi anche Renzi ha perso -almeno per il momento- il suo lavoro e questo perché il suo governo non è riuscito a creare una una visione a lungo termine capace di influenzare le decisioni europee e sfidare l’egemonia esistente in Europa. Il risultato del referendum e l’analisi dei flussi elettorali dimostrano che nella vittoria del ‘No’  c’è tutta la protesta per una crisi economica che non accenna ad esaurirsi. Quelle messe in pratica dal Partito Democratico sono state misure a breve termine, prive di visione e soluzioni di continuità.

Per evitare di scomparire, la sinistra ha bisogno di parlare a una voce, tirar fuori un’idea precisa e un modello economico condiviso. Forse è già troppo tardi. Per consolarsi, o capire meglio quel che succede, tornerei a consigliare a tutti gli animi di buona volontà un libro di cui avevo scritto nel 2014:  Ill Fares the Land, tradotto in italiano come Guasto è il Mondo. Buona lettura.

Scattered thoughts

The people have spoken, the bastards.’ Dick Tuck, 1966.

Two years after the elections for the European Parliament, Renzi essentially confirms he can reach out to 40% of the voters. But there is one crucial difference: back in 2014 it was a huge victory, this time it is a bitter defeat. In the end, the ‘Yes’ vote in the constitutional referendum reached a majority of the votes only in Trentino Alto-Adige, Tuscany, Emilia-Romagna and in all the foreign constituencies.

Renzi lost his enormous political capital when he stopped showing his vision and turned into a tactician, when he ceased to be an outsider and became ‘one of them’. Interestingly, in his very gracious resignation speech he never mentioned the party of which he is secretary. This is a worrying sign for a political group that was already internally fragmented, with members scattered around a variety of different positions and even different places during the scrutiny of the votes. Renzi’s lack of recognition to the party, however, might be due to the fact that he wants to take full and sole responsibility for this electoral loss.

But while the defeat clearly has one father, the victory has many. Following the referendum results all the usual suspects are coming out of the woodwork: politicians who have been kept floating for over twenty years – Calderoli, D’Alema, Berlusconi, Bersani. Alas, I keep thinking that it would have been easier to change Prime Minister differently. I don’t know, for instance by coming out with a credible alternative plan and a leader. At the moment I still cannot see any.

Italy now is the latest European country to be plunged into a political crisis by an anti-establishment surge. There is little doubt on the fact that this was a vote against the incumbents rather than on the Constitution, since the vast majority of the people interviewed did not even know -or deliberately decided to ignore- the contents of the reform that was on the ballot.

Tomorrow morning, Italians will realise there is a major banking issue to be handled, which was put on hold until the referendum. We will also realise there are widening risk premiums in eurozone sovereign bonds and a *very* fragile economic recovery. Good luck, to all of us.

 

Alla ricerca del tempo perduto

Domenica non sarò in grado di votare al referendum costituzionale perché sarò in viaggio tra la Germania e l’Italia per un impegno che avevo preso molto prima di conoscere la data della consultazione. Mi spiace davvero, perché quando sono sufficientemente convinto che certe decisioni siano giuste ci terrei a metterci il mio voto.

Se avessi potuto, avrei votato a favore della riforma. Personalmente sono convinto che questo adeguamento della Costituzione italiana contribuisca a migliorare il sistema decisionale. Come ho spiegato altrove, molto dipenderà poi dall’implementazione della riforma che verrà data dai gruppi politici che saranno eletti in futuro. Altre riforme, scritte meglio di questa, sono state implementate in maniera disastrosa. E tuttavia sono disponibile a prendermi il rischio, perché credo che sia urgente rendere più efficienti le nostre istituzioni. Personalmente non ho paura di un governo che sia nelle condizioni di prendere decisioni e rimanere in carica per cinque anni; anzi, credo che sia uno scenario desiderabile per la democrazia in Italia, con buona pace di tutti coloro che invocano il rischio di deriva autoritaria. Infatti sono perfettamente d’accordo con Claudio Giunta, che scrive questo:

I lamenti sulla deriva autoritaria e sull’uomo solo al comando riflettono a mio avviso l’idea, molto diffusa soprattutto a sinistra, che il potere sia una cosa in sé negativa, e che per stemperare questa ontologica negatività sia bene imbrigliarlo, renderlo inoperante dando al maggior numero possibile di persone o enti il maggior numero possibile di chances d’intralciare il suo esercizio. Io mi vedo intorno di continuo – nella vita quotidiana, nell’università – i disastri che questo modo di pensare porta con sé: lentezza nelle decisioni, contiguità tra controllati e controllori, irresponsabilità, trasformismo.

C’è di più. Ci sono le parole pronunciate da Giorgio Napolitano il 21 aprile 2013, all’indomani dei giorni drammatici in cui i rappresentati di PD, PDL, Lega e SC gli chiesero, in via del tutto eccezionale la disponibilità ad essere ri-eletto Presidente della Repubblica dopo aver capito che il sistema era fermo in una totale impasse. Napolitano accettò e nel suo discorso d’insegnamento ricordò quanto segue.

Non meno imperdonabile resta il nulla di fatto in materia di sia pur limitate e mirate riforme della seconda parte della Costituzione, faticosamente concordate e poi affossate, e peraltro mai giunte a infrangere il tabù del bicameralismo paritario. Molto si potrebbe aggiungere, ma mi fermo qui, perché su quei temi specifici ho speso tutti i possibili sforzi di persuasione, vanificati dalla sordità di forze politiche che pure mi hanno ora chiamato ad assumere un ulteriore carico di responsabilità per far uscire le istituzioni da uno stallo fatale. Ma ho il dovere di essere franco: se mi troverò di nuovo dinanzi a sordità come quelle contro cui ho cozzato nel passato, non esiterò a trarne le conseguenze dinanzi al Paese. Non si può più, in nessun campo, sottrarsi al dovere della proposta, alla ricerca della soluzione praticabile, alla decisione netta e tempestiva per le riforme di cui hanno bisogno improrogabile per sopravvivere e progredire la democrazia e la società italiana».

