Lorenzo & his humble friends

The fool doth think he is wise, but the wise man knows himself to be a fool

August in Calabria

Il Film Festival la Guarimba in Amantea. Thanks to the organisers: Alex, Julio, Sara, Miguel, Martina, Marta… And thanks to Ale, who set up the whole thing for us. It was special to watch the movies in the parking area, meet the organisers around the town, swim, share a flat with Ale, Cianci, Ludo, get to know Chris and Alessio.

Le granite: soprattutto quelle di Sicoli per colazione e quelle del Bar Riviera di Locri, con panna. Quanto è bello fare colazione a mezzogiorno, ai piani alti del paese, con ritmi rallentati e tanta frutta. E poi: le brioche e i cornetti ripieni di gelato, le bruschette pomodoro e acciughe, le alici ripiene, il capocollo, la nduja un pò ovunque, il peperoncino fresco, la sardella, la spremuta di melograno, le cipolle rosse nell’insalata, quei panini con il capocollo nell’alimentari di Amantea scovato da Michi.

Il MuSaBa di Nik Spataro e Hiske Maas. I have always imagined there would be one museum like this in the world.

Notes to self:

(1) In many towns there is at least a square or a street dedicated to ‘Gli emigranti‘. Italians are now obsessed with immigration, but here it is still visible how much emigration has been the most important phenomenon in the past.

(2) Why is there no famous writer from Calabria? And why have there been so many singers (Mia Martini, Rino Gaetano, Brunori Sas…)?

(3) Why are there Christmas decorations and lights all around the city centre of Amantea in August?

(4) The light in Calabria is so strong – I am not good at taking picture with it.

Spettacolo del mondo

Catturare l’immagine di un muro, di un viso, di un gesto che da soli permettono di immaginare una intera città, un paese, il calore del giorno, l’ombra della notte e perfino il modo di vivere o di morire.

Maurice Nadeau, introduzione del volume Ferdinando Scianna per FotoNote/Contrasto.

La via del latte

Una delle cose che più mi piacciono della Toscana è la varietà delle strade, colline e persone. Prendi la bici e scopri un mondo. In questi mesi mi sono fatto trascinare prima da Giallu e poi da Andrew con il resto del gruppo dell’ASD Florence by Bike. Ho riscoperto il Mugello e mi sono avvicinato alla Val di Pesa. Ho visto un daino che correva a Pratolino poco dopo il tramonto e ho sentito un branco di cinghiali che grugnivano felici andando verso San Polo.

Ho smesso di pedalare per tre settimane dopo aver partecipato, a fine giugno, alla Gran Fondo del Mugello, nota anche come La Via del Latte. La memoria di quella giornata è sfumata: quel poco che ricordo lo scrivo qui.

All’alba di domenica ho noleggiato una piccola utilitaria e con quella sono orgogliosamente riuscito a portare me stesso e la mia bici fino all’autodromo di Scarperia. Era il secondo di tre viaggi al Circuito del Mugello: era qui che avevo i miei due appuntamenti vaccinali tra metà giugno e fine luglio.

La Gran Fondo prende il via sulla griglia di partenza. Pedalare nel circuito è divertentissimo. Mi sono meravigliato di due cose: il contorno (l’orizzonte mugellaneo è densamente popolato di monti e montagne) e le rampe a salire, a scendere, e a salire di nuovo (in televisione non si notano). Dei primi chilometri, attorno al lago di Misurina, ricordo un solo dettaglio, assai prosaico: mi stavo per pisciare addosso. Alla fine ho deciso di fermarmi per una sosta tecnica, perdendo la scia del gruppo velocissimo con cui stavo.

La prima salita, quella del Passo della Futa, la conoscevo già, avendola fatta un mese prima sotto la pioggia. Quella volta rincorrevo Lorenzo, Stefano, Mark, Francesco, John, ed Andrew. Li superai senza accorgermene e da lì fu Andrew che iniziò a rincorrere me. Questa volta è altrettanto divertente, ma più asciutta. La discesa è velocissima, poi da Firenzuola parte una strada arzigogolata che scende lungo il corso del torrente Santerno. Il paesaggio è lunare e bellissimo: ci sono delle gole, delle insenature, degli arbusti e tante rocce. Potrebbe essere lo Utah, ma è il Mugello. Io ho fatto questo viaggio in compagnia di un drappello di sudamericani che viaggiavano veloci. A un certo punto una curva secca a destra, si risale.

Il Passo del Paretaio mi ha divertito tantissimo. A inizio salita ho dovuto lasciare il gruppetto con cui ero per fermarmi a fare pipì (eh, lo so). Poi però mi sono attaccato alle ruote di un gruppo composto principalmente da ciclisti di due club: Ciclomani e Vitam-in. Andavano su come le frecce e io mi sono goduto tutti i tornanti con loro. Discesa, breve pianura a Palazzuolo sul Senio, e poi l’ultima salita verso il Passo della Sambuca. Questa non me la sono proprio goduta. Faceva caldissimo ed ero rimasto solo. A tre quarti salita c’è una croce, ma la fine è ancora lontana. Ad ogni buon conto, sono arrivato fino su a Prato all’Albero, dove pingui famiglie arrivate in macchina dall’altro versante banchettavano spensierate.

Da lì sono stato fortunatissimo a trovare un gruppo compatto, con dodici ciclisti della stessa squadra – credo fosse il Team Gastone Nencini, ma chissà. Attaccandomi a loro, mi sono fatto gli ultimi quindici chilometri a tutto gas, senza soffrire troppo il caldo e la fatica. Ho finito i 125 chilometri in poco meno di cinque ore e mezza, tenendo un ritmo sopra i 25 chilometri orari. Chissà quanto ci avrei messo senza tutte quelle soste-bagno.

