Lorenzo & his humble friends

The fool doth think he is wise, but the wise man knows himself to be a fool

Category: tributes

Piergiorgio

Non l’ho conosciuto personalmente, ma mi commuove pensare quanto una persona ritenuta “di scarto” secondo i nostri concetti di produttività sia stata così fertile e importante.

Babbo, con riferimento a queste testimonianze in memoria di Piergiorgio.

Riserva di forza

Questa notte è morto Piergiorgio, di cui vi ho parlato spesso.

Ci siamo conosciuti nel 2007, quando grazie a Giovanni iniziai a collaborare con Questo Trentino. Piergiorgio veniva alle riunioni di redazione tutti i giovedì alle cinque e aiutava i neo-arrivati a comprendere meglio i meccanismi della politica trentina. Oltre a lui c’erano anche il savio Walter Micheli, l’imperscrutabile Nicola Salvati e l’appassionato Piergiorgio Rauzi. Alle volte facevo fatica a capire quello che diceva Piergiorgio; ma sarebbe più giusto dire che già allora Piergiorgio faceva fatica a parlare. Bastava poco ad abituarsi. Fu un periodo in cui imparai ad ascoltare.

Iniziai a frequentare Piergiorgio anche fuori da Questo Trentino. Ogni tanto andavo a casa sua e parlavamo per un’ora. Ricordo l’accoglienza allegra dei genitori e le chiacchiere con lui, a tutto campo. Io gli chiedevo soprattutto dei suoi studi in filosofia (Piergiorgio amava molto Emmanuel Levinas e Dietrich Bonhoeffer) e dei libri che aveva scritto (all’epoca ne aveva già pubblicati due, Cara Valeria e Dio sulle labbra dell’uomo). Era soprattutto Piergiorgio, però, che mi faceva domande: si informava sul mio punto di vista in materia di religione, mi chiedeva cosa ne pensassi della politica italiana, della politica internazionale, della mia generazione, dei miei studi. Aveva solo dieci anni più di me, ma era come quei personaggi illuminati che compaiono nei libri, quelli che ti aiutano a guardarti intorno e capire come funziona la società. Mi piace pensare di essere stato speciale, ma la verità è che Piergiorgio faceva così con tutti. Ce ne si renderà conto in questi giorni, tramite l’affetto che gli verrà tributato dalle migliaia di persone che hanno lavorato con lui in questi anni.

Apro due parentesi scollegate tra loro. La prima: Piergiorgio era una delle mie due coscienze, nel senso che era una delle due persone che mi aiutavano a darmi una scrollata quando mi lamentavo a sproposito delle circostanze. Lo faceva con il suo misto di attivismo, auto-ironia, coraggio, curiosità, empatia, forza, ingegno. L’altra coscienza della mia vita è stata ed è tutt’ora zio Giuseppe.

Seconda parentesi: Piergiorgio, che era affetto dalla distrofia di Duchenne, aveva bisogno di aiuto per qualsiasi cosa. Frequentandolo mi resi conto che assumeva spesso ragazzi stranieri per assisterlo nel quotidiano. Fu tramite Piergiorgio, ad esempio, che conobbi Hicham, Kevin, Nestor, Salomon. Per lui era una cosa normalissima: come scriveva lui stesso, gli bastava che fossero “persone con la virtù della pazienza e dell’abnegazione“. In un’altra intervista, Piergiorgio diceva: “non sono loro che hanno bisogno di me, sono io che ho bisogno di loro. Ed è questa la narrazione che vorrei portare. I migranti sono indispensabili per la nostra società“.

Qualche tempo dopo essermi laureato, Piergiorgio diventò caporedattore di Unimondo e mi invitò a collaborare. Fu un grande riconoscimento: era la prima volta che ricevevo un compenso, seppur simbolico, per le mie speculazioni socio-politiche. (Nel frattempo, mi sono ormai abituato ad esser pagato per produrre borbottii pseudo-intellettuali: penso che sia una sorta di politica di welfare fatta apposta per tenermi tranquillo fino alla fine dei miei anni). Grazie a quella collaborazione conobbi altre persone piene di forza (Alessandro, Anna e Giacomo) e sviluppai una maggiore attenzione ai temi della giustizia sociale. Era davvero bello passare un paio di giorni ogni mese a fare ricerca, scrivere, e ricevere commenti rispetto a temi di attualità.