Le opportunità politiche hanno fatto sì che la logica che allora era condivisa da quasi tutti, e cioè che l’Italia avesse urgente bisogno di semplificare e migliorare il proprio sistema istituzionale, si perdesse dietro le preferenze di ognuno. Resta il fatto che quel che era ovvio in quell’aprile del 2013, e cioè che lo stallo del sistema politico a cui si era giunti non rendesse più rimandabile un cambio di assetto per superare perlomeno il bicameralismo paritario, è ovvio anche oggi.

Non ritengo, infine, che il voto sia un plebiscito sul governo, anche se tante persone che stimo e che hanno provato a riflettere sulla questione siano giunte a conclusioni diverse, da Francesco Costa a Michele Santoro e Fabrizio Barca.  Comunque la pensiamo, dobbiamo smetterla di ragionare esclusivamente in funzione dei leader, come se il mondo si riducesse a chi è pro o contro Renzi. La politica, quella buona, la si fa ragionando sulle idee e cercando di migliorare il funzionamento delle comunità. A me pare che, al netto di tante criticità che non ho mancato di riportare su questo blog, la riforma costituzionale approvata dal Parlamento migliori la nostra democrazia e spero, come privato cittadino, che questa scelta venga confermata nel referendum di domenica.

Votare sì al referendum

Vorrei spiegare le ragioni per votare Sì al referendum costituzionale del 4 dicembre. Come già detto nel mio precedente post sul tema, si tratta di una scelta individuale: a meno di non essere accecati dall’ideologia, questa riforma avrà per ognuno dei pregi e dei difetti. In gioco c’è un’idea di paese e il dibattito tra chi crede che il governo debba sostanzialmente essere imbrigliato e indebolito per poterlo controllare meglio e chi invece ritiene che il governo debba essere rafforzato e reso più efficiente per poter attribuire più chiaramente le responsabilità dell’azione politica. Sono due visioni completamente diverse e questo è l’aspetto nobile della contrapposizione tra il Sì e il No. Poi ci sono aspetti meno nobili.

Il fronte del Sì ha sbagliato nel mobilitare alcuni di questi ultimi. La personalizzazione del referendum sulla figura del Primo Ministro Matteo Renzi, ad esempio, ha avvelenato e continua ad avvelenare il dibattito sul merito della riforma. Inoltre, l’inclusione nella campagna per il Sì del tema del risparmio dei costi della politica è una scelta demagogica e, seppur forse inevitabile in un clima di diffusa anti-politica, fortemente nociva alla qualità del dibattito pubblico. Quando si parla delle nostre istituzioni politiche, della nostra democrazia, non si può ragionare in termini di risparmio economico. Questi sono due problemi di principio.

Ci sono poi i problemi di merito. La riforma costituzionale accentra molti poteri nelle mani del governo, togliendoli alle regioni. Da una parte, si tratta dell’inevitabile conseguenza dello sciagurato atteggiamento dei governatori e delle assemblee regionali che negli ultimi anni hanno fatto parlare di sé più per una serie di scandali – dal caso di Er Batman nel Lazio alle abbuffate a danni dei contribuenti dei consiglieri sardi – che per l’introduzione di politiche innovative. Dall’altra parte, si tratta anche un riflesso del pendolo della storia: dopo un trentennio in cui tutti parlavano dell’Europa delle regioni, molti stati hanno deciso di ri-centralizzare alcuni poteri. L’Italia sarebbe solo l’ultimo di una lunga serie. E tuttavia io, personalmente, continuo a credere fortemente nella suddivisione territoriale del potere e avrei preferito una riforma capace di migliorare i controlli sulle regioni, piuttosto che indebolirle.

Va detto, tuttavia, che questa riforma produce anche una serie di norme che potrebbero portare all’apertura di nuovi spazi per le regioni. La riformata previsione dell’art. 116 c. 3, ad esempio, introduce la possibilità per le regioni di guadagnare competenze in importanti ambiti (giudici di pace, politiche sociali, istruzione, ordinamento scolastico, università, politiche attive del lavoro, formazione professionale, commercio estero, beni culturali, ambiente e ecosistema, ordinamento sportivo, turismo, governo del territorio) a condizione che queste ultime si trovino in condizioni di equilibrio di bilancio. Come ha notato il Senatore Palermo, il messaggio sarebbe: “meno autonomia per tutti, più per chi la merita”. Molto dipenderà quindi dalla capacità delle regioni di negoziare forme più ampie di autonomia.

L’altra parte fondamentale della riforma è quella riferita alla modifica del Senato. Vi è da decenni un consenso quasi unanime, tra politici e studiosi, sulla necessità di abbandonare il cosiddetto bicameralismo perfetto, ossia un parlamento composto da due camere con gli stessi poteri e composte in modo analogo. E’ quindi ipocrita l’invocazione di molti nella difesa di questa forma di governo, che negli anni si è rivelata assolutamente inefficiente. La principale ragione della riforma non è quella della velocizzazione del processo legislativo, ma della sua accresciuta efficacia. Il Parlamento resta bicamerale, ma solo i deputati rappresenteranno “la nazione”, mentre il Senato dovrebbe, almeno sulla carta, rappresentare “le istituzioni territoriali” (art. 55). Conseguentemente, il rapporto di fiducia col governo sarà riservato alla sola Camera e anche nell’attività legislativa la Camera avrà un ruolo dominante. L’idea della riforma è dunque quella di rendere più facile l’attribuzione delle scelte politiche della maggioranza e delle opposizioni, evitando l’opaca navetta e lo scarico di responsabilità tra le due camere.

