Lorenzo & his humble friends

The fool doth think he is wise, but the wise man knows himself to be a fool

Category: travellin

Dombresson

Slightly worried about the idea of my second parisian lockdown of this year, I went for one of my last bike rides of 2020. There is a road I took for the first time this summer: it goes up to Dombresson, where the view opens to a large valley, the Val de Ruz.

I rode up the same road again to explore the contrast with the new season. There was this moment when a passing car stirring up all the leaves on the road. They floated in the air as I rode by. I took a mental photograph.

I arrived in Dombresson just before sunset. Everyone was on standstill: a few other cyclists, pedestrians, people who drove up the fields with their cars and, of course, cows: everyone seemed to be enjoying the sunset. I took a bunch of actual photographs.

I rode down to Neuchatel in the dark. I will miss these empty, silent places.

Northwest, southwest

Quimper. Folk music in the street. Wearing a windstopper in August: how weird. Maelle. Twenty-nine. Julian. The wind. The sky: big, diverse, it reminds me of Ireland. Everything here reminds me of Ireland, really. Crepatao. La Torche. Charline and Pierre. The grey Sunday morning and the paddle competition: nothing like paddling on the lake of Neuchâtel. The sunny afternoon with the easy waves. The Cubist table of our house. In Waves, Algues vertes.

Biarritz. The picturesque roads. Côte des Basques. David. The big waves that I cannot ride: I can only crash on Arianna’s back. The halls. Milady beach. The swell: when at 10 in the morning you have to rush out of the ocean because otherwise you crash on the rocks; and when at 7 in the evening you can walk in the ocean because the water is retreating.

Pisciotta e dintorni

Dopo la mia tradizionale tonsillite estiva, riparto per la Campania. Nicco ha trovato all’ultimo minuto un’offerta vantaggiosa per una casa a Marina di Pisciotta nel cilento campano: è destino ch’io passi una buona parte di questa estate in compagnia del buon cibo mediterraneo e della faccia del governatore De Luca.

A Firenze ci accomodiamo sulla Swift di Giallu: quella stessa Swift che tre anni fa abbandonammo all’altezza di Pistoia per una foratura. Il mio unico capriccio fiorentino: una schiacciata con pecorino e finocchiona.

Arriviamo veloci a Battipaglia, la patria della mozzarella. Da lì, entriamo nel parco del Cilento. Belle sensazioni, guidare qui. All’imbrunire siamo a Marina di Pisciotta.

Ci mettiamo alcuni giorni a scoprire come sia chiama la padrona della casa dove stiamo: lo facciamo tramite un personaggio bizzarro che vuole venderci il terreno circostante e che ci racconta una storia sordida alla David Lynch nella quale compaiono una suora, un monsignore, tante canne di bambù e un bracciante immigrato. Ad ogni modo, la terrazza della casa, è talmente comoda che praticamente non ci muoviamo da lì per quattro giorni.

Dopo qualche giorno ci raggiunge Fabio, che ha instillato in noi l’amore per queste terre in tempi non sospetti.

Marina di Pisciotta è il tipo di paese in cui si potrebbe facilmente passare un mese a scrivere un libro. Si mangia bene, la vista è conciliante, non ci sono grandi distrazioni, ma potete fare lunghe nuotate. Se siete bravi, potreste anche contrattare un’uscita in barca con i pescatori del posto. Noi non ci siamo riusciti.

Qualche chilometro più in alto c’è Pisciotta, un accozzamento di case forse poco pratico ma romantico.

A chi viene da queste parti raccomando una visita (breve) a Velia sulle tracce di Zenone e Parmenide. A me è piaciuto anche visitare placidamente Camerota, abbarbicata in altura, con case decrepite e un silenzio surreale. Ci siamo goduti anche un pomeriggio ad Acciaroli, dove ho ritrovato Roberto. Per arrivarci abbiamo fatto la strada della morte: i cartelli dicono che è chiusa per frana, ma il buon senso locale la vuole perfettamente percorribile, a patto di moderare la velocità.

