Lorenzo & his humble friends

The fool doth think he is wise, but the wise man knows himself to be a fool

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Sul Brenta

Con Arianna, Gabo e Sara siamo partiti da Molveno, dove i parcheggi costano carissimi: non lo faremo mai più. Abbiamo pranzato al Rifugio Selvata e poi, con meteo piuttosto brutto, Gabo e Sara sono scesi a valle. Io e Arianna siamo arrivati al Rifugio Tosa Pedrotti, dove abbiamo pernottato. La mattina dopo abbiamo traversato per poi scendere dalla valle delle Seghe. Una gita un pò vorrei ma non posso: ce ne saranno altre, più ricche.

Il parrucchiere dei cani

Sulla strada dove abitavamo io e Arianna nel quartiere di Jules Joffrin a Parigi lavora un parrucchiere dei cani. Quando uscivo di casa non mancavo di guardare attraverso il vetro del suo studio; anche perché la tendina rosa rimaneva quasi sempre aperta, quasi fosse un invito ad ammirare quel che succedeva all’interno. I cani stavano a quattro zampe su un tavolino, beati, mentre lui tagliava veloce il pelo con mano sicura. Mi sono chiesto se desse loro qualche tranquillante prima di iniziare il servizio. Non credo. Ogni tanto penso ancora a quei canini e alla loro espressione paciosa. Chissà cosa frullava nella loro testa durante quelle sessioni di taglio.

Il cerchio chiuso della miseria

Nel Cinquecento, la strada prese il nome di via delle Poverine, dal nome del corrispondente istituto religioso femminile. Attorno a Seicento il nome fu cambiato in corso dei Tintori, ceduto poi a un’altra strada. Questa zona infatti era nota anche per le attività produttive meno nobili e più maleodoranti, che richiedevano l’uso dell’urina, quali appunto la tintura delle pezze e la conciatura delle pelli. Non è un caso che poco oltre si trovi oggi via dei Conciatori.

L’Arte dei Tintori teneva lo Spedale di Sant’Onofrio. In questo tratto di strada sorgeva anche il convento di San Girolamo, tenuto dall’ordine delle Poverine Ingesuate. Più verso piazza Cavalleggeri si trovava poi l’ospedale dei Santi Filippo e Jacopo, della compagnia di San Niccolò, che nella prima metà del Cinquecento divenne delle monache di San Miniato.

All’angolo della strada sorgeva inoltre uno spazio per le “Sepolture dei Giudei”. È stato scritto che nella strada si compiva così un “cerchio chiuso della miseria”: le anime venivano soccorse dalla fede, poi curate negli ospedali e infine sepolte.

Oggi il quartiere è silenzioso, i rumori arrivano ovattati. Quelli che furono cimiteri, ospedali e conventi sono oggi caserme militari. Da una di queste partì l’84º Reggimento di fanteria che prese parte alla conquista della Libia. Quando i militari partirono, la via si chiamava ancora via delle Poverine; quando tornarono il nome era stato cambiato in via Tripoli, su delibera dell’amministrazione Corsini nel novembre 1911.

E’ qui che Arianna e io ci siamo appena trasferiti.

Pampeago, Lagorai, e Catinaccio

Senza pensieri

La prima cosa che mi colpisce arrivati a Napoli sono le mura che parlano: ci sono manifesti mortuari ovunque. La maggior parte degli annunci sono dedicati a decessi; alcuni a veglie postume (il trigesimo); altri ancora ad anniversari. La seconda cosa che mi colpisce sono i tatuaggi sui corpi delle ragazze: tantissimi e situati in ogni anfratto del corpo. La terza cosa è banale e quasi mi vergogno a scriverne; però i motorini sono davvero impressionanti. Velocissimi, con a bordo un uomo e un armadio, tre donne, un uomo una donna e un bambino, tre bambini, tre bambini e un cane, e via dicendo. Molti guidano senza casco, ma i miei avvistamenti preferiti sono quelli con elmetti velleitari, copricapi che potrebbero uscire da un museo della prima guerra mondiale.