Nel 2015 Piergiorgio si ammalò e venne ricoverato in ospedale. Ricordo perfettamente il momento in cui Alessandro me lo disse al telefono: ero sulla terrazza dell’Istituto Europeo e guardavo il tiglio in fiore. All’epoca Piergiorgio aveva quarant’anni: la speranza di vita media per chi ha la distrofia di Duchenne si ferma solitamente a ventisei. Lui era andato ben oltre grazie al suo entusiasmo e al suo modo intenso di vivere la vita. Sembrava però che quella volta fosse destinato a morire. Invece si salvò e ne scrisse un libro, Guarigione, in cui lodava il personale medico, ma descriveva con minuzia l’atroce esperienza passata in ospedale. Credo che Piergiorgio si riferisse a quell’esperienza quando gli si chiedeva come stava e lui rispondeva ‘Sono morto nel 2015, ma tutto sommato non mi sento troppo male‘.

Continuai a scrivere per Unimondo fino all’inizio del 2017. Nel frattempo Piergiorgio, che continuava a fare il giornalista per il Questo Trentino, il Trentino, e Vita Trentina, era stato assunto per lavorare nel consiglio di amministrazione del Museo delle Scienze (Muse). Continuammo a sentirci, anche se in maniera meno regolare. Nel 2018 Piergiorgio contribuì, assieme ad altri, a fondare un nuovo partito, Futura, e ne divenne poi presidente. Dico una banalità, ma non so come facesse a portare avanti tutte queste attività assieme. E lo faceva con energia, presenza, attenzione: non tanto per metterci il nome.

Quest’anno, tra la distanza e la paura di trasmettere il morbo, è stato impossibile vederci di persona. Eppure le circostanze hanno bloccato più me che lui, che ha continuato tutte le sue attività a pieno regime. Ad aprile avevo pubblicato un suo messaggio su questo blog tratto. Poi ci avevo ripensato, perché mi pareva un testo troppo cattolico per un agnostico come me. Lo avevo messo in stand-by. Lo ripubblico adesso, qui sotto, e da quel messaggio traggo il titolo per questo post.

Ne “I sommersi e i salvati” Primo Levi scriveva: “Ogni essere umano possiede una riserva di forza la cui misura gli è sconosciuta: può essere grande, piccola o nulla, e solo l’avversità estrema dà modo di valutarla”. Forse non viviamo, neanche in questo periodo, un tempo di “avversità estrema”, però siamo provati, angosciati, in attesa. Ognuno di noi conosce un amico o un parente contagiato dal virus. Qualcuno è stato colpito da lutti molto intimi. Siamo incerti, sconvolti.

Tuttavia sperimentiamo di trovare dentro di noi una “riserva di forza”. Un’energia nascosta che ci fa resistere, escogitare soluzioni, pensare al futuro nonostante tutto. Soltanto tale forza interiore ci farà rinascere, risorgere. Ecco il mio augurio per questa Pasqua di resistenza.

Dobbiamo sicuramente partire da noi stessi, ma non siamo soli. Insieme siamo più forti. Guardiamo in avanti con fiducia. Anche questo tempo può essere il momento favorevole per sorprese e novità che non ci aspettiamo. Che vengono da fuori, da altrove. Quando tutto sembra perduto e avvolto nelle tenebre, l’inaudito può accadere, anche in positivo.

Concludo con le parole di Dietrich Bonhoeffer, il teologo resistente ucciso dai nazisti 75 anni fa: “L’essenza dell’ottimismo non è guardare al di là della situazione presente, ma è una forza vitale, la forza di sperare quando gli altri si rassegnano, la forza di tenere alta la testa quando sembra che tutto fallisca, la forza di sopportare gli insuccessi, una forza che non lascia mai il futuro agli avversari, ma che lo rivendica per sé”.

A settembre ci siamo sentiti, come sempre, a ridosso delle elezioni comunali a Trento. Lui era dispiaciuto dalla scelta di mio zio Paolo di non candidarsi con Futura, ma era soddisfatto del lavoro fatto.

