Lorenzo & his humble friends

The fool doth think he is wise, but the wise man knows himself to be a fool

Talamone

Tre foto di un fine settimana da incorniciare.

Il parrucchiere dei cani

Sulla strada dove abitavamo io e Arianna nel quartiere di Jules Joffrin a Parigi lavora un parrucchiere dei cani. Quando uscivo di casa non mancavo di guardare attraverso il vetro del suo studio; anche perché la tendina rosa rimaneva quasi sempre aperta, quasi fosse un invito ad ammirare quel che succedeva all’interno. I cani stavano a quattro zampe su un tavolino, beati, mentre lui tagliava veloce il pelo con mano sicura. Mi sono chiesto se desse loro qualche tranquillante prima di iniziare il servizio. Non credo. Ogni tanto penso ancora a quei canini e alla loro espressione paciosa. Chissà cosa frullava nella loro testa durante quelle sessioni di taglio.

Siddhartha with a camera

In a book on photography I recently read, the act of taking pictures is described as ‘pleasure, instinct, and freedom‘. If you asked me, I would add ‘contemplation‘. The beauty of photography is that of taking time, going slow, waiting for the right light, and then waiting a few days for the film to be developed – of course, the latter does not apply to modern cameras and phones. The slow rhythm of photography contradicts the imperatives of modern life.

What is more, it seems to me that there are several connections between yoga and photography. The pursuit of abstraction, the importance of being an observer of something bigger going on around you, and the idea that you can find joy simply by taking the time to look around.

Of course, I know little about photography and I know even less about yoga. Take these scattered notes with a pinch of skepticism.

Cimiteriale

C’è qualcosa di particolarmente suggestivo nella parte più antica del cimitero delle Porte Sante a San Miniato al monte. Un guazzabuglio di tombe annerite dal battere del sole, tantissime, tutte pigiate l’una sull’altra. Alcune furono concepite per essere prestigiose: eleganti, altisonanti, comprate a prezzi affatto popolari. Anche quelle sono ormai abbandonate. Fatiscenti e chiuse a chiave da chissà quanti anni, talvolta sono popolate da fiori e piantine che si fanno spazio tra le crepe del tempo.

Il cerchio chiuso della miseria

Nel Cinquecento, la strada prese il nome di via delle Poverine, dal nome del corrispondente istituto religioso femminile. Attorno a Seicento il nome fu cambiato in corso dei Tintori, ceduto poi a un’altra strada. Questa zona infatti era nota anche per le attività produttive meno nobili e più maleodoranti, che richiedevano l’uso dell’urina, quali appunto la tintura delle pezze e la conciatura delle pelli. Non è un caso che poco oltre si trovi oggi via dei Conciatori.

L’Arte dei Tintori teneva lo Spedale di Sant’Onofrio. In questo tratto di strada sorgeva anche il convento di San Girolamo, tenuto dall’ordine delle Poverine Ingesuate. Più verso piazza Cavalleggeri si trovava poi l’ospedale dei Santi Filippo e Jacopo, della compagnia di San Niccolò, che nella prima metà del Cinquecento divenne delle monache di San Miniato.

All’angolo della strada sorgeva inoltre uno spazio per le “Sepolture dei Giudei”. È stato scritto che nella strada si compiva così un “cerchio chiuso della miseria”: le anime venivano soccorse dalla fede, poi curate negli ospedali e infine sepolte.

Oggi il quartiere è silenzioso, i rumori arrivano ovattati. Quelli che furono cimiteri, ospedali e conventi sono oggi caserme militari. Da una di queste partì l’84º Reggimento di fanteria che prese parte alla conquista della Libia. Quando i militari partirono, la via si chiamava ancora via delle Poverine; quando tornarono il nome era stato cambiato in via Tripoli, su delibera dell’amministrazione Corsini nel novembre 1911.

E’ qui che Arianna e io ci siamo appena trasferiti.

Scritto così, di getto

Siamo arrivati a Firenze e ci hanno accolto gli amici. Quelli di un tempo e quelli nuovi. Ci siamo seduti in terrazza a mangiare cime di rapa, pecorino e finocchiona. Abbiamo scherzato sul camionista Mario e ci siamo subito trovati con Marco, Ludo, Giallu, con Maurizio l’ortolano e con Matte e Ludi. Le cene sul balcone sono poi diventate cene nel giardino di Marco con Oliver il gatto. Ad aprile e maggio di quest’anno il nostro baricentro è via San Gallo, i suoi abitanti e i suoi commerci.