Allo stesso tempo, la riforma razionalizza la produzione legislativa del governo che, come si sa, è cresciuta enormemente nel corso del tempo. Ormai le leggi di iniziativa parlamentare sono una parte quasi insignificante della legislazione complessiva: un disegno di legge di iniziativa parlamentare ha attualmente solo lo 0,8% di possibilità di essere approvato. Tra decreti legge, decreti legislativi, disegni di legge di iniziativa governativa e questioni di fiducia, il vero legislatore è da tempo il governo. La riforma fa due cose, a tal riguardo. Primo, limita il ricorso ai decreti legge elencando le materie in cui quest’ultimo non è possibile, tra cui le leggi elettorali o il ripristino di norme dichiarate illegittime dalla Corte costituzionale; e stabilisce anche che i decreti debbano essere immediatamente applicabili ed omogenei per materia (oggi nei decreti si trova invece di tutto). Secondo, la riforma introduce il procedimento a data certa che, escludendo alcune materie (tutte quelle bicamerali, le leggi di bilancio, le ratifiche di trattati, ecc.), offre la possibilità al governo di chiedere alla Camera di esaminare entro 70 giorni i disegni di legge ritenuti “essenziali per l’attuazione del programma di governo” (art. 72 c. 7). Ciò consente di evitare il ricorso a troppi voti di fiducia, consentendo la trattazione rapida delle leggi importanti. Il governo avrà dunque tre strade per legiferare: approvare decreti legge seguendo criteri assai più stringenti rispetto ad oggi, presentare un disegno di legge ordinario o richiedere l’approvazione a data certa. Potrà poi chiedere al Parlamento la delega a disciplinare alcune materie in modo organico attraverso decreti legislativi e potrà porre la questione di fiducia; e tuttavia risulterà assai più conveniente  ricorrere al nuovo procedimento a data certa piuttosto che alla fiducia, perché l’eventuale voto contrario alla proposta del governo non implica un obbligo giuridico di dimissioni.

Questo aspetto rappresenta la parte meno contestata della riforma, assieme ad altre norme sulle quali la riforma va a intervenire e risulta oggettivamente impossibile obiettare. Sto parlando di:

  • abolizione del CNEL, un organo che mai ha svolto il ruolo pur importante che la costituzione gli ha affidato
  • eliminazione del riferimento alle Province nel testo della Costituzione, così che queste non saranno più organismi costituzionalmente necessari
  • costituzionalizzazione dei diritti delle minoranze parlamentari, pur rinviandone integralmente la disciplina concreta ai regolamenti parlamentari
  • introduzione del requisito di “equilibrio tra donne e uomini nella rappresentanza” per le leggi elettorali di Camera e Senato, colmando definitivamente una lacuna a livello costituzionale
  • introduzione del principio di trasparenza della pubblica amministrazione che, per quanto già acquisito in dottrina, giurisprudenza e nella legislazione ordinaria, rappresenta una indicazione di intenti potenzialmente importante

Anche al netto di questi miglioramenti, la riforma rimane certamente imperfetta. Ma come ha osservato il professor Panebianco, “non è forse paradossale che, in un mondo imperfettissimo come il nostro, persone imperfette pretendano riforme perfette?“. Non esiste al mondo una riforma perfetta e vale forse la pena ricordare che anche la costituzione del 1948 fu aspramente criticata per la sua imperfezione. In Italia, come in ogni altro ordinamento democratico, le riforme le fanno i rappresentanti del popolo nelle assemblee politiche e la ricerca del consenso impone compromessi e mette talvolta in secondo piano dettagli in nome del prevalente interesse a un esito complessivo utile.

Votare no al referendum

Un altro post in vista del referendum del 4 dicembre, ormai il terzo su questo blog. Qui vorrei spiegare meglio le ragioni per votare No. Nei prossimi giorni farà seguito un corrispondente con le ragioni per votare Sì. Prima di cominciare ed elencare le ragioni che possono giustificare un voto contrario, fatemi ribadire che si tratta di una scelta personale, perché ci sono cambiamenti oggettivamente necessari e cambiamenti molto più discutibili, aspetti che possono piacere o meno, elementi in grado di funzionare bene e altri il cui funzionamento è assai improbabile. Ciascuno sceglierà in base alle proprie valutazioni, convinzioni e preferenze. In questo quadro è importante capire bene cosa stiamo andando a votare; o, come diceva Luigi Einaudi, ‘conoscere per deliberare‘.

Cominciamo, dunque. La campagna del No è molto eterogenea e sta mobilitando argomenti per larga parte fuorvianti, come ad esempio l’idea che la Costituzione non si debba toccare (è già stata modificata quindici volte dal 1948 ad oggi), che questa riforma induca un rischio di deriva autoritaria (a meno che voi non consideriate regimi autoritari quelli in vigore nel Regno Unito o in Francia), o che con il nuovo sistema i senatori non sono eletti (certo che sono eletti, nel contesto delle elezioni regionali; e pensate forse voi che il Belgio è più democratico della Lituania solo perché nel primo caso gli elettori votano rappresentanti alle regioni, alla camera e al senato mentre la Lituania solo alla camera?). Quel che più è nocivo della campagna del No, tuttavia, è la personalizzazione del referendum, con tante persone propense a votare no per delegittimare il governo in carica e punirlo per altre riforme: quella elettorale, o quella sul mercato del lavoro, ad esempio. Questo atteggiamento, proprio anche della campagna del Sì come spiegherò nel post dedicato, è tossico: il 4 dicembre si voterà su un quesito preciso e, come giustamente osservato da altri, i governi passano ma la Costituzione resta. Dunque vi invito a lasciare da parte tutte le considerazioni che esulano il testo della riforma costituzionale.

Sgombrato il campo da questi elementi, rimangono oggettivamente poche ragioni valide per la campagna del No. Quelle consistenti, tuttavia, sono state efficacemente elencate dal professor Ugo de Siervo. Le sue obiezioni sono molto fondate.

 

De Siervo dice che anche se in astratto non si può che essere d’accordo con l’idea di semplificazione promossa dalla riforma, le critiche principali si appuntano sull’eccesso di semplificazione che la riforma introdurrebbe, accentrando troppo il potere dalla periferia al centro. Da una parte il nuovo Senato, che non avrà un mandato unitario, rischia di diventare una camera politica senza reali poteri: all’atto pratico, la sua resa dipenderà dal reale funzionamento della nuova dinamica tra parlamento e governo. Dall’altra parte, con questa riforma le regioni perdono molti dei loro poteri attuali, in funzione di una visione dello stato più centralista. Non è chiaro se il conflitto tra governo e regioni sarà effettivamente ridotto. Ricordiamo che l’enorme aumento di tali conflitti dopo la riforma del 2001 si è stabilizzato una volta che la Corte costituzionale ha definito l’ambito delle diverse competenze. Il nuovo sistema espande la competenza esclusiva del governo ma introduce anche una lista di competenze regionali e mantiene la competenza regionale su tutte le materie residuali, cioè non attribuite al governo, che in linea teorica potrebbero essere significative e comunque richiedere una co-legislazione: pensiamo, ad esempio, a industria, agricoltura, artigianato, circolazione stradale. Insomma, a meno che le regioni non rinuncino del tutto al proprio potere legislativo, i conflitti non spariranno, anzi.