Ripartiamo per destinazioni diverse: Fabio tramite Roma torna a Colonia, Nicco ed io transitiamo per Firenze, lui poi va a Londra, io a Neuchâtel, e Giallu se va verso Trapani. Siamo ancora molto mobili ma, ahinoi, certo meno sportivi di quando ci siamo conosciuti.

Senza pensieri

La prima cosa che mi colpisce arrivati a Napoli sono le mura che parlano: ci sono manifesti mortuari ovunque. La maggior parte degli annunci sono dedicati a decessi; alcuni a veglie postume (il trigesimo); altri ancora ad anniversari. La seconda cosa che mi colpisce sono i tatuaggi sui corpi delle ragazze: tantissimi e situati in ogni anfratto del corpo. La terza cosa è banale e quasi mi vergogno a scriverne; però i motorini sono davvero impressionanti. Velocissimi, con a bordo un uomo e un armadio, tre donne, un uomo una donna e un bambino, tre bambini, tre bambini e un cane, e via dicendo. Molti guidano senza casco, ma i miei avvistamenti preferiti sono quelli con elmetti velleitari, copricapi che potrebbero uscire da un museo della prima guerra mondiale.

Il nostro minuscolo appartamento é proprio davanti al vecchio tribunale, ora Castel Capuano. Camminiamo pieni d’ammirazione per Spaccanapoli e poi per i Quartieri Spagnoli, dove vanno assai di moda i banchetto dello spritz. Nelle case filtra pochissima luce. Porte e finestre sono aperte: la socialità dell’uscio. La sera incontriamo Francesca nel suo quartiere, il Vomero. Siamo acclimatati.

Da Maiori a Scala (8 chilometri, 700 metri di dislivello)

La mattina di martedì prendiamo un autobus che ci porta da Napoli a Maiori, passando per i pittoreschi paesi di Cava de’ Tirreni e Cetara. In barba a tutti gli stereotipi, l’autobus parte e arriva in orario, ed è pure comodo. Il personale dei trasporti, e questa sarà una costante del viaggio, si rivela assai rigido nell’applicazione delle norme regionali che limitano i posti disponibili sui mezzi pubblici e impongono l’uso della mascherina.

Da Maiori prendiamo il Sentiero dei Limoni che porta a Minori. Sono tantissime scale, che prima vanno a salire e poi a scendere. Dall’alto si nota soprattutto la coloratissima cupola maiolicata, eredità saracena, della chiesa. Non è l’unica: ce ne sono altre, pure quelle incredibili, a Cetara, Vietri, Atrani, Amalfi e Positano. Siamo scaraventati nel mediterraneo: la luce intensa, il sudore, l’odore di macchia mediterranea, i suoni lontani e attutiti, il riflesso della luce del mare. Incontriamo pochissima gente. Ci piace tanto.

Arrivati a Minori facciamo una sosta al mare. Credo che la pandemia, con la complicità di una normativa spericolata, abbia regalato affari d’oro ai gestori dei lidi. Con la scusa del virus, c’é infatti un divieto di balneazione libera: é obbligatorio prenotarsi e pagare gli stabilimenti per nuotare in un triste recinto di boe. Il ritornello « é colpa del covid » va molto di moda da queste parti e si usa un po’ per tutto, dalle spiagge a pagamento al cameriere che rompe un bicchiere al bar. Vero è che da queste parti la pandemia ha mozzato drasticamente sia il numero, sia la qualità, ovvero la propensione alla spesa, dei visitatori. La costiera amalfitana ha costruito le sue fondamenta sulle spese spensierate di americani, australiani e russi, di cui quest’anno vediamo solo i fantasmi. Arianna ed io camminiamo per luoghi tranquilli, affollati ma non troppo. Siamo fortunati, e tutto sommato non ci disturba sganciare un balzello per accedere al mare. 

