Esco a fare due passi

Tra maggio e luglio mi ritrovo incapace di andare in bici. Seduto in sella, la mia mente gira a trottola. Anziché godermi le sensazioni visive, tattili, acustiche e olfattive, come prima mi succedeva, parto per un tour nel mio cervello malato. Immaginate di perdere la passione per quel che più vi piace fare.

Ad agosto, tornato a Trento, recupero la salute e con essa anche la voglia di andare in bici. Contribuiscono anche due libri illustrati comprati da mio padre – ah, l’ispirazione.

 

Un giorno esco per fare un giro di riscaldamento e mi ritrovo a Vetriolo, al termine di una salita decisamente dura. La discesa nel bosco mi emoziona e allora decido che voglio provare a fare lo Stelvio, che sarebbe stato aperto alle bici la settimana successiva. Si tratta di una delle salite principi del libro più a destra nella foto sopra. Quattro giorni decido di testare la gamba sul passo Manghen, una delle uniche salite del libro semi-nascosto nella foto sopra. Parto alle nove del mattino e alle dieci e mezza arrivo a Torcegno, con quaranta chilometri alle spalle e già molta salita. Lì, paese natale di mia nonna, decido di fermarmi per prendere un caffè e una brioche. Entrato nell’unico bar esistente i tre avventori mi chiedono dove andassi e alla mia risposta si mettono a sghignazzare. Zut, ho pensato, e io che pensavo di essere già a buon punto. Al bar non hanno brioche, dunque entro nel supermercato accanto e compro una confezione da nove. Il cassiere mi chiede dove vado e alla mia risposta si mette a ridere. Riparto meditabondo e mi mangio tutte e nove le brioche per farmi forza. La salita non è difficile come le tante risate mi avevano fatto temere; però dal chilometro sedici in poi, con soli tre chilometri al passo, la strada inizia a salire vorticosamente e sento di essere così vicino eppure così lontano. Impiego dieci dolorosi minuti a fare l’ultimo chilometro, una media oraria decisamente al di sotto del normale. In cima trovo una famiglia di ciclo-appassionati provenienti dal Veneto, che mi accolgono entusiasti e mi tempestano di domande senza darmi il tempo di rifiatare. Scendo al rifugio e mi concedo un grosso panino e birra. Poco dopo arriva un altro ciclista, Tommaso, con cui decidiamo di proseguire assieme. Pedaliamo veloci fino a Cavalese e da lì via e via per tutta la Val di Cembra. Arrivo a casa con 120 chilometri nelle gambe, sonno e tanto sole.

 

Già, il sole. So che non lo avrei trovato il sabato successivo sullo Stelvio. Le previsioni meteo indicano tregenda e con il passare dei giorni io, come tanti altri, mi rassegno a cancellare la spedizione. La sera di venerdì esco a fare un giro e mi accorgo che ho tanta voglia di andare in bici a prescindere dal tempo. Sveglia alle sette e in macchina fino a Prato dello Stelvio, dove trovo pioggia mista a neve e un manipolo di uomini che si imbacucca in tanti strati di vestiti sintetici. Alla partenza mi accodo a una coppia di locali che parlano in tedesco. La loro respirazione crea delle grosse nuvolette bianche. Al chilometro dieci inizia a piovere forte. Al chilometro quindici nevica. Giunti al rifugio Stelvio, la strada è sbarrata: troppa neve. Mi infilo nel rifugio dove ritrovo centinaia di uomini seminudi davanti a termosifoni e stufe a pieno regime. Io mi fermo poco, giusto il tempo di farmi fare una foto e indossare tutti i vestiti che mi erano rimasti nello zaino. La discesa è indimenticabile, non in un senso positivo del termine. Il gelo è tale che scendo mugugnando dal rifugio alla macchina. Le mie mani bloccate dal freddo non mi permettono di frenare come vorrei. Fortunatamente ci sono diversi punti di rifornimento dove io e gli altri sventurati ci fermiamo per abbracciare i bidoni di tè bollente e cercare di recuperare la mobilità degli arti.

 

Ho fatto diverse sciocchezze in vita mia, come nuotare nell’Oceano Indiano nottetempo o nel Mare del Nord il primo gennaio; ma non avevo mai avuto così freddo così a lungo prima d’ora.Come avrete capito, comunque, sono molto contento di essermi rimesso a pedalare. La bicicletta è davvero una cosa stupenda ed è un peccato che chi non la usi non possa capire il senso di comunione che si prova quando si è in sella.

Advertisements