Ma per me c’è stato anche il su e giù per Villa Malafrasca, il caffé Marino a San Domenico dove il primo giorno di lavoro sono arrivato di gran carriera perché avevo bisogno assoluto di andare in bagno, il bar Le Fontanelle, Piatti e Fagotti e le schiacciate nel prato degli ulivi. E un altro Maurizio, quello della Cooperativa Verde, che fa le consegne di vegetali all’Istituto.

Le strade del centro sono ancora buie e anguste, ma qui e là fanno capolino fiori coloratissimi.

Giallu mi ha subito rimesso in sella e continuo a stupirmi della vastità infinita della campagna a due passi dal centro. Grazie ad Andrew mi sono aggregato a un gruppo ciclistico e con loro sto macinando chilometri nel fine settimana.

Perfino Minda è risorta dopo due anni di abbandono alle soglie della provincia. Nessuno l’ha voluta rubare e allora me la riprendo io.

Nicco’s Fundraising Challenge

This is Nicco and his new slogan is Let’s turn diabetes type 1 into type none!

Nicco was diagnosed with type 1 diabetes three years ago. Now he wants to complete an olympic triathlon whilst fundraising for JDRF. As he says, this gives him motivation, strength, and sense of purpose. On August 8, he will be running the London Triathlon 2021 to fundraise for JDRF UK, a global organisation funding research on treatment and cure of type 1 diabetes.

If you would like to support JDRF in their work and the broader type 1 diabetes community, please give a donation through Nicco’s JustGiving page.

Update, August 17: Nicco finished the London Triathlon in 2 hours and 43 minutes. Read about it on his Facebook post.

Trento Film Festival

My parents continue to give me good tips. This time, they wrote me to say that the Trento Film Festival has a separate online section.

The Trento Film Festival kicked-off in 1952 thanks to a joint initiative of the Italian Alpine Club (CAI) and the Municipality of Trento. It takes place once a year, at the beginning of May, featuring a multi-faced selection of movies about mountain, nature, the environment, and travel. I attended a couple of times, in 2010 and 2011, and it was an absolute delight.

The main beauty of the festival is the possibility to roam around from one cinema to the other, visit the stands, and talk to the movie makers. But if you are away from Trento, as I am, you can get a digital pass that gives you limited access (till May 17) to a selection of movies that you would not normally find online. Alas, you can only use it if you are in Italy (but you may want to use a vpn, which would allow you to access from all over the world).

The movies we watched and recommend are:

  • Black Ice, following a crew of aspiring ice climbers from the Memphis Rox gym to the frozen wilds of Montana.
  • Haeberli, the story of a house falling apart and his genial inhabitant stuck in his paper jungle in the middle of posh St. Moritz: quintessentially Swiss.
  • Godspeed, Los Polacos, the chronicles of a group of Polish students who, in the 1970s, escape the Iron Curtain through a kayak expedition in South America with very little technical knowledge of how to survive in those environments: the ultimate roadtrip.

All of them have a subtle touch of irony.

Refugees

Jesus and his family, Dante, Camille Pissarro, Karl Marx, Joseph Conrad, Sigmund Freud, Marc Chagall, Vladimir Nabokov, Vladimir Lenin, Claude Lévi-Strauss, Anne Frank, Thomas Mann, Albert Eistein, Hanna Arendt, Bertold Brecht, Walter Gropius, Fritz Lang, Piet Mondrian, Henry Kissinger, Aleksandr Solzhenitsyn, Bob Marley, Freddie Mercury, Madeleine Albright, Rigoberta Menchú, Claude-Michel Schonberg, Mona Hatoum, Isabel Allende, Wyclef Jean, Tenzin Gyatso, Edward Snowden.

What are you thinking about?

The photos we take reflect the way we look at the world, which is very subjective.

Give a camera to three persons who are looking at the same landscape. They will take completely different photos, even if they have the same technical skills. The first person may want to capture the grey and threatening clouds on the horizon and take a picture in the style of Pentti Sammallahti. The second person could zoom on the thoughtful pedestrian walking with his dog, a much more humanistic approach of the kind of Susan Meseilas. The third may decide to boost the colours, emphasise the contrast between the green pullover of the pedestrian and the red house on the right, creating a magical atmosphere à la Alex Webb’s. Through a camera we decide what we want to see and how we want to portray it.

Much of this craft disappears with modern phones. Their standard images are often beautiful, but less intimate than those you can take with a normal camera by playing around with the exposition, the zoom, the focus, the width…