Da Minori risaliamo fino a Ravello; una breve sosta in piazza e poi, ormai al tramonto, scendiamo e risaliamo per dei gradini infiniti che ci conducono a Scala. Località meno nota di Ravello, Amalfi e Positano, da qui si gode di una vista superba. Alloggiamo in un b&b dove veniamo trattati assai bene. Mangiamo una cena luculliana in una vicina trattoria che porta il mio nome. Dalla terrazza siamo come avvolti nelle luci delle case sulle vallate. Pare di stare nel mezzo di un presepe. I nostri vicini di tavolo, un gruppo di anziani giocherelloni, definiscono il primo ministro italiano uno scapucchiello.

 

Scala – Pogerola (15 chilometri, 600 metri di dislivello)

La mattina di martedì scendiamo fino a Minuta. Da lì, guardando verso il basso, si vedono i resti della Basilica di San Eustachio, tra le più antiche dell’Italia meridionale; o almeno, così ci piace pensare. Risaliamo nuovamente e arriviamo nel bosco. Camminiamo lungo un sentiero di montagna sotto Punta d’Aglio. Sentiamo alcune capre in lontananza. Non c’è anima viva. Alla nostra sinistra scendiamo nella Valle delle Ferriere, dove fino a inizio Novecento erano attive tre cartiere che usavano la forza motrice di un torrente per produrre carta. Oggi ne restano i ruderi, e noi facciamo il bagno sotto una delle tante cascate.

Scendiamo fino ad Amalfi; ma invece di buttarci nel centro storico siamo attratti da un locale che sta al limitare del paese e si chiama Miseria e Nobilità. Parrebbe chiuso, con una pompa aperta a inondare la veranda, sedie rovesciate e un cane curioso con la cataratta, Cico. Entriamo incerti; ne usciamo due ore dopo con una pasta al limone, una zuppa di cozze e una grande simpatia per Rocco, il decadente proprietario. Un tempo questa era una discoteca (e si vede), il Roccocò. Poi, dopo le continue risse tra bande di adolescenti provenienti dai paesi del circondario, Rocco fu costretto a chiudere. Oggi parla con un misto di nostalgia e distacco degli anni novanta, quando la costiera era una popolare meta per la vita notturna. 

Da Miseria e Nobilità dobbiamo ancora risalire qualche centinaio di gradini sotto il sole di mezzo pomeriggio per Pogerola. Lasciamo le nostre cose, scendiamo in bus ad Amalfi, facciamo un bagno (rigorosamente a pagamento, causa covid) e torniamo a Miseria e Nobilità per cena. Rocco ha chiamato Antonio per aiutarlo a cucinare. Arianna ed io siamo gli unici avventori e spadelliamo assieme a loro nella cucina.

 

Pogerola – San Lazzaro (7.5 chilometri, 800 metri di dislivello)

La mattina di mercoledì partiamo da Pogerola per il sentiero che conduce fino all’altopiano di Agerola. Appena partiti incontriamo un magnifico uomo di sessant’anni, il viso solcato dalle rughe, una sigaretta, il corpo atletico. Parliamo dei sentieri di montagna, delle scale da Amalfi a Pogerola che lui in gioventù faceva due volte al giorno (per andare a scuola e per andare a giocare a calcio), del suo nome (Come quello del patrono di Amalfi, lo stesso di uno dei discepoli. Giovanni? No! Lorenzo? Ma no, lui é il protettore di Scala e non era mica un discepolo! Simone? Simone detto…? Pietro! Bravo! Ma non é lui! E’ il discepolo cui Gesû disse di pescare anime, non pesci. Ci arrendiamo. La soluzione é Andrea). Arriviamo nella frazione di San Lazzaro, dove alloggiamo in un agriturismo senza lode e senza infamia, ma forse con più infamia che lode. E’, questa, una giornata di trasferimento, arricchita però dalla splendida cena al ristorante di Bomerano che ci era stato raccomandato da Gabo. Ce ne andiamo con un ricordo speciale per le delizie al limone e per Antonio, il cameriere ossequioso e premuroso che ha sposato una donna trentina.

