Lorenzo & his humble friends

The fool doth think he is wise, but the wise man knows himself to be a fool

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Se ti fosse toccato in sorte

Leggevo Il prossimo viaggio, di Squonk e pensavo ad Anna.

Ogni tanto penso che sarei stato un buon romano, o buon fiorentino, o un buon shanghaiese. Penso che se mi fosse toccato in sorte viverci mi ci sarei trovato bene – ci sarebbero state cose che non avrei sopportato e mille altre invece che mi sarebbero piaciute. Mi adatto, mi adatto facilmente, mi adatto in fretta. Forse sono solo di bocca buona, quando salgo su un treno ho sempre il Kindle con me, inizio a leggere e non siamo ancora usciti dalla stazione che stacco gli occhi dallo schermo e li piazzo fuori, e mi piace tutto, guardo tutto come un bambino di cinque anni, mi piace guardare la pioggia, se il cielo è grigio rimango affascinato dall’uniformità, e se è azzurro dal contrasto dei colori, mi piacciono i palazzi che danno sui binari, mi piace la pianura nella quale sono nato, mi piacciono i fiumi, mi piacciono i capannoni industriali, mi piacciono gli sfasciacarrozze, le macchine ferme nei campi, le rotoballe, i ponti – e lo stesso succede quando sono in una città, mi piace vedere downtown e i palazzi signorili, mi piacciono le corti, mi piace vedere le periferie (e finire in posti conosciuti solo per lo spaccio di eroina e i vagoni blindati che andavano verso i campi di sterminio), mi piace vedere le luci, le vetrate, le insegne luminose e mi piacciono i marciapiedi sconnessi, i ponti traballanti, i gasometri, le cascine in rovina. Mi è piaciuto morire di umidità a Orlando, sono rimasto a guardare la notte nella stazione della Schnellbahn di Ruesselsheim dove non c’è altro se non la gigantesca sede e fabbrica della Opel e mi è piaciuto pure quello, lo ricordo bene ed è un ricordo piacevole. A volte mi chiedo cos’ho che non va, poi penso al prossimo viaggio.

My humble friends

I am about to begin something new in my life and I am pleased to think that many of my friends will be in a similar kind of transition.

Tommaso, Matia, Marco and Leila all won a scholarship and from October will pursue a Phd in London, Pavia, and Trento. On the other shore of the Ocean, Thomas has taken up a radio career at UVic: you can listen to his weekly podcasts here. Andrew just moved to Egypt. You can read his new blog here. Iris graduated and started working, but from what I gathered she’s still in Utrecht.

What about Anna? She is about to come back from Munich. In September she will graduate in Lugano and then she’ll take some time off to think about her best choice for a master’s program. She’ll soon be my guest here in Florence: can you possibly think of any better place to get inspired?

Dipartite, paure e riti apotropaici

Se la morte non si può controllare, si può almeno provare a demonizzarla

Anna Piccoli, articolo scritto per l’Universo

È possibile individuare due atteggiamenti estremi nei confronti della morte: da un lato il naturale rifiuto psicologico del termine dell’esistenza, dall’altro l’anelito a quel momento che sembra recare sollievo rispetto alle sofferenze del mondo. Entro questi due estremi, migliaia di sfumature e posizioni intermedie: la rassegnazione, la speranza, la paura, il coraggio consapevole, la curiosità.
Per molti, tuttavia, morire significa vivere, aprire una nuova porta e iniziare un’altra vita, sia essa quella cristiana nel regno di Dio, quella reincarnata in corpo terrigno o quella socratica dell’anima filosofica, che, pura, ascende a un sopra-mondo meraviglioso. Persino il kamikaze riceve le chiavi del Paradiso, perché il suo sacrificio è accesso a una dimensione beata.
L’ideazione di mondi postmortali appare però come uno stratagemma funzionale a fuggire il pensiero dell’evento che più di ogni altra cosa intimorisce; sembra una distrazione e una consolazione. O piuttosto: un mito apotropaico. Tanto più che questi mondi sono costruiti in maniera speculare a quello terreno e sembrano costituirne una diretta prosecuzione, seppure più bella, una versione perfettita.

