Lorenzo & his humble friends

The fool doth think he is wise, but the wise man knows himself to be a fool

Balklanlarda

I was born in 1987. That year, Greek photographer Nikos Economopoulos started to systematically document life in the communist regimes of Albania, Bulgaria, and Romania, in Greece and in Turkey. He wanted “to knit together the skeins of a collective identity in a region whose historical convulsions have made its name a synonym for implacable differences” (source). In 1995, his work was published in the book In the Balkans (in Turkish Balklanlarda).

More of his pictures, and the originals above, are available on Magnum’s website.

A global dataset of COVID-19 restrictions on human movement

Border closures and domestic lockdowns have become a key element of governments’ action during the Covid-19 pandemic. Thanks to a joint project between the European University Institute and the Swiss National Center of Competence in Research for Migration and Mobility studies, we have created two datasets to track restrictions to human mobility. Jelena Dzankic, Didier Ruedin and I have now published an open access article on Plos One to present these resources and discuss some preliminary findings. The article is entitled: Citizenship, Migration and Mobility in a Pandemic (CMMP): A global dataset of COVID-19 restrictions on human movement.

We hope this is a useful resource and we wish to express our gratitude to all other people who participate in this project, one way or another: Andreas Perret, Nicole Wichmann, Inka Sayed, Annique Lombard, Aurelie Pont, Christina Mittmasser, Rausis Frowin, Oliver Pedersen, Petra Sidler, Leslie Ader, Paula Hoffmeyer-Zlotnik, Timothy Jacob-Owens, and Luca Bernasconi. It would have been impossible to advance with this project without the collaboration of such enthusiastic colleagues and researchers.

Trento – Neuchâtel

Torno a prendere qualche appunto sui miei viaggi in treno, come ho fatto per gran parte del periodo tra la fine del 2017 e l’inizio del 2020.

Tra Trento e Verona il mezzo è un regionale piuttosto scomodo e rumoroso: in autunno la fa da padrona la pioggia battente sui finestrini, in estate l’aria condizionata mentre i finestrini permangono invariabilmente aperti, in primavera e autunno c’è un gran vociare perché parlano tutti al telefonino. La popolazione è giovane, credo si tratti per lo più di studenti pendolari.

Nel tratto tra Verona e Milano prendo un altro regionale veloce. Questa volta condivido la cabina con quattro ciclisti di una nota azienda che si occupa di consegnare cibo a domicilio. Uno di loro è rumeno, gli altri tre sono senegalesi. Confrontano le statistiche tramite i rispettivi telefoni cellulari. Pare che in questo periodo guadagnino circa 800 euro al mese; prima della pandemia arrivavano a 2500. Una buona cifra, penso, più di quanto mi sarei aspettato; io, tra l’altro, avrei pensato che questa categoria di lavoratori (i cosiddetti ‘rider’) guadagnassero di più nel momento in cui i ristoranti sono chiusi. Mah. Comunque mi colpisce il fatto che ogni giorno vadano in treno da Brescia a Milano con le loro bici e gli zainoni squadrati; immagino sia perché gli affitti a Milano sono troppo cari.

Della stazione di Milano ho già scritto. Adesso è più vuota e i rumori arrivano ovattati. C’è tanta polizia, e le poche sedie che esistevano sono state rimosse. Diverse persone si accampano per terra, alla bell’è meglio (io pure).

Il treno da Milano a Berna è silenzioso. I passeggeri si tolgono le scarpe, e alcuni di loro leggono l’Economist. Pare di essere nel salottino di un club, più che in un treno. Fuori dal finestrino mi sorprendo sempre quando costeggiamo il Lago Maggiore con l’Isola Bella, l’Isola Superiore e l’Isola Madre. A Domodossola c’è il controllo della polizia di frontiera, che si concentra sistematicamente sulle persone con la pelle scura. Da lì in avanti, ci sono due possibilità. Se il treno punta verso Losanna, allora passiamo per il Valais, Martigny e i vigneti di montagna, Montreaux, Vevey, e le Alpi che si tuffano nel Lago di Lemano. Se, invece, come capita più spesso, la destinazione è la capitale, allora ci infiliamo letteralmente nelle Alpi, fino a sbucarne poco sopra Thun e scendere la lunga valle fino a Berna. L’ingresso in città, passando per un ponte sospeso sul fiume Are, è suggestivo.