Giornata senza foto degne di rilievo.

 

Bomerano – Positano (10 chilometri, 150 metri di dislivello)

La mattina di giovedì imbocchiamo il sentiero degli dei, che é degno del suo nome. Scenico, facile, va a scendere dolcemente verso Nocelle e si percorre tutto in meno di quattro ore. Da qui, pare di stare in un arcipelago di isole galleggianti nell’aria, tanti sono i minuscoli promontori a picco sul mare e avvolti nelle nuvole. Da Nocelle, dopo una spremuta al limone in uno dei tanti punti di ristoro per turisti faciloni, scendiamo ancora fino a Positano. 

A Positano i nostri anfitrioni sono Giovanna e Salvatore. Anche di loro voglio ricordarmi. L’appartamento che ci danno è splendido e sospetto che in altri tempi costi almeno il doppio di quanto lo paghiamo noi. Oltre a questo, sono scherzosi e si fanno in quattro per aiutarci a organizzare i giorni a venire e trovarci una Vespa, che noleggiamo da loro la sera seguente. Prima di noleggiare la Vespa, però, il venerdì prendiamo una barchetta a motore da Giovanni. La usiamo per dirigerci a Li Galli. (Inciso: da queste parti si usa dire buona passaggiata! per ogni cosa, incluso un giro in barca. Questa cosa mi fa sorridere). Chi ha avuto pazienza a sufficienza per arrivare fin qua vorrà certo dedicare cinque minuti a leggere la convulsa storia di questa isola, tra sirene pennute, ballerini, architetti svizzeri, conigli. Vi interesserà meno sapere che noi, a Li Galli, a differenza di Ulisse, andiamo brevemente alla deriva. Risolviamo i nostri problemi, come suggerito da Giovanni il barcaiolo, prendendo letteralmente a pugni il motore. Da lì esploriamo la costa e alcune calette a occidente di Positano. Vi dirò: bellino, però io soffro il mal di mare, ci sono decisamente troppe barche, e fa un caldo eccessivo. La sera inforchiamo la Vespa e guidiamo fino a Conca dei Marini passando sopra al Fiordo di Furore. Da Conca guardiamo un tramonto arancione. Poi saliamo fino a Bomerano per fare un bis alla Selva. La strada è lunga, buia, e tortuosa. In quota fa discretamente freddo. Ma alla Selva hanno i totani freschi e Antonio si ricorda di noi.

 

Conca dei Marini – Napoli

La mattina a Conca dei Marini ci sveglia musica italiana anni 60. Fa molto cliché, ma ci garba. Da lì guidiamo fino a Marina del Cantone, con una sosta panino alla parmigiana in un bar ruspante a Colli di Fontanelle. Se non tornassi proprio in questo bar, me lo faccio io il panino: casereccio, unto, scapucchiellato.

Il rientro a Napoli avviene per Vespa (fino a Positano), per nave (fino a Sorrento), a piedi (dal porto alla stazione), per treno (con la circumvesuviana fino a Napoli Garibaldi), e in metro (da Napoli Garibaldi a Piazza Dante). Sono le undici di sera quando arriviamo nel nuovo appartamento, ma fa molto caldo.

 

Napoli

Non scriverò dove abbiamo mangiato, perché da queste parti si mangia bene quasi ovunque. Dirò, tuttavia, che siamo indebitati a Fabio per i suoi consigli e ai cinquantadue patroni di Napoli per la protezione che ci hanno offerto. Un posto dove vorremo tornare a mangiare, prima o poi, è la Pescheria Azzurra in Portamedina. E ecco qui un altro posto da tenere a mente: Tandem.  

 

Alcuni luoghi che abbiamo visto e che ci sono piaciuti tanto sono le Catacombe di San Gennaro, Castel dell’Ovo (peccato fossero agibili solo gli esterni; mi piace però pensare che questa fu la residenza di Lucullo), Capodimonte e il suo parco incredibile, Marechiaro. Quelli che ci offriranno una scusa per ritornare sono il Cristo Velato e la Napoli sotterranea. 

