Lorenzo & his humble friends

The fool doth think he is wise, but the wise man knows himself to be a fool

Tag: anna

2018: resolutions

Go ski touring in Switzerland. Finish the Ph.D. in style. Improve my French. Memorise twelve poems: one per month. Cook. Read one, big classic of Russian literature. Reunite Dani, Jonas and Tosan. Collect whiskey and photography books. Go sailing. Avoid developing an addiction for the pipe. Continue fencing and playing tennis. Race with the bike. Drink alcohol with Anna, visit Tirana. Hike with my parents, with Giallu, with Nicco. Travel outside Europe, meet Thomas. Spend some days with the Canadians, possibly in Istanbul. Get married. Nervous laugh: I was kidding on that last one.

On the front line

One month ago Anna and I went to see an exhibition at Palazzo Madama in Torino. This is a deeply moving collection of photographies that invites all of us to move away from our comfortable reality through the work of women reporters documenting war zones in Egypt, Syria, Congo, Libia, Somalia, Afghanistan, Iraq, and more.

The photographers included in the exhibition are Linda Dorigo, Virginie Nguyen Hoang, Jodi Hilton, Andreja Restek, Annabell Van den Berghe, Laurence Geai, Capucine Granier-Deferre, Diana Zeyneb Alhindawi, Matilde Gattoni, Shelly Kittleson, Maysun, Alison Baskerville, Monique Jaques, and Camille Lepage.

The exhibition will be open until the 16 of January.

Dutching

Pédaler avec charme

I have received a few messages from readers complaining for the abrupt interruption of publications on this blog. To be honest, it is mainly relatives worried about my health – a reasonable concern in light of recent events and previously expounded theories. Unlike my blog and Aston Villa, I am still doing fine. In the last few weeks I have been traveling. Let me sum up so I myself can keep track.

First off to Spain. It is a shame I do not have a good camera, because there are so many vivid imagies I should have captured. Instead I only took a picture of a book which I found in a museum of photography. I thought it was funny that it appeared randomly open on a picture of South Tyrollean valleys. Anyways. I was in Madrid for work and I stayed in a room in Lavapies, arguably one of the city’s most vibrant, alternative, and popular neighbourhoods. My stay was courtesy of Pedro, whom I hope to meet soon. Then down to Sevilla, also for work: I could barely appreciate La Giralda, el Alcazar, la Torre del Oro, el Guadalquivir, which I had already seen in 2009 in a torrid day at around 45° when I was living in Granada with Anna. This time my mind was closed, much more closed than it used to be, so I only had a remote glimpse of the exotism, the monuments, the women, the fiestas. As a sentence written in a lost book, todos hellos parecian confabulates para arrastrar a los centavos mas alla de lo que los limited que podian proportioner una domesticate imagination.

Then back to Florence. Unfortunately I had to cancel my participation to the Florence Gran Fondo which took place today (sic), because I am away. However, I still managed to go on a couple of long rides with Giallu and Bjorn. It is probably safe to assume that I have ridden more kilometres in 2016 than in the previous three years combined. And it has become somehow addictive.

Cycling is really becoming a thing for me. I am spending too much money buying fancy outfits, too much time watching highlights of professional races, too much energy studying stories of old champions.

The video above is about the story of a Swiss rider, Hugo Koblet. And it is probably fitting, since I just moved to Neuchâtel to work on my PhD dissertation – hint: that’s why I had to miss today’s Gran Fondo in Florence. Here, again, I have to thank Jean-Thomas, who made my stay possible and provided such gorgeous looks on the lake.

 

Scaramouche, Scaramouche, will you do the Fandango?

Giulia, Dani, Ada, Vivian, Anna, Fabio, Giallu, Martina, Mariana, mamma, babbo, Johannes, Mariam, Fatima, two random kids, Nele, Chloé, another random kid driving a yellow car in front of an elderly guy with funny socks. Santo Spirito, Livorno (and cacciucco), Lucca (and the Comics), San Miniato, Fiesole. 2015: join me for a very Tuscan Fall.

Migrare

Ogni tanto servono anche riflessioni personali e sentimentali e ti avviso subito, cara lettrice, che questa è una di quelle bombe sfacciatamente melodrammatiche che scrivo il venerdì sera dopo una lunga discussione a tavola.