La principale ragione che vedo io per votare No al referendum di dicembre è che la riforma accentra molto i poteri in capo allo Stato, cioè al governo, senza effettivamente porre le premesse per una riduzione del contenzioso con le regioni e senza garantire che il Senato diventi una camera di rappresentanza territoriale. La riforma è dunque sicuramente imperfetta. Se nel referendum vincerà il Sì inizierà inevitabilmente un percorso a tappe nel quale molto dipenderà dalla capacità delle Regioni e del nuovo Senato di negoziare e gestire i propri margini di azione.

Post scriptum: sono andato sul sito del Comitato per il no e mi sono letto le ragioni ivi elencate per votare no. Alcune sono vere, altre sono false. Le riporto con un mio commento a seguire.

Produce semplificazione? NO, moltiplica fino a dieci i procedimenti legislativi e incrementa la confusione

Non è del tutto vero: i nuovi procedimenti legislativi sono due, leggi monocamerali e bicamerali. A tutte le leggi non bicamerali si applicherà lo stesso procedimento, con tre possibili varianti riguardanti casi specifici. Le leggi bicamerali hanno invece alcune possibili varianti.

Amplia la partecipazione diretta da parte dei cittadini? NO, triplica da 50.000 a 150.000 le firme per i disegni di legge di iniziativa popolare

Vero è che la riforma prevede l’innalzamento a 150.000 del numero di firme necessario per i disegni di legge popolari, ma dovete tenere conto che la popolazione è molto aumentata dal 1948, quando il numero di 50.000 fu introdotto, ad oggi. Inoltre, mentre nella pratica attuale queste proposte non trovano quasi mai seguito in Parlamento, la riforma garantisce che la discussione e il voto della proposta “sono garantite nei tempi, nelle forme e nei limiti stabiliti dai regolamenti parlamentari”. La riforma dunque alza la soglia, ma alza anche le garanzie a tutela della partecipazione diretta. Allo stesso tempo, la riforma introduce un riferimento alle “altre forme di consultazione”, mirando a costituzionalizzare il ricorso alla democrazia partecipativa. Inoltre, la riforma aggiunge garanzie anche per i referendum abrogativi: mentre oggi questi sono validi se vi partecipa la maggioranza assoluta degli aventi diritto, la riforma prevede due ipotesi con quorum distinti: se la proposta di referendum è stata sottoscritta da almeno 500.000 elettori (come oggi) ma meno di 800.000, il quorum resta invariato (quindi serve la maggioranza assoluta); se invece la richiesta è stata supportata da più di 800.000 firme, il quorum non andrà più calcolato sugli aventi diritto, ma in base al numero dei “votanti alle ultime elezioni della Camera dei deputati”. In pratica, dunque, il quorum viene significativamente abbassato. In via generale la riforma mira ad agevolare rispetto ad oggi il ricorso alla democrazia diretta e partecipativa pur nel quadro di un sistema basato sulla democrazia rappresentativa.

Supera il bicameralismo? NO, lo rende più confuso e crea conflitti di competenza tra Stato e regioni, tra Camera e nuovo Senato  

Lo scopo della riforma non è mai stato quello di superare il bicameralismo, ma piuttosto di superare un bicameralismo simmetrico in cui Camera e Parlamento hanno gli stessi poteri e funzioni. La riforma delinea differenti poteri e funzioni tra le due camere. Allo stesso tempo, come ho spiegato sopra, potrebbe effettivamente creare nuovi conflitti di competenza tra Stato e regioni.

È una riforma innovativa? NO, conserva e rafforza il potere centrale a danno delle autonomie, private di mezzi finanziari.

E’ vero che la riforma rafforza il centro e personalmente sono critico di questa visione. Non vedo, tuttavia, la correlazione tra rafforzamento del potere centrale e mancanza di innovazione.

È una riforma legittima? NO, perché è stata prodotta da un parlamento eletto con una legge elettorale (Porcellum) dichiarata incostituzionale

Falso: proprio nella sentenza (la n. 1 del 2014) con cui hanno dichiarato l’illegittimità costituzionale del cosiddetto Porcellum, i giudici costituzionali hanno precisato:“È evidente, infine, che la decisione … produrrà i suoi effetti esclusivamente in occasione di una nuova consultazione elettorale, consultazione che si dovrà effettuare o secondo le regole contenute nella normativa che resta in vigore a seguito della presente decisione, ovvero secondo la nuova normativa elettorale eventualmente adottata dalle Camere. … È pertanto fuori di ogni ragionevole dubbio – è appena il caso di ribadirlo – che nessuna incidenza è in grado di spiegare la presente decisione neppure con riferimento agli atti che le Camere adotteranno prima di nuove consultazioni elettorali: le Camere sono organi costituzionalmente necessari ed indefettibili e non possono in alcun momento cessare di esistere o perdere la capacità di deliberare”.

Diminuisce i costi della politica? NO, i costi del Senato sono ridotti solo di un quinto e se il problema sono i costi perché non dimezzare i deputati della Camera?

Vale qui la pena ricordare che la riforma è frutto di un compromesso tra diverse forze politiche ed è evidente che il dimezzamento del numero dei deputati della Camera era un obiettivo estremamente difficile da raggiungere. Ad ogni modo la riforma certamente diminuisce i costi della politica, quindi l’affermazione di cui sopra è falsa. Vorrei comunque aggiungere che personalmente non ritengo che questo sia un argomento importante nel contesto di una riforma costituzionale.