Paradossalmente, l’unico che non assiste alla propria fine ne è il protagonista. L’uomo non sa cosa lo aspetta; non sa se la morte comporta vantaggi, tormenti oppure semplicemente annichilisce, come suggeriva Leopardi nei “Prolegomeni alla Batracomiomachia” e nella nota operetta morale “Dialogo di Federico Ruysch e delle sue mummie”; se è un passaggio o un’estinzione e, se via di transito, qual è la meta; se ci sarà qualcosa ad aspettarci, se ci sarà qualcuno; se si resterà in contatto con la Terra e con chi vi abita oppure se non vi sarà più nessun legame, nessuna coscienza delle vicende che tanto ci hanno interessati mentre eravamo in vita. A queste domande non è ancora stata trovata una risposta oggettiva e forse non è neppure possibile trovarla. È anche per questo motivo che esistono altri tipi di soluzioni, variegate, interessanti, talvolta spiritose: offrono spiegazioni, spunti di riflessione o di appiglio, ma, soprattutto, dimostrano la necessità tutta umana di affrontare l’ignoto, esorcizzarlo e renderlo più familiare.

Qualcuno decide di avere un’anteprima e inscena le prove generali del proprio funerale. Un esempio noto agli amanti delle lettere classiche è Trimalchione, celebre personaggio del Satyricon di Petronio, eccessivo nei modi e goffamente teatrale; un altro, questa volta non letterario, è Hitchcock, geniale regista britannico: abituato a sorprendere nelle sue pellicole, non rinunciò al colpo di scena neppure nella vita reale, scegliendo di congedarsi dal suo pubblico con la propria cerimonia funebre, celebrata dieci giorni prima del suo decesso.
Una soluzione differente è quella trovata da Boccaccio che con le sue cento novelle offre svago e allegria rispetto alla tragica epidemia di peste del Trecento. Per chi le scrisse, per chi le lesse e per chi tuttora le legge, le narrazioni equivalgono a una scappatoia per evadere dalla tristezza e placare la paura.
Si pensi poi ad Halloween, la notte in cui costumi mostruosi e un trucco, per così dire, truculento, uniti a “scherzetti e dolcetti”, aiutano a superare l’angoscia per il ritorno dei morti.

I rituali funebri sono diffusi in tutto il mondo e diversamente articolati da paese a paese. Lo scopo? Contenere il dolore del lutto, ridurre il proprio timore e trasformare l’evento negativo in occasione positiva. Perché sulla morte non si ha controllo, ma l’uomo ha bisogno di percepirsi come attore potente, non come vittima passiva della biologia.
Le sepolture egizie, come molte altre, dimostrano la credenza speranzosa in un prosieguo della vita; le antiche lamentazioni delle prefiche, ossia le professioniste del pianto, suggeriscono con la propria ripetitività il desiderio di respingere la negatività del trapasso; il chiudere gli occhi al defunto rivela pietà, ma è anche un gesto fatto per bloccare ogni canale tra l’aldilà e l’hic et nunc; la società moderna sceglie di presentare giovani e vecchi come athanatos, ossia immortali, e di non parlare della dipartita, delegandola il più possibile al cordoglio privato e recintandola in cimiteri sempre meno visitati.
Eppure non dalla sua negazione, ma dalla riflessione sulla morte e sui rituali a essa legati può nascere uno spunto vitale. Lo suggerì nel 2008 il regista Yojiro Takita con la pellicola “Okuribito” (“Departures”): se avete tempo, guardatevela.