Nell’ultimo scambio che abbiamo avuto circa un mese fa io mi lagnavo con lui di avere la febbre. Finire così questo testo sarebbe abbastanza mortificante per il sottoscritto. E allora vi dico che quando, privatamente e non, chiedevo a Piergiorgio del perché lui fosse cattolico, lui mi spiegava che Dio ci mostra una via alternativa, di liberazione, di pace, di pienezza di vita. Una via possibile, non sicura. Non sono ancora del tutto convinto dell’esistenza dell’Onnipotente, ma Piergiorgio mi ha mostrato che nonostante enormi difficoltà siamo liberi di dare fiducia a giovani insicuri, costruire relazioni umane forti e avviare progetti entusiasmanti.

Post scriptum. Aggiungo il testo che ho ricevuto da Alessandro e che mi sembra riassumere molto accuratamente lo spirito di Piergiorgio: Pier “agitava” letteralmente la mia vita, con le sue incombenze, le sue riflessioni, le sue idee, i suoi vecchi progetti, i sui nuovi progetti e le decine di varianti e di variabili ai suoi ultimi progetti. Per questo il suo vuoto sarà incolmabile. Eppure ci sono alcune lezioni importanti che quotidianamente mi dava, che sicuramente contribuiranno a colmare quel vuoto. In questi anni mi ha insegnato, tra le altre, che nella vita “niente sta scritto”; che nonostante le nostre fragilità tutti noi possiamo scegliere di essere una risorsa per noi stessi e per gli altri; che siamo tutti di passaggio e dobbiamo imparare ad usare l’ironia e l’autoironia, non come forma di consolazione, ma come percorso di consapevolezza, per provare a vivere seriamente, senza mai prendersi troppo sul serio.

Elezioni a Trento

Domenica a Trento si voterà per rinnovare la Giunta Comunale. Io sono residente all’estero, ma scrivo un breve messaggio per convincere gli amici ancora indecisi a votare per mio zio Paolo Piccoli, che è candidato con la lista civica di centro-sinistra a supporto di Franco Ianeselli.

Non che lui abbia bisogno delle mie parole: in oltre quarant’anni di lavoro come giornalista, politico, notaio e mediatore civile, Paolo si è fatto conoscere per la sua serietà e competenza. Credo che chi ci ha avuto a che fare apprezzi soprattutto il suo straordinario senso del dovere. Paolo porta a termine i compiti che gli vengono affidati senza tante fanfare. Ai miei occhi, incarna l’esatto opposto dei simpatici cialtroni che fanno le cose alla cazzo di cane. E poi ha un amore sconfinato per l’ascolto, lo studio, la comprensione delle dinamiche sociali e dei processi economici. Quando gli si affida un progetto, una pratica, un’iniziativa, Paolo la tratta con enorme cura dei dettagli e delle possibili conseguenze.

Potete osservare questa sua meticolosità, e il coraggio di prendersi la responsabilità per le proprie azioni, dal modo in cui si è buttato in questa campagna elettorale atipica. Paolo ha girato instancabilmente per tutto il comune e intanto ha usato piattaforme digitali per dialogare con gli elettori, pubblicando oltre trenta brevi video per spiegare il suo punto di vista su diverse questioni di metodo e di programma.

Mi rassicura pensare che Paolo potrebbe essere parte dell’amministrazione comunale nei prossimi anni, perché si tratta di elezioni in cui si confrontano due visioni diverse dell’azione politica. La Lega ha vinto le elezioni provinciali un anno fa con una campagna improntata sulla sicurezza e la chiusura all’esterno. A me pare però che il Comune sia stato amministrato bene dall’amministrazione di centro-sinistra in questi anni. Personalmente, credo che Paolo aiuterà la coalizione guidata da Franco Ianeselli a portare avanti le idee di sostenibilità, promozione della cultura, e apertura ai rapporti internazionali che hanno permesso a Trento di prosperare negli ultimi decenni.