È una riforma chiara e comprensibile? NO, è scritta in modo da non essere compresa

Questo è discutibile. Anche qui, comunque, vale la pena ricordare che stiamo parlando di un testo costituzionale, non della rubrica della posta di Topolino. Quindi è evidente che alcuni passaggi possano non risultare immediati a tutti coloro che non sono esperti della materia.

È il frutto della volontà autonoma del parlamento? NO, perché è stata scritta sotto dettatura del governo.

Vero che il motore politico della riforma è stato il governo e senza questa spinta non vi sarebbe stata alcuna riforma. E’ vero anche che negli ultimi anni le forze parlamentari si sono dimostrate incapaci raggiungere una sintesi e un compromesso.

Garantisce l’equilibrio tra i poteri costituzionali? NO, perché mette gli organi di garanzia (Presidente della Repubblica e Corte Costituzionale) in mano alla falsa maggioranza prodotta dal premio

Falso. Il Presidente della Repubblica è oggi eletto a scrutinio segreto dal Parlamento in seduta comune, integrato da tre delegati per ogni Regione (uno per la Valle d’Aosta). Nei primi tre scrutini serve la maggioranza dei due terzi dei componenti dell’assemblea, dal quarto basta la maggioranza assoluta. La riforma opera due modifiche: vista la trasformazione del Senato in camera ‘territoriale’, vengono eliminati i delegati regionali; e soprattutto cambiano le maggioranze per l’elezione. Per i primi tre scrutini resta la maggioranza dei due terzi, dal quarto al sesto servono i tre quinti dei membri dell’assemblea e dal settimo scrutinio bastano i tre quinti dei votanti. Aumenta dunque la possibilità che il Presidente sia eletto con ampio consenso e non dalla sola maggioranza di governo, come invece succede oggigiorno.

Schiavi dell’eterna discussione, incapaci di decidere

Torno in Italia per commentare una lettera pubblicata domenica su la Repubblica. Premetto che non voglio fare campagna elettorale e che proverò a presentare argomenti contrari e favorevoli alla riforma che voteremo a dicembre. Credo che sia importante che gli osservatori della politica forniscano gli strumenti per leggere la realtà e fare le proprie scelte: quelle che sono le mie preferenze possono essere diverse da quelle di un muratore bergamasco o di una avvocata molisana, ma tutti noi dobbiamo esserci in grado di orientarci nella stessa realtà.

La lettera in questione è questa e il punto centrale dell’autore, l’onorevole Pierluigi Bersani, è che è giunto il tempo per il centro-sinistra di organizzare ‘una discussione politica vera sui temi di fondo a partire dalla natura e dai compiti della sinistra nella fase di ripiegamento della globalizzazione e dell’insorgere di una nuova destra protezionista‘. Questa lettera rappresenta perfettamente l’idea di una politica italiana basata su un eterno dibattito idiosincratico e fine a sé stesso.

Mi spiego. L’appello alla discussione politica andrebbe bene se fosse fatto in un altro contesto, in un altro momento. Quello che Bersani non dice, infatti, è che il suo partito, il Partito Democratico, ha basato buona parte del suo lavoro degli ultimi due anni sulla riforma che voteremo a inizio dicembre. Possiamo essere in disaccordo o meno con la riforma e infatti Bersani dice correttamente che ‘è giusto che il Pd dia la sua indicazione di voto e che è altrettanto ovvia e giusta la libertà di ciascuno davanti a temi costituzionali‘. Ma il problema è che dall’inizio della legislatura del 2013 il suo partito, una maggioranza del partito almeno, ha preso una sua linea e ha lavorato.

Quello che si voterà a dicembre è una parte importante di quel lavoro e, che piaccia o meno, è certamente una parte politica, vera e su temi di fondo della democrazia. Quando Bersani dice che ‘aver messo in gioco il governo sui temi costituzionali ed elettorali ha acceso la miccia scoperchiando il vaso di Pandora delle tensioni accumulate in questi anni‘ sta suggerendo che il Partito non avrebbe dovuto prendere quelle decisioni che erano al centro del suo programma elettorale e che invece bisogna continuare a discutere.

Prendere delle decisioni è, in effetti, un processo pericoloso perché divide. Pensiamo alla nostra esperienza individuale: decidere quale macchina comprare é difficile, perché sceglierne una significa perdere tutte le altre possibili alternative. Ma gli individui incapaci di fare delle scelte non sono in controllo del proprio destino. Quello che vale per i singoli vale, in questo caso, anche per le democrazie e dobbiamo riconoscere al governo la capacità di aver raggiunto una decisione che è la sintesi di una discussione. Al referendum di dicembre potremo votare contro o a favore quella sintesi e ci sono buone ragioni per l’una e per l’altra scelta. Ma almeno avremo la possibilità di scegliere e questa è di per sé una buona cosa, perché i sistemi politici bloccati in eterne discussioni sono destinati all’irrilevanza.

Post scriptum, 29 novembre: Oggi il professor Angela Panebianco ha ribadito quello che ho scritto qui sopra, in maniera più chiara e lucida. “Sento dire che il referendum costituzionale spacca il paese, ma le riforme vere spaccano i paesi. Se si vuole l’unanimità ci vogliono riforme finte. Per avere unanimità in Parlamento basta una bella mozione, chessò, contro il deterioramento del clima: tutti concordi, tanto non costa niente. Ma se la riforma è autentica non può non dividere. E se non vuoi dividere, devi prenderti la responsabilità di dire che le riforme non le vuoi fare per niente”. L’intervista completa è disponibile su Il Foglio.

I am going to miss you

You have heard an awful lot about the President of the United States over the past eight years, but the substance of his policies remains badly misunderstood both at home and abroad. Barack Obama is often criticised for failing to deliver on the hope-and-change rhetoric that inspired so many voters in 2008. Indeed, his policies have been less glamorous than Donald Trump’s plan for a wall along the Mexican border or Bernie Sanders’ promise of free college for all. Yet, the reality is that Barack Obama has engineered a series of changes that have profoundly affected the US and the world we live in.

When he was elected in 2008 there was a lot of healing to do: the US had lost one war in the Gulf and was losing another in Afghanistan. In a poll of 19 countries, two thirds had a negative view of America. Back at home, the financial system was on the brink of collapse and the labour market was on free fall, with unemployment at 7.8% and rising.