Prima di tutti è stato Jonas e già il suo addio fu piuttosto melodrammatico. Tra pochi mesi Dani tornerà all’estero e questa volta sarà per qualche anno, se non per una vita. Ada partirà a gennaio e Nele anche. La maggior parte delle persone che hanno arricchito la mia vita a Firenze, da Martin a Fabio, Niels, Mariana, Anna, prenderanno il volo tra agosto e dicembre. Perfino i fiorentini, penso a Giallu, potrebbero andarsene. E io, che come sempre non ho ancora un programma definito [She said, “Where d’you think your going with that look upon your face / He said, “I’m going nowhere, would you like to come too”] non so ancora dove sarò. Forse dopo tutto anche io dovrò dire arrivederci a Firenze, questa città bellissima che mi ha accolto come una amica forte e virtuosa fin dai primi giorni. Da quando ho compiuto ventun anni ho sempre cercato di muovermi velocemente: non ho mai avuto difficoltà a stringere nuove amicizie e staccarmi sapendo che la vita è breve e va vissuta per tappe, senza fermarsi troppo a lungo nella stessa medesima situazione. E anzi, mi sono divertito a ricominciare daccapo anno dopo anno. Eppure questo posto, queste persone: non sono sicuro di essere pronto al distacco. L’unico modo di tirarmi su è una canzone che passa in questo momento alla radio e mi fa venire in mente una clip particolare: la emulerò, ballando ai tempi passati e quelli a venire.

Se ti fosse toccato in sorte

Leggevo Il prossimo viaggio, di Squonk e pensavo ad Anna.

Ogni tanto penso che sarei stato un buon romano, o buon fiorentino, o un buon shanghaiese. Penso che se mi fosse toccato in sorte viverci mi ci sarei trovato bene – ci sarebbero state cose che non avrei sopportato e mille altre invece che mi sarebbero piaciute. Mi adatto, mi adatto facilmente, mi adatto in fretta. Forse sono solo di bocca buona, quando salgo su un treno ho sempre il Kindle con me, inizio a leggere e non siamo ancora usciti dalla stazione che stacco gli occhi dallo schermo e li piazzo fuori, e mi piace tutto, guardo tutto come un bambino di cinque anni, mi piace guardare la pioggia, se il cielo è grigio rimango affascinato dall’uniformità, e se è azzurro dal contrasto dei colori, mi piacciono i palazzi che danno sui binari, mi piace la pianura nella quale sono nato, mi piacciono i fiumi, mi piacciono i capannoni industriali, mi piacciono gli sfasciacarrozze, le macchine ferme nei campi, le rotoballe, i ponti – e lo stesso succede quando sono in una città, mi piace vedere downtown e i palazzi signorili, mi piacciono le corti, mi piace vedere le periferie (e finire in posti conosciuti solo per lo spaccio di eroina e i vagoni blindati che andavano verso i campi di sterminio), mi piace vedere le luci, le vetrate, le insegne luminose e mi piacciono i marciapiedi sconnessi, i ponti traballanti, i gasometri, le cascine in rovina. Mi è piaciuto morire di umidità a Orlando, sono rimasto a guardare la notte nella stazione della Schnellbahn di Ruesselsheim dove non c’è altro se non la gigantesca sede e fabbrica della Opel e mi è piaciuto pure quello, lo ricordo bene ed è un ricordo piacevole. A volte mi chiedo cos’ho che non va, poi penso al prossimo viaggio.

Christmas with Alkistis

Alkistis!

So this time around you are spending Christmas in Florence. Because we know you like to write, each of us selected one short piece of writing we thought you might like. The guys picked poems, the girls wrote something themselves. And then we took a picture of us, including our nice or not-so-nice faces and a snapshot of what is with us: be it a pair of skis, a teddy bear, or a Cuban politician. May this inspiring company help you prepare the way for new stories to be lived.

Anna, Camille, Jonas, Lorenzo, Martin, Theo

Hello mister, pleased to meet ya

When I opened this blog, one of the main purposes was to keep track of the people, the places, the things. Pictures are a good way to do that. Then I realized it was getting harder and harder. Systematically sharing pictures became impossible. We now have such a proliferation of images and I receive daily feedbacks from Instagram, Facebook, Picasa, Twitter… It has become impossible to keep one tidily ordered library with all the pictures I would like to remember.

So my selection here on the blog reflects this feeling of rhapsodic disorder. It is a scattered collection of pictures that help me focusing on what happened between January and now. Not too much, honestly. There are pieces of Stefania, Anna, and friends. A lot of time in the house, maybe because I love it and I love my flatmates. And then some beautiful places blossoming in Spring between Florence and Ferrara. Summer will be more hectic, anyway.