Il nostro minuscolo appartamento é proprio davanti al vecchio tribunale, ora Castel Capuano. Camminiamo pieni d’ammirazione per Spaccanapoli e poi per i Quartieri Spagnoli, dove vanno assai di moda i banchetto dello spritz. Nelle case filtra pochissima luce. Porte e finestre sono aperte: la socialità dell’uscio. La sera incontriamo Francesca nel suo quartiere, il Vomero. Siamo acclimatati.

Da Maiori a Scala (8 chilometri, 700 metri di dislivello)

La mattina di martedì prendiamo un autobus che ci porta da Napoli a Maiori, passando per i pittoreschi paesi di Cava de’ Tirreni e Cetara. In barba a tutti gli stereotipi, l’autobus parte e arriva in orario, ed è pure comodo. Il personale dei trasporti, e questa sarà una costante del viaggio, si rivela assai rigido nell’applicazione delle norme regionali che limitano i posti disponibili sui mezzi pubblici e impongono l’uso della mascherina.

Da Maiori prendiamo il Sentiero dei Limoni che porta a Minori. Sono tantissime scale, che prima vanno a salire e poi a scendere. Dall’alto si nota soprattutto la coloratissima cupola maiolicata, eredità saracena, della chiesa. Non è l’unica: ce ne sono altre, pure quelle incredibili, a Cetara, Vietri, Atrani, Amalfi e Positano. Siamo scaraventati nel mediterraneo: la luce intensa, il sudore, l’odore di macchia mediterranea, i suoni lontani e attutiti, il riflesso della luce del mare. Incontriamo pochissima gente. Ci piace tanto.

Arrivati a Minori facciamo una sosta al mare. Credo che la pandemia, con la complicità di una normativa spericolata, abbia regalato affari d’oro ai gestori dei lidi. Con la scusa del virus, c’é infatti un divieto di balneazione libera: é obbligatorio prenotarsi e pagare gli stabilimenti per nuotare in un triste recinto di boe. Il ritornello « é colpa del covid » va molto di moda da queste parti e si usa un po’ per tutto, dalle spiagge a pagamento al cameriere che rompe un bicchiere al bar. Vero è che da queste parti la pandemia ha mozzato drasticamente sia il numero, sia la qualità, ovvero la propensione alla spesa, dei visitatori. La costiera amalfitana ha costruito le sue fondamenta sulle spese spensierate di americani, australiani e russi, di cui quest’anno vediamo solo i fantasmi. Arianna ed io camminiamo per luoghi tranquilli, affollati ma non troppo. Siamo fortunati, e tutto sommato non ci disturba sganciare un balzello per accedere al mare. 

Da Minori risaliamo fino a Ravello; una breve sosta in piazza e poi, ormai al tramonto, scendiamo e risaliamo per dei gradini infiniti che ci conducono a Scala. Località meno nota di Ravello, Amalfi e Positano, da qui si gode di una vista superba. Alloggiamo in un b&b dove veniamo trattati assai bene. Mangiamo una cena luculliana in una vicina trattoria che porta il mio nome. Dalla terrazza siamo come avvolti nelle luci delle case sulle vallate. Pare di stare nel mezzo di un presepe. I nostri vicini di tavolo, un gruppo di anziani giocherelloni, definiscono il primo ministro italiano uno scapucchiello.

 

Scala – Pogerola (15 chilometri, 600 metri di dislivello)

La mattina di martedì scendiamo fino a Minuta. Da lì, guardando verso il basso, si vedono i resti della Basilica di San Eustachio, tra le più antiche dell’Italia meridionale; o almeno, così ci piace pensare. Risaliamo nuovamente e arriviamo nel bosco. Camminiamo lungo un sentiero di montagna sotto Punta d’Aglio. Sentiamo alcune capre in lontananza. Non c’è anima viva. Alla nostra sinistra scendiamo nella Valle delle Ferriere, dove fino a inizio Novecento erano attive tre cartiere che usavano la forza motrice di un torrente per produrre carta. Oggi ne restano i ruderi, e noi facciamo il bagno sotto una delle tante cascate.