Upon taking his seat in the White House, Obama pushed through and signed the American Recovery and Reinvestment Act. He guided the massive TARP financial and banking rescue plan to force financial organizations to pay back virtually all bailout money and rescued the car manufacturing sector. Unemployment today is 4.9% and falling, just like the federal deficit, which has been reduced from 9.8% of GDP in 2009 under Bush, to 2.5% of GDP in 2015. After having secured the economy, Obama relaxed relations with Cubaexecuted Osama bin Laden, reached a nuclear deal with Iran and vastly improved America’s standing in the world. Ten million adults now have health insurance because of the Affordable Care Act and although 13.9% of Americans remain uninsured, this is still a drop from 18.9% in 2013. Obama indefinitely deferred the deportation of the parents of children who are either US citizens or legal residents, and expanded that protection to children who entered the country illegally with their parents (the Dream Act). He eventually spoke out forcefully for gun control and appointed two women to the Supreme Court, Elena Kagan and Sonia Sotomayor, the first Latina. Meanwhile, Janet Yellen is now the first woman to preside over the Federal Reserve. In the field of energy resources, wind and solar power are set to triple.

There are, of course, other facts to contend with. Immigration and citizenship have not been reformed. In foreign policy, US troops are still in Afghanistan, while there has been a 700% increase in drone strikes in Pakistan (not to mention Yemen, Somalia and elsewhere) and Guantanamo Bay remains operative. Obama’s dithering in Libya and Syria did not do much to stop chaos and terror, which then spilled over into Iraq. After the Wikileaks scandal, Obama used the 1917 Espionage Act to prosecute more than twice as many whistleblowers as all previous presidents combined and he deported more people than any president in US history. Importantly, wealth inequality and income inequality are massively on the rise, while corporate profits keep rocketing. A lot of work remains to be done.

In spite of these setbacks, Obama has produced a quiet revolution, changing the way Americans live. Gay soldiers can now serve openly in the military, insurers can no longer deny coverage because of pre-existing conditions, markets no longer believe the biggest banks are too big to fail, solar energy installations are up, carbon emissions have dropped, and so have unemployment and the federal deficit. These are only some of the many accomplishments of President Barack Obama’s policies. The quiet change he delivered is enormous.

When thinking of this legacy, however, we should not forget about the fundamental political revolution that Obama brought about. This is something that has been already noticed by David Brooks and duly reported on this blog. In Obama, and in his egregious family and staff, we are losing someone who took public service both seriously and gracefully. January will be the end of the line for a leader who believed that facts mattered and that politics can be done with a ethos of integrity, humanity, good manners and elegance.

cwllqdjxcaabcgz

Referendum costituzionale

Trovo strano che quasi tutti gli studiosi di politica comparata e diritto costituzionale sentano il bisogno di schierarsi nel fronte del sì o del no alla riforma costituzionale. Come scrive Old Tom, “gli esperti dovrebbero partecipare al dibattito pubblico non in virtù della loro vis polemica ma della loro autorevolezza. Sennonché l’autorevolezza, soprattutto in faccende politiche, è difficile da preservare se si sacrifica l’indipendenza“. Io come sempre renderò note le mie dichiarazioni di voto a pochi giorni dal referendum. Nel frattempo, riporto su questo blog un sommario che avevo scritto mesi fa per spiegare i principali contenuti della riforma e le ragioni di chi la supporta e di chi la critica. Se ho sbagliato qualcosa mi correggerete.

Introduzione

Il ddl «Disposizioni  per  il  superamento  del bicameralismo paritario, la riduzione del numero dei parlamentari, il contenimento  dei  costi  di  funzionamento  delle  istituzioni,   la soppressione del CNEL e la revisione del  titolo  V  della  parte  II della Costituzione» è un testo preparato dal ministero per le Riforme Costituzionali e approvato definitivamente dal Parlamento italiano il 12 aprile 2016. La discussione è cominciata l’8 agosto del 2014: da allora, la Legge è passata tre volte alla Camera e altre tre al Senato. La legge è divisa in 41 articoli che modificano cinque dei sei “Titoli” in cui è divisa la seconda parte della Costituzione italiana e un totale di più di 40 articoli –  tanti quanti ne sono stati modificati nel corso degli ultimi 70 anni.

Il ddl sarà sottoposto a referendum costituzionale in dicembre perché è stato approvato con meno di due terzi dei voti delle Camere. Sarà il terzo referendum costituzionale nella storia della Repubblica italiana. Il primo si tenne nel 2001 e portò alla conferma delle modifiche del Titolo V della Costituzione, che regola le autonomie locali. Il secondo si tenne nel 2006 e portò alla bocciatura della riforma costituzionale promossa dal governo Berlusconi, la cosiddetta ‘devolution’. Fino al 2001 tutte le modifiche alla Costituzione erano state ottenute con i voti di oltre i due terzi delle Camere e quindi non avevano avuto bisogno di essere confermate con un referendum. Per il referendum di ottobre non ci sarà quorum: la legge sarà promulgata se i voti favorevoli superano quelli sfavorevoli.

Riforma del Senato

La parte più importante della riforma riguarda la Camera Alta. La riforma prevede una forte riduzione dei poteri del Senato e un cambio nel metodo di elezione dei senatori. Queste novità avranno come conseguenza principale la fine del bicameralismo perfetto, cioè la forma parlamentare in cui le due Camere hanno sostanzialmente uguali poteri e funzioni, un sistema ormai unico in Europa. In particolare, il Senato viene modificato nei seguenti modi:

  • non potrà più dare la fiducia al governo;
  • non si occuperà più di gran parte delle leggi, che saranno di competenza esclusiva della Camera. Il Senato manterrà la sua competenza legislativa soltanto sui seguenti ambiti: riforme costituzionali, disposizioni sulla tutela delle minoranze linguistiche, referendum, enti locali e politiche europee [1]. Tra le altre competenze rimaste al Senato ci sono la partecipazione all’elezione di due giudici costituzionali, del presidente della Repubblica e dei membri laici del Consiglio superiore della magistratura;
  • non sarà più eletto direttamente e passerà da 315 a 100 membri, di cui 74 saranno consiglieri regionali [2], 21 saranno sindaci e 5 saranno nominati dal presidente della Repubblica (questi ultimi avranno un mandato della durata di 7 anni).