Se però la pensate come la signora L., che ha commentato la foto di cui sopra dicendo che “di uno che tègne i péi sulla taola no ghé da fidarse!“, vi incoraggio a studiare il profilo delle tante altre persone capaci di portare in Consiglio Comunale competenza e apertura al dialogo. Per conoscenza personale raccomando Andreas Fernandez (Europa Verde), Corrado Bungaro (Futura), Luca Facchini (Europa Verde) e Philipp Woelk (Insieme). Anche loro sostengono Franco Ianeselli.

Six wheels, southbound

Through the EUI’s Twitter account I have been following the parallel journeys of Andrea Calderaro and Stefania Milan. Andrea and Stefania are professors now, in Cardiff and Amsterdam respectively. They were still hanging around at the EUI when I started my Ph.D. there. This summer, they took their four wheels, and those of Stefania’s partner Joel, and traveled south.

A couple of weeks ago, Stefania and Joel set off from Amsterdam to Venice by bike. They wrote: “In times where the relationship between Italy and The Netherlands is fraught with misunderstandings and stereotypes, we, a hard-working Italian and a generous Dutch, want to create a bridge between our two countries. We are cycling from Amsterdam to Venice, showing that our continent is smaller than we think, and that while connecting requires hard work, it offers great reward 🙂 Sponsored by the inimitable Terre Lente!“. They completed fourteen stages, which you can see through Stefania‘s and Joel‘s twitter accounts.

A week ago, Andrea left Cardiff on his vintage Vespa and he drove all the way to Florence. Again, you can follow the six stages through his twitter profile.

You gotta love that.

Davide, Viviana, Andrea

Ieri mattina ho ascoltato dall’inizio alla fine l’episodio settimanale di Expat, su Rai Radio 3 (una delle tante belle curiosità assorbite da Arianna). Si intitola Alta fedeltà e può essere ascoltato qui (episodio del 27/06/2020: Da Manchester a Dundee fino a Oxford, quali le conseguenze della Brexit nelle vite degli italiani all’estero?). Ve lo consiglio: prendetevi mezz’ora per ascoltare senza altre distrazioni. A me questo episodio è piaciuto per il tono leggero, ma informativo; personale e intimo, ma rilevante in una certa misura per tante persone della mia generazione. E poi credo che mi abbia un poco emozionato per le belle memorie che conservo dei miei brevi periodi di vita a Dublino ed Edimburgo, oltre che delle escursioni a Belfast, Birmingham, Brighton, Galway, Glasgow.

Photos of people on the move

For the last few months I have put aside notables photos of people on the move. There are four somehow symmetrical photos that strike me more than all the others. All of them, I realise in insight, have an aura of sacrality: maybe this is why I like them so much. I post them below, in chronological order. It feels strange to look at them in these times of forced immobility.

***

Hal Morey. Grand Central Terminal of New York Central Station, 1929. It depicts the sacrality of the places that we use to move around: I had to think of Morey’s picture when reading this article, recently. Here the train station appears like a cathedral. Original here.

Hal Morey - New York Central Station - 1929

Alex Webb. San Ysidro, California, 1979. Mexicans arrested while trying to cross the border to United States. Original.

Alex Webb - San Ysidro 1979.jpg

Sebastião Salgado. Churchgate Station in Mumbai, India, 1979. Original here.

Sebastiao Salgado - Churchgate Station, Mumbai - 1979

John Stanmeyer. Djibouti City, 2013. Migrants in Djibouti searching for cell signals from neighboring Somalia. Original here.

John Stanmeyer - Djibouti City - 2014

 

Bere dal pozzo

Vorrei condividere con voi il ricordo che Michal ha scritto per Giorgio Butterini. Mi piace: è un bell’omaggio, diretto e senza tanti salamelecchi.

Mi ricordo ancora il mio scetticismo quando la Bea voleva presentarmelo ormai più di due anni fa, pensando che fosse un’altro prete come tutti altri che avevo conosciuto in passato. Dopo qualche giorno mi sono arreso e sono andato a Terzolas a conoscerlo.