Sveglia! Il sonno (della ragione) genera mostri

Anna Piccoli, articolo scritto per l’Universo

Ci aveva avvertiti già nel 1797 Francisco Goya (1746-1828) che «Il sonno della ragione genera mostri». Così recita la didascalia del frontespizio della serie di 80 grabados, ossia incisioni ad acquaforte e acquatinta, intitolata “Capricci” e pubblicata nel 1799. Si tratta di opere prive di commissione, frutto del genio e delle ossessioni dell’artista, che, accantonando la solarità dei giovanili cartoni per arazzi, affianca alla ritrattistica la satira sferzante contro pregiudizi, vizi e miserie umane. Alla delicatezza del pennello si sostituiscono la forza dell’incisione, la corrosione del mordente, il contrasto netto del chiaroscuro per raffigurare senza pietà soggetti allegorici e grotteschi. All’ottimismo subentra il pessimismo, legato alla sordità di Goya, ma anche ai sanguinosi eventi storici e politici di Spagna. Dal 1792 il tratto dell’artista si fa cupo e manifesta la paura di non poter squarciare il velo di oscurità che obnubila la mente, annienta la ragione e rende bestia l’uomo. La cultura illuminista vacilla sotto le esplosioni della guerra e i colpi della rivoluzione, incapace di fronteggiare il flusso irrazionale degli eventi; il realismo di Goya cede il passo a un proto-romanticismo inquieto e alla deformazione esasperata, modernamente espressionistica delle figure; non è dipinta la luce della ragione, ma il nero dell’incubo, del delirio, dell’orrore, la tenebra da cui è avvolto chi è incapace di riflettere e discernere.

Le sferzate del pittore spagnolo sono indirizzate principalmente contro i rapporti privati, la politica e le credenze popolari. Sono rappresentate situazioni emblematiche, meschinità a cui siamo ancora piuttosto accostumati: vanità, lascivia, matrimoni di interesse, tradimento, maleducazione, criminalità, prostituzione, servilismo, ipocrisia, abusi, corruzione, asineria, magia nera, oscurantismo religioso e chi più ne ha, più ne metta.

Nessuno sfugge alla critica morale incalzante di Goya: ne sono protagonisti gli appartenenti di tutte le classi sociali, popolo e aristocrazia, governanti ed ecclesiastici, volti sconosciuti e volti noti di individui coevi al pittore, spesso presentati come scimmie e ciuchi che fanno da maestri ad altri somari. Per ogni incisione una didascalia salace, un commento caustico, che, mentre strappa un sorriso, zittisce. Sono raffigurazioni caricaturali, scandalose, irriverenti e persino blasfeme, da cui, però, è facile sentirsi chiamati in causa e che mantengono, anche a distanza di secoli, una strabiliante attualità.

Sul frontespizio un uomo, forse lo stesso Goya, siede a una scrivania, il capo nascosto tra braccia. Dorme, ma con la sua posizione sembra voler difendere il volto dallo sciame sinistro di uccelli notturni, diabolici pipistrelli e felini che si delinea alle sue spalle e che altro non è se non il prodotto del suo subconscio, del sonno della sua ragione. Va ricordato che il gufo è simbolo di follia, il pipistrello rappresenta l’ignoranza e il gatto è animale comunemente associato alla stregoneria. Forse quest’immagine doveva suggerire che la fantasia, privata della ragione, produce visioni mostruose, mentre accompagnata dall’intelletto origina arti meravigliose. Se consideriamo però tutti i “Capricci” e altre – terribili – serie di Goya di poco successive (“Disastri della guerra”, “Proverbi”, “Follie”, “Pitture nere”), possiamo pensare che l’artista volesse in realtà esprimere un monito ideologico: se gli uomini non si affidano alla ragione, tutto diviene visione irrazionale, allucinazione, insensatezza che si tramuta in tremenda degradazione. Violenza e crudeltà sono i frutti della superstizione e dell’ignoranza che l’Illuminismo desiderava combattere.

Goya ci aveva avvertito con un’insistenza inusitata, ma non è bastato: il sonno della ragione è un male anche delle civiltà moderne. Non è raro constatare la presenza di cervelli addormentati o, meglio, le dilaganti manifestazioni di una razionalità non tanto assente, quanto perversa: oltre a stravaganze e falli comuni a ogni società, vediamo le grida selvagge di chi non sa usare altro mezzo per esprimersi, assistiamo a stupri, guerre, omicidi, crisi valoriali, una politica degenere, una finanza in precario equilibrio, sempre sul punto di impazzire, persino le curve e i volti perfetti di bellissimi “mostri” in silicone assumono un alcunché di inquietante.

Nessun facile moralismo, solo un invito a riscuotere le coscienze appisolate. Per l’umanità infatti non ci sono secoli di veglia e secoli di sonno: ogni epoca porta con sé i figli del risveglio (come Goya) e i frutti di un duplice sonno della ragione, quello di chi produce gli incubi e quello di chi li accetta senza rigettarli. Perché non provare a schierarsi tra i desti?