Pro. Le ragioni della riforma del Senato stanno principalmente nella semplificazione dell’iter legislativo, ottenuta alleviando il peso strutturale del bicameralismo perfetto che rallenta i processi decisionali e sdoppia la discussione parlamentare rendendo molto difficile l’approvazione delle leggi e creando talvolta leggi ‘carrozzone’, risultato del continuo ed estenuante passaggio da una camera all’altra, la cosiddetta ‘navetta’ [3]. Una seconda ragione usata dal governo è la riduzione della spesa pubblica collegata al taglio del numero dei Senatori e, soprattutto, alla semplificazione dell’iter legislativo.

Contro. La critica principale della riforma del Senato riguarda il rafforzamento dell’autonomia decisionale del governo. La riforma non interviene su questo punto, ma rende il governo comparativamente più forte riducendo le aree di intervento del Senato e conferendo il voto di fiducia esclusivamente alla Camera [4]. Una seconda critica riguarda la riduzione dei tempi, che già oggi sono più rapidi di quanto si immagina: per i ddl di origine governativa, ad esempio, la seconda lettura al Senato, quella che verrebbe abolita dalle riforme, richiede in media 50 giorni (fonte: Dossier Open Parlamento, Rapporto sull’attività del Parlamento nella XVI legislatura, 2012).

 

Titolo V

La riforma prevede una forte riduzione delle competenze delle regioni e una maggiore chiarezza sui ruoli di Stato e autonomie locali. L’attuale Titolo V, la parte della Costituzione che regola questi rapporti, riformata nel 2001, è da molti considerata poco chiara e causa di moltissimi contenziosi. La competenza principale che rimane alle regioni dopo la riforma è la sanità; invece dall’articolo 117 scompaiono tutte le materie a legislazione concorrente tra Stato e regioni e vengono quindi aggiunte alla lista delle materie la cui legislazione esclusiva spetta allo Stato (ordinamento delle professioni e della comunicazione; protezione civile; produzione, trasporto e distribuzione nazionali dell’energia; infrastrutture strategiche e grandi reti di trasporto e di navigazione; porti e aeroporti civili, di interesse nazionale e internazionale; mercati assicurativi; disposizioni generali e comuni su attività culturali e turismo; previdenza sociale; tutela, sicurezza e politiche attive del lavoro). Nella riforma sono anche contenute clausole che permettono allo Stato centrale di occuparsi di questioni esclusivamente regionali, nel caso lo richieda ‘la tutela dell’unità giuridica o economica della Repubblica, ovvero la tutela dell’interesse nazionale’. La riforma porterà anche all’abolizione definitiva delle province – eccetto quelle di Trento e Bolzano – che negli ultimi anni sono già state progressivamente svuotate delle loro principali funzioni.

Pro. Le ragioni della riforma del Titolo V stanno nell’eccessiva conflittualità tra Stato e regioni, che negli ultimi anni ha prodotto incertezze, disparità nell’erogazione dei servizi e problemi di bilancio anziché contribuire all’innovazione territoriale. Con la legge in vigore oggi i tribunali amministrativi si trovano spesso a dover risolvere dispute in cui Stato e regioni ritengono di essere gli unici autorizzati a legiferare su una certa materia. L’autonomia delle regioni poi in questi anni è stata considerata alla base dei molti scandali su spese, rimborsi e disservizi delle varie amministrazioni locali.

Contro. Secondo i critici, la riforma rischia di non semplificare la situazione e, anzi, portare ad altrettanti contenziosi in futuro. Per esempio, è previsto che lo Stato possa occuparsi di materie di esclusiva competenze regionale quando è in gioco l’interesse nazionale: stabilire come e quando l’interesse nazionale sia in gioco potrebbe divenire una forte fonte di contenziosi. Una seconda critica, connessa, riguarda la poca chiarezza testuale: l’attuale articolo 70 della Costituzione, che stabilisce la competenza legislativa di Camera e Senato, è composto da nove parole: ‘la potestà legislativa è esercitata collettivamente dalle due Camere’. Il nuovo articolo previsto dalla riforma invece è lungo 363 parole. Questa complicazione rischia di produrre conflitti di competenze tra le camere e ritardi nell’approvazione delle leggi.

 

Altri cambiamenti

La riforma prevede anche una serie di novità che fino ad ora non sono state argomento di dibattito tra i favorevoli e i contrari, ma vanno comunque a cambiare la forma di governo.

Elezioni del presidente della Repubblica. Il presidente della Repubblica sarà eletto dalle due camere riunite in seduta comune, senza la partecipazione dei 58 delegati regionali come invece avviene oggi. Sarà necessaria la maggioranza dei due terzi fino al quarto scrutinio, poi basteranno i tre quinti dei presenti. Solo al nono scrutinio basterà la maggioranza assoluta, mentre attualmente è necessario ottenere i due terzi dei voti fino al terzo scrutinio e dal quarto scrutinio è sufficiente la maggioranza assoluta.

Referendum propositivi. La riforma lascia aperta la possibilità di introdurre referendum propositivi, cioè quelli che servono per introdurre nuove leggi. Oggi i referendum possono solo confermare o abrogare leggi già approvate. L’introduzione di questo nuovo tipo di referendum è demandata alle leggi ordinarie.

Abolizione del CNEL. La riforma prevede l’abrogazione integrale dell’articolo 99 della Costituzione e quindi la soppressione del Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro (Cnel), un organo consultivo composto da 64 consiglieri con la facoltà di promuovere disegni di legge e che non è quasi mai stato utilizzato nella sua storia.

 

 

[1] In tutti gli altri ambiti, la Camera legifererà in maniera autonoma: per approvare una legge, quindi, non ci sarà più bisogno di un voto favorevole da parte di entrambi i rami del Parlamento ma basterà il voto della Camera. Il Senato potrà chiedere modifiche dopo l’approvazione della legge, ma la Camera non sarà obbligata ad accettarne gli emendamenti.