Weekend long reads, June/July 2021

Medelyn Xiao, The Pleasant Head Trip of Liminal Spaces, The New Yorker. Chris Bickerton, Europe Failed Miserably With Vaccines. Of Course It Did, The New York Times. Sam Dresser, How Camus and Sartre split up over the question of how to be free, Aeon.

Bidon collection

Il più grande giornale sportivo italiano ha l’abitudine di parlare di un solo sport, il calcio, e concentrarsi su chi sta al centro dei riflettori. Che poi, il più delle volte, è chi vince. A me, che sono abituato a perdere, lo sport piace per altre ragioni: le sue infinite storie, le analogie e le figure retoriche, la cultura popolare, i paradossi. Da qualche anno a questa parte, chi meglio rappresenta queste ragioni è il giornale di ciclismo che si chiama Bidon, di cui consigliai alcuni libri nel 2018. Se non sapete da dove cominciare, vi raccomando sei articoli di quest’ultima annata 2021.

Gli articoli sono questi, in ordine cronologico. Uno zaino di cento chilo, sul malessere profondo di Tom Dumoulin e il suo precoce ritiro dal ciclismo. I quattro elementi, sull’epico tra Mathieu van der Poel e Wout van Aert ai Mondiali di Ciclocross di Ostenda (sulla stessa gara, mi piace molto anche Una prospettiva solo mia). Qualcosa di bello di e su Alessandro de Marchi, che racconta di quando si è trovato completamente da solo dopo aver passato due giorni in maglia rosa al Giro d’Italia. Del rumore a Landernau, su eventi di importanza relativa nel grande ordine delle cose che però diventano per il popolo oggetto di lunghe e articolate dispute. E infine Fuori discussione, su Michael Dlamini, primo sudafricano nero della storia al via di un Tour de France che si sceglie “un giorno brutto per avere un brutto giorno”.

Talamone

Tre foto di un fine settimana da incorniciare.

Il parrucchiere dei cani

Sulla strada dove abitavamo io e Arianna nel quartiere di Jules Joffrin a Parigi lavora un parrucchiere dei cani. Quando uscivo di casa non mancavo di guardare attraverso il vetro del suo studio; anche perché la tendina rosa rimaneva quasi sempre aperta, quasi fosse un invito ad ammirare quel che succedeva all’interno. I cani stavano a quattro zampe su un tavolino, beati, mentre lui tagliava veloce il pelo con mano sicura. Mi sono chiesto se desse loro qualche tranquillante prima di iniziare il servizio. Non credo. Ogni tanto penso ancora a quei canini e alla loro espressione paciosa. Chissà cosa frullava nella loro testa durante quelle sessioni di taglio.

Siddhartha with a camera

In a book on photography I recently read, the act of taking pictures is described as ‘pleasure, instinct, and freedom‘. If you asked me, I would add ‘contemplation‘. The beauty of photography is that of taking time, going slow, waiting for the right light, and then waiting a few days for the film to be developed – of course, the latter does not apply to modern cameras and phones. The slow rhythm of photography contradicts the imperatives of modern life.

What is more, it seems to me that there are several connections between yoga and photography. The pursuit of abstraction, the importance of being an observer of something bigger going on around you, and the idea that you can find joy simply by taking the time to look around.

Of course, I know little about photography and I know even less about yoga. Take these scattered notes with a pinch of skepticism.

Cimiteriale

C’è qualcosa di particolarmente suggestivo nella parte più antica del cimitero delle Porte Sante a San Miniato al monte. Un guazzabuglio di tombe annerite dal battere del sole, tantissime, tutte pigiate l’una sull’altra. Alcune furono concepite per essere prestigiose: eleganti, altisonanti, comprate a prezzi affatto popolari. Anche quelle sono ormai abbandonate. Fatiscenti e chiuse a chiave da chissà quanti anni, talvolta sono popolate da fiori e piantine che si fanno spazio tra le crepe del tempo.

Il cerchio chiuso della miseria

Nel Cinquecento, la strada prese il nome di via delle Poverine, dal nome del corrispondente istituto religioso femminile. Attorno a Seicento il nome fu cambiato in corso dei Tintori, ceduto poi a un’altra strada. Questa zona infatti era nota anche per le attività produttive meno nobili e più maleodoranti, che richiedevano l’uso dell’urina, quali appunto la tintura delle pezze e la conciatura delle pelli. Non è un caso che poco oltre si trovi oggi via dei Conciatori.

L’Arte dei Tintori teneva lo Spedale di Sant’Onofrio. In questo tratto di strada sorgeva anche il convento di San Girolamo, tenuto dall’ordine delle Poverine Ingesuate. Più verso piazza Cavalleggeri si trovava poi l’ospedale dei Santi Filippo e Jacopo, della compagnia di San Niccolò, che nella prima metà del Cinquecento divenne delle monache di San Miniato.

All’angolo della strada sorgeva inoltre uno spazio per le “Sepolture dei Giudei”. È stato scritto che nella strada si compiva così un “cerchio chiuso della miseria”: le anime venivano soccorse dalla fede, poi curate negli ospedali e infine sepolte.

Oggi il quartiere è silenzioso, i rumori arrivano ovattati. Quelli che furono cimiteri, ospedali e conventi sono oggi caserme militari. Da una di queste partì l’84º Reggimento di fanteria che prese parte alla conquista della Libia. Quando i militari partirono, la via si chiamava ancora via delle Poverine; quando tornarono il nome era stato cambiato in via Tripoli, su delibera dell’amministrazione Corsini nel novembre 1911.

E’ qui che Arianna e io ci siamo appena trasferiti.