Dipartite, paure e riti apotropaici

Se la morte non si può controllare, si può almeno provare a demonizzarla

Anna Piccoli, articolo scritto per l’Universo

È possibile individuare due atteggiamenti estremi nei confronti della morte: da un lato il naturale rifiuto psicologico del termine dell’esistenza, dall’altro l’anelito a quel momento che sembra recare sollievo rispetto alle sofferenze del mondo. Entro questi due estremi, migliaia di sfumature e posizioni intermedie: la rassegnazione, la speranza, la paura, il coraggio consapevole, la curiosità.
Per molti, tuttavia, morire significa vivere, aprire una nuova porta e iniziare un’altra vita, sia essa quella cristiana nel regno di Dio, quella reincarnata in corpo terrigno o quella socratica dell’anima filosofica, che, pura, ascende a un sopra-mondo meraviglioso. Persino il kamikaze riceve le chiavi del Paradiso, perché il suo sacrificio è accesso a una dimensione beata.
L’ideazione di mondi postmortali appare però come uno stratagemma funzionale a fuggire il pensiero dell’evento che più di ogni altra cosa intimorisce; sembra una distrazione e una consolazione. O piuttosto: un mito apotropaico. Tanto più che questi mondi sono costruiti in maniera speculare a quello terreno e sembrano costituirne una diretta prosecuzione, seppure più bella, una versione perfettita.

Paradossalmente, l’unico che non assiste alla propria fine ne è il protagonista. L’uomo non sa cosa lo aspetta; non sa se la morte comporta vantaggi, tormenti oppure semplicemente annichilisce, come suggeriva Leopardi nei “Prolegomeni alla Batracomiomachia” e nella nota operetta morale “Dialogo di Federico Ruysch e delle sue mummie”; se è un passaggio o un’estinzione e, se via di transito, qual è la meta; se ci sarà qualcosa ad aspettarci, se ci sarà qualcuno; se si resterà in contatto con la Terra e con chi vi abita oppure se non vi sarà più nessun legame, nessuna coscienza delle vicende che tanto ci hanno interessati mentre eravamo in vita. A queste domande non è ancora stata trovata una risposta oggettiva e forse non è neppure possibile trovarla. È anche per questo motivo che esistono altri tipi di soluzioni, variegate, interessanti, talvolta spiritose: offrono spiegazioni, spunti di riflessione o di appiglio, ma, soprattutto, dimostrano la necessità tutta umana di affrontare l’ignoto, esorcizzarlo e renderlo più familiare.

Qualcuno decide di avere un’anteprima e inscena le prove generali del proprio funerale. Un esempio noto agli amanti delle lettere classiche è Trimalchione, celebre personaggio del Satyricon di Petronio, eccessivo nei modi e goffamente teatrale; un altro, questa volta non letterario, è Hitchcock, geniale regista britannico: abituato a sorprendere nelle sue pellicole, non rinunciò al colpo di scena neppure nella vita reale, scegliendo di congedarsi dal suo pubblico con la propria cerimonia funebre, celebrata dieci giorni prima del suo decesso.
Una soluzione differente è quella trovata da Boccaccio che con le sue cento novelle offre svago e allegria rispetto alla tragica epidemia di peste del Trecento. Per chi le scrisse, per chi le lesse e per chi tuttora le legge, le narrazioni equivalgono a una scappatoia per evadere dalla tristezza e placare la paura.
Si pensi poi ad Halloween, la notte in cui costumi mostruosi e un trucco, per così dire, truculento, uniti a “scherzetti e dolcetti”, aiutano a superare l’angoscia per il ritorno dei morti.

I rituali funebri sono diffusi in tutto il mondo e diversamente articolati da paese a paese. Lo scopo? Contenere il dolore del lutto, ridurre il proprio timore e trasformare l’evento negativo in occasione positiva. Perché sulla morte non si ha controllo, ma l’uomo ha bisogno di percepirsi come attore potente, non come vittima passiva della biologia.
Le sepolture egizie, come molte altre, dimostrano la credenza speranzosa in un prosieguo della vita; le antiche lamentazioni delle prefiche, ossia le professioniste del pianto, suggeriscono con la propria ripetitività il desiderio di respingere la negatività del trapasso; il chiudere gli occhi al defunto rivela pietà, ma è anche un gesto fatto per bloccare ogni canale tra l’aldilà e l’hic et nunc; la società moderna sceglie di presentare giovani e vecchi come athanatos, ossia immortali, e di non parlare della dipartita, delegandola il più possibile al cordoglio privato e recintandola in cimiteri sempre meno visitati.
Eppure non dalla sua negazione, ma dalla riflessione sulla morte e sui rituali a essa legati può nascere uno spunto vitale. Lo suggerì nel 2008 il regista Yojiro Takita con la pellicola “Okuribito” (“Departures”): se avete tempo, guardatevela.