Nel frattempo, lunedì è il giorno dello scudetto alla Juventus. Leggo sui giornali locali condivisibili analisi del predominio del nord Italia in tutti gli sport di squadra, maschili e femminili, dall’inizio degli anni Novanta ad oggi. Sul mio taccuino annoto quanto segue: ostentazione, auto-ironia, improvvisazione, spreco, gusto, abbondanza. Mi piacciono tanto i capannelli di anziani che discutono animatamente. Credo sia una ricchezza del nostro Paese e tutto sommato penso che dev’essere bello invecchiare da queste parti.

Drei Zinnen

In 2012 I resolved to hike with friends at least once every summer. It went well for a few years. Then, slowly but surely, the group started to shrink. Last year, Giallu and I were the only survivors.

This year, a lucky combination of two factors that are not entirely unrelated – Arianna’s joining the group and the popular desire to spend time outdoor after three months in a lockdown – revitalised our tradition.

Here we are, eleven of us, when we still thought we were stronger than the rain (spoiler alert: we were not). Giallu, Giacomo, Arianna, Carlo, Delina, Lorenzo, Ludo, Gabo, Anna, Dani. This year’s hike is on the Tre Cime di Lavaredo, die Drei Zinnen.

Fiscalina

We start at Hotel Dolomitenhof (1’465), Val Fiscalina, right next to Sesto. Even with thr clouds, this is a scenic valley. Only now I remember I used to go there as a kid. We do not mind the rain too much. The the trail becomes a little river and we do mind a little bit. At about 2’000 meters of altitude we start shivering. At this point, we mind the rain very much. The Rifugio Locatelli (2’450), our objective for the day, appears and then disappears in the fog. Nerve wracking. It is a good feeling to arrive in our room.

Just like last year, we spend much of the first afternoon napping. Dani overhears another group talking about a “magic room” where clothes and boots dry up quickly. We go on a treasure hunt. We find the room: it does not look that magic, but it is indeed a little warmer than all other spots in the hut.

We have dinner. Very good dinner. A healthy mix of vegetables and meat. Noted down for future hikes. Gloria and Emanuele join us from Brunico, enlarging the Florentine and Milanese sections of the group.

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We wake up on a glorious Sunday morning. Gabo walks triumphantly to the dorm: there is a magic flow of air in the magic room and all our clothes and boots will get dry in no time. It is a warm, powerful flow coming from the kitchen. Ludovica throws her boots right into it. Carlo tells the story of when he did the same as a kid and his boots broke apart shortly after because of the excessive heat. We all laugh.

The group splits. Some of us go for the via ferrata to Monte Paterno (Paternkofel, 2’440), others take the lower trail to Rifugio Plan di Cengia (2’528). It is a bright day, and we move up the rocks following the ‘Cling cling’ of our carabiners. Everything is simple and there isn’t much to say.

I took the photo of a bridge and next to it there are the ruins of an old bridge. When my parents did the same via ferrata in the 70s, they had to use the old bridge, which was pretty much like it is today.

From Rifugio Plan di Cengia we hike together to Rifugio Comici (2’224). There we lose Giacomo (who goes for the Via ferrata degli alpini) and Carlo (who has to be back for dinner). This is where Ludo’s boots break. No one laugh. We all think of Carlo.

We arrive to the car a little earlier than dusk. We head to Trento where we want to have a typical dinner. We reserve a table at La Gnoccata. When I ask for the tortel trentino, they tell me ‘Questa è cucina tipica emiliana, qui di trentino abbiamo solo il cameriere‘. And what a waiter. Wild, compassionate, garrulous. We will be back.

Kandersteg

The photos of a Saturday hike with Annique and Inka. We left from Kandersteg, a famous cross-country ski location and the place where I almost went to do ski touring with Yvan once; and we walked up the valley to a little hut for scouts that Annique’s uncle was fixing, together with some friends.