A Berna cambio ancora una volta: questa tratta è piatta e scarsamente popolata, mi verrebbe da dire anonima, anche se mi è capitato di vedere alcuni tramonti bellissimi proprio da queste parti. Arrivati a Saint Blaise il treno si affaccia sul lago di Neuchâtel, ma la parte nord non è caratteristica quanto quella sud, in direzione di Yverdon les Bains/Ginevra. Arrivo a Neuchâtel, e qui mi tocca ogni volta camminare fino a casa con la valigia per una lunga via completamente spoglia. E’ da tre anni che mi dico che dovrei comprare almeno una moto, ma finirò per andarmene a piedi proprio come sono arrivato.

Pampeago, Lagorai, e Catinaccio

How the pandemic may reverse some patterns of human movement

Tobias Jones wrote an article on how the pandemic has shaped the Italian society, one year down the road. The text has two important observations for those who like to think of how people move – or don’t.

Return migration

Jones is convinced that the pandemic has encouraged the return of many Italians who used to live abroad. This would be a significant reversal for a country has relatively high emigration rates at about 5% of the population (however, the public debate in Italy is almost entirely focused on immigration, whose rates are at approximately 10% of the population). Many of the Italians abroad may certainly decide (or have already decided) to move back to Italy, but it is too early to say for sure: we do not have reliable numbers yet.

Re-population of remote villages

Jones also writes that the widespread adoption of remote working conditions may help to re-populate the country side. Ironically, I am writing this blogpost from Cavalese, in Val di Fiemme, so I am part of this trend. The Financial Times had a special reporting on the topic; La Repubblica also featured a long think-piece (in Italian). The idea is that alpine villages may adapt to this transformation of labor, attract those individuals who can work remotely, and help them settle as residents.

What we know for sure is that people are moving away from the big cities in big numbers (again, I am part of this trend). Whether they (we) will settle in remote alpine village and reverse long trends of demographic decline, this is a different matter.

I was in Valfloriana a few days ago, where the number of inhabitants went down from 1400 in 1921 to 550 today. The valley is beautiful, small, and remote. I cannot imagine digital nomads and their families settling here. Other areas may have better luck, but these are probably not the places that suffer of a demographic decline. Instead, they are small and mid-size towns: big enough to provide a touch of social life, small enough to keep the masses at bay.

And even this trend may not last for long. When social life can resume, the allure of cities, their bars, cinemas, and theatres will hopefully strike back. In the end, the idea that the pandemic may indirectly help to counter the demographic decline of small villages may be just wishful thinking.

Pedalare a Berlino

La cosa divertente è che il giorno dopo la bici non c’era più, ma si vedeva la scia delle ruote di chi, pedalando, se l’era portata via. Chissà…

Piergiorgio

Non l’ho conosciuto personalmente, ma mi commuove pensare quanto una persona ritenuta “di scarto” secondo i nostri concetti di produttività sia stata così fertile e importante.

Babbo, con riferimento a queste testimonianze in memoria di Piergiorgio.

La fine dell’inverno 2020

Ricordo numerose persone della mia stessa categoria (genìa) professionale, che di questa mia presente situazione, se fossero stati in grado di inventarla, avrebbero detto: non si può supporre se non in chiave di paradosso farsesco. In vista di conclusioni sociosatireggianti.

Guido Morselli, Dissipatio H.G., 1977

Questa mattina ho letto un racconto orale dei mesi di febbraio e marzo 2020 in provincia di Bergamo. Mi sono commosso e poi ho provato imbarazzo pensando allo scollamento tra la tragedia collettiva che stiamo vivendo e il modo, tutto sommato sereno, in cui sto vivendo questo periodo.

Mi ha anche impressionato l’immagine della pandemia che è già arrivata, a febbraio 2020, ma noi ce ne siamo resi conto poco a poco, a gruppi distinti. Mi fa pensare alla famosa scena della valanga nel film Force Majeure. Ricordo che io iniziai ad avere una qualche accortezza di quel che stava succedendo nel corso del primo fine settimana di marzo, mentre viaggiavo verso Innsbruck. Fu lì che iniziai a scrivere alcuni articoli sulle conseguenze di questo virus sulla nostra mobilità (questo, questo e questo).