Jorge Luis Borges: etimologie per una notte da incubo

Anna Piccoli, articolo scritto per l’Universo

Sette è il numero delle conferenze tenute da Borges a Buenos Aires nel 1977, successivamente trascritte nell’opera Siete noches. Ogni «notte» l’autore tratta un diverso argomento, vasto e complesso, partendo da esperienze personali che rendono ciascun soggetto più vicino al pubblico. A unire i vari temi e legare il lettore/ascoltatore un filo di Arianna, che va seguito per trovare l’uscita dal labirinto di etimologie, musicalità di versi poetici, traduzioni in lingue straniere, riferimenti ad altri testi, ad altre epoche, persone, realtà. Mano a mano che passa il tempo e scorrono le righe, il lettore/ascoltatore avanza nella sala conferenze, fino a prendere posto e trovarselo di fronte: Borges gli parla direttamente, racconta, insegna, dialoga con lui. Le sue parole trasportano in un viaggio di sogno tra la poesia, il buddismo, la cabala e la cecità. Ed ecco che, la seconda «notte», quel viaggio di sogno si muta in incubo. Non in un brutto sogno, no: in un incubo affascinante, quello etimologicamente spiegato dall’intellettuale argentino, che attraversa tempo, spazio e autori illustri con una rapidità propria solo dell’immaginazione.

Di colpo ci si trova a Roma: qui Incubus è il nome della divinità che ispira sogni angosciosi. Si tratta di un demone che, calata l’oscurità, si pone sopra l’inconsapevole dormiente, opprimendolo. Tale è, infatti, l’etimo: in-cubo, “giaccio sopra”. Lo stesso vale in Grecia, dove ephialtes, “incubo” appunto, deriva da ephallomai, ossia “salto sopra”. La vittima? Ancora una volta il dormiente, schiacciato da un peso che gli provoca visioni negative. È un’idea, questa, che attraversa secoli e culture. Una traccia rimane nel tedesco Alp (“incubo”, ma anche “elfo”), Alptraum e Alpdruck (letteralmente “sogno dell’elfo” e “pressione dell’elfo”); un’altra nella lingua spagnola, dove pesadilla, termine che dipende da pesar, indica qualcosa che esercita una pressione su di noi; ma non bisogna preoccuparsi: pesadilla è un diminutivo, è qualcosa di piccolo, che dura poco.

Effettivamente, mangiare qualcosa di poco digeribile, qualcosa che resta sullo stomaco, provoca facilmente brutti sogni, proprio come fa Incubus ben accomodato sul ventre di chi si è abbandonato al sonno.
Tale è la rappresentazione che dà Füssli nel suo celebre olio: una giovane donna distesa, il capo reclinato sul bordo del letto, il braccio abbandonato e una strana creatura, orrida, accovacciata sul suo grembo. Nel dipinto appare anche un’altra figura inquietante, un cavallo dagli occhi vitrei, la cui testa, spettrale, spunta dall’ombra della cortina. Che sia forse un rimando alla «yegua de la noche» (Borges), la giumenta che, secondo le leggende, di notte portava in groppa il demone malefico? Ne resta un ricordo nel francese cauchemar (e, guarda caso, cauchier, in piccardo, significa, ancora una volta, “premere”), nel tedesco Nachtmar e nell’inglese nightmare, dove mare o meare sarebbe proprio “cavalla”. Così la intendono Shakespeare in alcuni suoi versi e Hugo parlando del «cheval noir de la nuit». L’etimologia è però incerta e mare potrebbe avere il valore di fantasma, come nella mitologia nordica, o quello di morte, se si considera il lessema latente indoeuropeo mer.

Che sia il fastidioso peso di un elfo demonico, l’angoscia provocata da un fantasma evanescente o l’atterrimento dovuto a un’oscurità pesta dal sentore di morte, l’incubo è ovunque malessere fisico o orrore apportato da un elemento soprannaturale che, turbando, disturba il sonno. Forse, afferma Borges, durante gli incubi siamo davvero all’inferno. Eppure, sia nell’incoscienza del sonno che nella consapevolezza del risveglio, l’incubo, come il sogno, lascia un’impressione forte: è vivida affabulazione e intricata interpretazione. Perciò, conclude Borges, lo si può considerare la più antica e diffusa di tutte le attività estetiche.