[2] I dettagli su come saranno eletti i senatori provenienti dalle regioni non sono specificati nel ddl Boschi: servirà una legge che determini esattamente come avverrà la loro elezione.

[3] Se una camera apporta una modifica a una legge, infatti, oggi è necessario che il testo venga approvato nuovamente dall’altra camera, allungando così i tempi necessari ad approvare la nuova legge. In tutta Europa, l’Italia è sostanzialmente l’unico paese ad avere adottato questa forma di bicameralismo.

[4] Il rischio ‘autoritario’ si presenta dalla combinazione tra queste riforme costituzionali e la nuova legge elettorale, l’Italicum, che prevede un ampio premio di maggioranza alla Camera per il partito che ottiene un voto in più degli altri.

Sit up and take note

In June I anticipated something, right after the Brexit referendum results where known:

This is [now] the terrible responsibility of European leaders who have an interest in containing populist movements in their countries: they are obliged to make sure that for the British the process of leaving is painful. Because if it is not, it will make it even the more tempting for populist movements in Italy, France, Hungary, and the rest of Europe to loosen their ties with the European Union

That post was followed by a fine debate where James argued that trade interests would ultimately trump hard political considerations:

The likelihood of the EU attempting to ‘punish’ the UK to set a precedent is low. France and Germany, who enjoy strong trade surpluses with the UK, will quickly come under pressure from their own exporters for assurances about bilateral access. Indeed, German car manufacturers are already calling for minimal trade restrictions between the UK and EU. Unelected officials and commentators are more likely to call for blood. The consensus: some ‘retributive’ symbolism but little action.

Indeed, Germany has a lot at stake: the UK is Germany’s third-largest export market. In fact, senior German officials had initially hinted that the UK might be granted generous access to the single market if it made concessions on free movement. But that was before a nasty turn in the Tory party. Following some horrific declarations made by her fellows at the party conference in Birmingham last week, Theresa May indicated that she prioritises immigration curbs over single market. Her speech hardened the mood on Brexit in the rest of Europe and this week the Financial Times published an article “that should make Brexiters sit up and take note.”, reporting on the last meeting of Angela Merkel, Francois Hollande and Jean-Claude Juncker in Berlin. The core part of the article goes like this:

Digital issues were the main topic. But of course Brexit could not be avoided. One executive cheekily explained that he had been lobbied by Britain to stress the importance of preserving good economic ties, to make clear that while Britain was leaving the EU, the benefits of the single market should not be totally sacrificed. Leaving aside the “I was lobbied” disclosure, this is the kind of intervention Brexiters had long envisaged would be decisive. German industry would weigh in and Chancellor Merkel would tell the EU to cut a favourable Brexit deal.

The first reply came from the French president and it amounted to a traditional defence of core single market principles. Then the chancellor spoke. Ms Merkel explained that she had at first wavered over this issue. But she was now convinced there was no alternative. She agreed with Mr Hollande. Any special deal would be dangerous. Giving up the union’s principles would threaten the existence of the EU itself. According to one guest at the table, Mr Juncker then intervened in slightly theatrical fashion: “all of you here should listen very carefully to what the president of the French Republic and German Chancellor just said.”

German Economics Minister Sigmar Gabriel joined Angela Merkel in saying the EU shouldn’t give in to the U.K.’s demands that would, he warned, effectively result in “selling-out Europe.” And today François Hollande has reiterated the message that Britain “will have to pay a heavy price for leaving the European Union“.

Brexit will be a long process and the final outcome remains wide open. A prominent EU diplomat put it this way: both sides would probably be better off if they worked together, while both would lose out from a disorderly exit. But in the end the temptation to screw the other side might prove too much. The prisoner’s dilemma goes on.

Update, 12/10: some Members of the British Parliament who seem to live in the nineteenth century are not making things easier.

 

Undocumented or illegal immigrants?

It is early June and I am sitting on a train on my way back to Switzerland working on my dissertation. I am currently writing a chapter explaining why different regions of the same state provide a different right to health care for undocumented migrants. This latter term perplexes the passenger next to me whom, after a few minutes spent over-looking the text I am writing on my laptop, decides to start a terminological debate on ‘undocumented migrants‘. It is a good topic for a debate, for there are multiple ways to define people that do not have an official piece of paper to justify their entry, or their presence, within the territory of one State: illegals, irregulars, undocumented, clandestinos.

The argument of the curious passenger is that we must use the term ‘illegal migrants‘ to describe all those who do not have the necessary documents to stay in the territory of a State. I explain that I prefer the term ‘undocumented migrant’ because it is less heavily laden.

The friendly passenger draws a comparison between a person who enters illegally in a house and a migrant who enters illegal in the territory of a State. Both of them, he argues, are illegal. I protest the use of a term that attributes illegality to persons as such instead of their actions. Undocumented migrants are, in fact, a broad group of persons. They comprise the individuals who cross the borders of a State without the required documentation (identity documents and, where necessary, a VISA) but also those who, having entered a country on a regular basis, either overstay their permit of stay, or breach the conditions attached to it. Take, for instance, my Canadian friend whose name I won’t make who decided to stay in Europe ‘just a little bit longer‘, thus disregarding the terms of his tourist visa. He became an undocumented migrant, because his permanence within the country was no longer covered by any administrative permit. Undocumented migrants can also be refused asylum seekers, or children born from parents that do not have permission to stay. All these situations have one thing in common: the lack of some necessary administrative documents.

It is not uncommon in the life of an ordinary citizen to breach administrative provisions: what generally happens as a consequence of that is that the citizen pays a fine, and moves on with his or her life. The problem with the situations described above, explains Lucia Caroni on the nccr blog, is that the breach of administrative provision makes the very presence of a person within a State no longer accepted. That is why this is perhaps one of the fields of law where words matter the most: ‘the risk is to criminalize not an act, but rather a way of being, thus making the uncertain lives of such people even more precarious‘. I could not convince the fellow passenger on the train to stop using the term ‘illegal immigrant‘, but I hope I did convince some of you.