Ci vollero però le decisioni straordinarie del governo italiano, prese il fine settimana successivo quando io ero a Leysin, per intuire finalmente la reale gravità dei fatti. In quel momento, la maggior parte dei miei amici e colleghi non italiani continuava a sottovalutare i possibili effetti del virus (e io mi burlavo per chat di Daniele e Anna, che erano piombati in un impensabile lockdown a Milano). Tutti quei momenti sono impressi nella memoria, come pure la giornata sopra Vevey con Andreas, il cineforum a Reithalle e poi, al mattino dopo, il trasferimento a Parigi con la paura che chiudessero le frontiere, il libro comprato a L’Odeur du Book e letto a Le Timbale, la cena con Luca e Marco e poi il confinement.

Infine, mi vergogno della distanza che intercorre tra lo sconvolgimento del nostro quotidiano e le chiacchiere banali con cui allontano quel che sta succedendo nei miei rari incontri con i commercianti, che spesso si concludono con un’apertura della braccia e un ‘Eh, stiamo a vedere‘. Basterebbe parlare un poco di come è cambiato il nostro lessico, con tante parole tutto sommato inedite (lockdown, auto-certificazioni, quarantena, tampone, picco, ondata, congiunti…) e altre, più vecchie, che hanno assunto un significato completamente nuovo (balcone, telelavoro, mascherina, assembramento). Alcune strane pratiche anomale si sono fatte rapidamente abitudini (le comunicazioni serali del presidente, primo ministro, o del comitato di esperti scientifici; la ginnastica casalinga; le videochiamate; le lunghe code fuori dal supermercato; gli applausi serali) e nel frattempo i paesaggi urbani sono stati stravolti (chi vorrebbe vivere a Londra o Parigi oggi?).

È passato un anno ormai: tutto è ancora in divenire.

Ancient man

Ancient man

I took this picture the day before the Marcialonga in 2019, at the end of the Marcialonga Story in Predazzo. An anonymous athlete was resting under the sun and I brazenly took a photo of him. He didn’t mind then and I hope he won’t mind now if I feature him as a character on my blog.

Marchetti’s constant

In Italy, according to the most recent data before the start of the Covid-19 pandemic, 22 million people moved every day to go to work and one in two workers spent more than thirty minutes on public transport. In the US, the average worker spent 225 hours (over nine calendar days per year) commuting. For many of these people, commuting to and from work can be the worst part of the day. For others, commuting is an important ritual that helps to keep a balance, decompress and disengage.

However, since the pandemic started, a lot of these people are working from home (and working 3 hours more daily than they did before). What happens when you do not commute to work?

I have read a series of articles on this topic (in Italian, in English). I have a personal interest at stake. Boundaries between my work and my home have completely collapsed since the start of the pandemic. I am constantly exposed to emails, online meetings, calls. I feel like a Netflix show: always available, on demand. A large body of research over the past four decades shows that a certain degree of psychological distance is essential to live well.

One strategy to cope is to do fake commuting: start and finish the day with walks, runs, bike rides, or whatever gives you pleasure. In Paris, between November and December, I used to wake up and run, and I would disconnect in the evening and drink a beer with Arianna. It helps, but it is nearly as effective as traditional forms of commuting.

The Wall Street Journal tells the story of an editor of a New York music magazine who was accustomed to reading books on the subway every day on his way to work. Taking an hour each morning to do the same thing at home didn’t work out much. He attributes the ineffectiveness of this alternative practice to the fact that he is somehow more available on the phone than he was on the subway. ‘There are books that I started reading during the pandemic and I haven’t been able to finish, and that didn’t happen before‘.

This is a sudden bankruptcy of our ‘travel time budget’, what in 1974 an Israeli engineer under the nae of Yacov Zahavi called ‘a stable daily amount of time that people make available for travel‘. In 1994 an Italian physicist, Cesare Marchetti, picked this idea up and wrote a paper, Anthropological Invariants in Travel Behaviour, on the ‘quintessential unity of travelling instincts around the world, above culture, race and religion‘. Marchetti explained that humans had always been willing to spend about about 30 minutes a day travelling from and to home: for hunting and gathering, farming, going to the office…

The idea of a standard commuting time being 30 minutes each way has become known as Marchetti’s Constant.

The intuition is that forms of urban planning and transport change over time, but people gradually adjust their lives to their conditions such that the average travel time stays approximately constant.

That is, of course, until a pandemic strikes.