Sono contento e mi sento fortunato di l’aver fatto. Contento perché ho conosciuto una persona calda, amichevole, sorridente che sopratutto non mi voleva convincere di nulla. Voleva solo avere una bella chiacchierata, bere un bicchiere dell’acqua insieme che veniva dal loro pozzo (quanto orgoglioso era di questo pozzo!) e ascoltare la nostra storia. Ne sono quasi sicuro che poi l’abbia probabilmente dimenticata subito, visto la sua condizione già all’epoca. Ma quello non importa. Importa il fatto che colpiva con la sua dolce curiosità. Mi sento fortunato perché ho conosciuto anche una figura che ribaltava un po’ la mia idea della chiesa e ho cominciato a vedere delle piccole persone come lui di cui non si sente quando si parla della chiesa istituzionale.

E’ riuscito anche (forse senza saperlo neanche!) a creare un ambiente felice, divertente e leggero durante la cerimonia del nostro matrimonio. Gli sarò sempre grato che ci abbia fatto passare uno dei momenti più importanti per noi con allegria e in modo ‘spensierato’.

Messages from quarantine

A seven-minute documentary by Niccolò Natali and Nikola Lorenzin on the New York Times.

Macabre dancing

I discovered the Joy Division thanks to Marco, Leila and Niels in Torino, at Blah-Blah. I knew them before, as we all do, but I did not really understand what they stood for.

Two years later I found So This is Permanence during my visit to Shakespeare and Co. It is a volume of Ian Curtis’s notes and crossings outs on the original lyrics. It stands as a testimony of the influence of the likes to Rimbaud and Kafka on Curtis’ worldview.

A few months later, Jean Thomas insisted we watched a movie on Ian Curtis life: Control 2007. He sold me the movie not because it was about the Joy Division, but because it had a wonderful photography. That’s right. The movie, in black and white, is directed by Anton Corbijn, who had worked as official photographer for the band.

And then, some time ago, I stumbled into a short article by Fabio Zuffanti of La Stampa. I discovered a few other things that I did not know before. For example, the name Joy Vision comes from the sexual slavery wing of a Nazi concentration camp mentioned in the 1955 novel House of Dolls. The article also highlights the connections between Joy Division, David Bowie, and Albert Camus. And it finds the right adjectives: haunting, oppressive, claustrophobic (the sound); far, reverberating (Ian Curtis’ voice).

Carnets de notes

Les règles du jeu : tout apprendre, tout lire, s’informer de tout, et, simultanément, adapter à son but les Exercices d’Ignace de Loyola ou la méthode de l’ascète hindou qui s’épuise, des années durant, à visualiser un peu plus exactement l’image qu’il crée sous ses paupières fermées. Poursuivre à travers des milliers de fiches l’actualité des faits; tâcher de rendre leur mobilité, leur souplesse vivante, à ces visages de pierre.

Lorsque deux textes, deux affirmations, deux idées s’opposent, se plaire à les concilier plutôt qu’à les annuler l’un par l’autre ; voir en eux deux facettes différentes, deux états successifs du même fait, une réalité convaincante parce qu’elle est complexe, humaine parce qu’elle est multiple.

Travailler à lire un texte du IIè siècle avec des yeux, une âme, des sens du IIè siècle ; le laisser baigner dans cette eau-mère que sont les faits contemporains ; écarter s’il se peut toutes les idées, tous les sentiments accumulés par couches successives entre ces gens et nous.

Se servir pourtant, mais prudemment, mais seulement à titre d’études préparatoires, des possibilités de rapprochements ou de recoupements, des perspectives nouvelles peu à peu élaborées par tant de siècles ou d’événements qui nous séparent de ce texte, de ce fait, de cet homme; les utiliser en quelque sorte comme autant de jalons sur la route du retour vers un point particulier du temps.

S’interdire les ombres portées ; ne pas permettre que la buée d’une haleine s’étale sur le tain du miroir ; prendre seulement ce qu’il y a de plus durable, de plus essentiel en nous, dans les émotions des sens ou dans les opérations de l’esprit, comme point de contact avec ces hommes qui comme nous croquèrent des olives, burent du vin, s’engluèrent les doigts de miel, luttèrent contre le vent aigre e la pluie aveuglante et cherchèrent en été l’ombre d’un platane, et jouirent, et pensèrent, et vieillirent, et moururent.

Marguerite Yourcenair, Mémoires d’Hadrien / Carnets de notes de Mémoires d’Hadrien