Pontarlier

Sono andato in bici fino a Pontarlier salendo fino a Rochefort (una salita che faccio spesso e volentieri) e poi via via in leggera salita per tutta la val de Travers (Brot Dessus, Noiraigue, Travers, Couvet, Motiers, Fleurier). Era qui che venivo spesso ad allenarmi nel 2016 e mi piaceva tanto il paesaggio pre-alpino e così vagamente simile a quello dei dintorni di Trento, dove sono cresciuto. Una volta mi ero spinto fino a Fleurier e poi da lì ero andato a sinistra, ero risalito sullo Chasseron, mi ero perso nella nebbia, e poi giù di ritorno a Neuchâtel dall’altro versante, quello del lago. Questa volta, invece, a Fleurier ho preso a destra e ho ricominciato a salire (Saint Suplice, le Verrieres), ho attraversato il doppio confine con la Francia (vuoto: ma ha fatto una certa impressione, dopo tre mesi di confini chiusi tra i due Paesi) e poi giù fino a La Cluse, dove si vede il fortino abbarbicato sulle rocce, e da lì a destra e si arriva alla non bellissima Pontalier, dove oltre la metà della popolazione lavora all’estero (cioé, attraversa il confine e va a lavorare in Svizzera ogni mattina).

A Pontalier ho mangiato una Parigi-Brest, mi sono fatto un caffé, e poi sono ripartito senza sapere bene dove stessi andando. Mi sono trovato a salire molto più di quanto avrei desiderato fino a Les Gras, scendere precipitosamente, risalire a tradimento fino a Mont Chateleu, e lì ho attraversato un’altra frontiera ormai sguarnita, per poi scendere al lago des Tallières, e da lì ormai mi orientavo. Una curva a sinistra per La Brévine, un’altra a destra risalendo per Les Ponts de Martel, dove in inverno vengo talvolta a fare sci da fondo, poi giù per Les Petits Ponts e da lì un’ultima salita, che faccio con la lingua di fuori, fino a sotto il Mont Racine. Lunga discesa fino a casa, bagno e letto.

Sono memorabili giornate di solitudine.

Pubblicità per cui non sono pagato

Prima che iniziasse la pandemia, viaggiavo continuamente sui treni. Avevo iniziato nel 2017, all’epoca del trasloco in Svizzera, perfettamente in linea con la moda del tempo. Io però collego i treni al ricordo di quando visitai il museo dedicato ad Alcide Degasperi a Pieve Tesino. La cosa che mi piacque più di tutte fu la descrizione dei suoi continui spostamenti in treno tra Vienna (dove era deputato al Parlamento Asburgico di Vienna) e la circoscrizione che rappresentava (Fiemme-Fassa-Primero-Civizzano).

Ho preso dunque l’abitudine di triangolare tra Neuchâtel, Parigi e Firenze con frequenti escursioni a Trento. A forza di trasferte su rotaia ho imparato a godermi il viaggio. In treno lavoro al computer, leggo un libro, guardo fuori dal finestrino, ordino le idee. E quando scendo dal treno ho scoperto anche alcuni punti di ristoro fissi, fondamentali per sentirmi meno spaesati.

A Milano Centrale, snodo cruciale e stazione con una magnifica acustica, mi fermo quasi sempre per mangiare un trancio di pizza a Spontini e poi un caffé lì accanto, a Mignon.

A Ginevra Cornavin quando posso mi fermo da Coffee and Books, un ambiente rilassato in cui tirare il fiato. Ricordo sempre con piacere quando campeggiai lì per un paio d’ore all’alba di una nuova settimana in gennaio, dopo aver viaggiato tutta la notte in Flixibus da Parigi. Avevo con me il libro di un editore di cui non ricordo il nome sulla nascita della fotografia sociale. Fuori nevicava.

A Parigi Gare de Lyon vado solitamente da Paul per un’iniezione di zucchero. A Gare d’Austerliz non ci sono mai passato, anche se mi piace tantissimo il nome , mentre arrivo spesso a Gare du Nord e Gare de l’Est: ma sono piuttosto brutte e, se posso, mi fermo fuori nei tavolini esterni di questo café un poco sudicio, ma che mi ricorda la visita che feci in marzo. Saint-Lazare mi fa pensare a questo dipinto di Monet.

La Gare Saint Lazare - Claude Monet

Ci sono altre stazioni che ho conosciuto bene negli anni precedenti al mio trasloco il Svizzera. Quella in stile fascista di Trento, ovviamente, quella abbandonata in terra di nessuno del Brennero; ma anche quelle di Firenze (Santa Maria Novella, Campo di Marte, Rifredi). Sono incuriosito dalla Medio Padana di Reggio Emilia ogni volta che ci passo, ma non ci ho mai messo piede.

Raccontare di queste stazioni le fa apparire perfino più romantiche di quel che sono. Carlo mi ha segnalato una bella citazione svizzera di Roland Barthes proprio a questo riguardo: L’irrel se dit, abondamment (mille romans, mille poèmes). Mais le déréel ne peut se dire; car si je le dis (si je le pointe, même d’une phrase malhabile ou trop lottéraire) c’est que j’en sors. Me voici au buffet de la gare de Lausanne; à la table voisine, deux Vaudois bavardent; brusquement, pour moi, chute libre dans le trou de la déréalité, je me dis, c’est ça: ‘un stéréotype bien épais dit par une voix suisse au buffet de la gare de Lausanne”. A la place de ce trou, un réel très vif vient de surgir: celui de la Phrase (un fou qui ècrit n’est jamais tout à fait fou; c’est un truqueur: aucun èloge de la Folie n’est possible). Mi sembra una bella conclusione per questo testo assai modesto.

Aria fresca

Early on Saturday morning. Arianna on the bike, myself on a trottinette, half an hour through the empty streets of Paris to reach Gare de Lyon. Other youngsters arrive by bike. They have portable mattresses for bouldering. We take the train to Fontainebleau.

We walk randomly until we reach the Gorges d’Aupremont. Then we head to Barbizon, which became famous after the Barbizon School of painters like Théodore Rousseau, Jean-François Millet, and Jean-Baptiste Corot. We note the picturesque main street, the luxuriant gardens, the sophisticated roofs of the houses. 

It is already late afternoon when we leave Barbizon: Fleury-en-biere, Perthes, Saint Sauveur sur école, Avernaux, Saint Fargeau. These villages remind me of my childhood, when I would visit them often, week in, week out. Never in person; in the videogames. Many of them would be based on World War II, and in World War II there is always a moment when you play the American soldier (or, more rarely, the British trooper) advancing through Normandy and then down until you reach Paris in the summer. I know this sounds extremely controversial. Awkwardly, the image of a chill French summer stuck with me.

We arrive at the farm. It is our first encounter with a public space in almost three months. It takes little to adjust. The owners smile often. I am destroyed. Arianna bursts with energy. We have dinner and breakfast in the garden. It feels like I am now living the dream I had during the confinement.

We walk to Ponthierry, then along the Seine to Vosves, and from there to Villiers-en-Biére. We decide to stop there. There is a big field with crops and a park that is completely empy. We nap there. We later discover the park is empty because it is closed to the public to contain the spread of the virus. Ops.

We finish the day with a very long crossing of the forest. After winter and two additional months with ho human beings, the forest is taking control again. Most tracks are completely hidden by the vegetation. Without the map, we would not be able to find and follow them. It feels special to walk in the wild.

We arrive in Bois le Roi and back to Gare de Lyon.

Libera uscita

Bois de Vincennes, Bois de Boulogne, Asnières-sur-Seine, rue de l’Abreuvoir.

Luca, Marco, Estelle, Marco, Jimmy, Francesca, Jean Thomas.