Scendiamo fino ad Amalfi; ma invece di buttarci nel centro storico siamo attratti da un locale che sta al limitare del paese e si chiama Miseria e Nobilità. Parrebbe chiuso, con una pompa aperta a inondare la veranda, sedie rovesciate e un cane curioso con la cataratta, Cico. Entriamo incerti; ne usciamo due ore dopo con una pasta al limone, una zuppa di cozze e una grande simpatia per Rocco, il decadente proprietario. Un tempo questa era una discoteca (e si vede), il Roccocò. Poi, dopo le continue risse tra bande di adolescenti provenienti dai paesi del circondario, Rocco fu costretto a chiudere. Oggi parla con un misto di nostalgia e distacco degli anni novanta, quando la costiera era una popolare meta per la vita notturna. 

Da Miseria e Nobilità dobbiamo ancora risalire qualche centinaio di gradini sotto il sole di mezzo pomeriggio per Pogerola. Lasciamo le nostre cose, scendiamo in bus ad Amalfi, facciamo un bagno (rigorosamente a pagamento, causa covid) e torniamo a Miseria e Nobilità per cena. Rocco ha chiamato Antonio per aiutarlo a cucinare. Arianna ed io siamo gli unici avventori e spadelliamo assieme a loro nella cucina.

 

Pogerola – San Lazzaro (7.5 chilometri, 800 metri di dislivello)

La mattina di mercoledì partiamo da Pogerola per il sentiero che conduce fino all’altopiano di Agerola. Appena partiti incontriamo un magnifico uomo di sessant’anni, il viso solcato dalle rughe, una sigaretta, il corpo atletico. Parliamo dei sentieri di montagna, delle scale da Amalfi a Pogerola che lui in gioventù faceva due volte al giorno (per andare a scuola e per andare a giocare a calcio), del suo nome (Come quello del patrono di Amalfi, lo stesso di uno dei discepoli. Giovanni? No! Lorenzo? Ma no, lui é il protettore di Scala e non era mica un discepolo! Simone? Simone detto…? Pietro! Bravo! Ma non é lui! E’ il discepolo cui Gesû disse di pescare anime, non pesci. Ci arrendiamo. La soluzione é Andrea). Arriviamo nella frazione di San Lazzaro, dove alloggiamo in un agriturismo senza lode e senza infamia, ma forse con più infamia che lode. E’, questa, una giornata di trasferimento, arricchita però dalla splendida cena al ristorante di Bomerano che ci era stato raccomandato da Gabo. Ce ne andiamo con un ricordo speciale per le delizie al limone e per Antonio, il cameriere ossequioso e premuroso che ha sposato una donna trentina.

Giornata senza foto degne di rilievo.

 

Bomerano – Positano (10 chilometri, 150 metri di dislivello)

La mattina di giovedì imbocchiamo il sentiero degli dei, che é degno del suo nome. Scenico, facile, va a scendere dolcemente verso Nocelle e si percorre tutto in meno di quattro ore. Da qui, pare di stare in un arcipelago di isole galleggianti nell’aria, tanti sono i minuscoli promontori a picco sul mare e avvolti nelle nuvole. Da Nocelle, dopo una spremuta al limone in uno dei tanti punti di ristoro per turisti faciloni, scendiamo ancora fino a Positano. 

A Positano i nostri anfitrioni sono Giovanna e Salvatore. Anche di loro voglio ricordarmi. L’appartamento che ci danno è splendido e sospetto che in altri tempi costi almeno il doppio di quanto lo paghiamo noi. Oltre a questo, sono scherzosi e si fanno in quattro per aiutarci a organizzare i giorni a venire e trovarci una Vespa, che noleggiamo da loro la sera seguente. Prima di noleggiare la Vespa, però, il venerdì prendiamo una barchetta a motore da Giovanni. La usiamo per dirigerci a Li Galli. (Inciso: da queste parti si usa dire buona passaggiata! per ogni cosa, incluso un giro in barca. Questa cosa mi fa sorridere). Chi ha avuto pazienza a sufficienza per arrivare fin qua vorrà certo dedicare cinque minuti a leggere la convulsa storia di questa isola, tra sirene pennute, ballerini, architetti svizzeri, conigli. Vi interesserà meno sapere che noi, a Li Galli, a differenza di Ulisse, andiamo brevemente alla deriva. Risolviamo i nostri problemi, come suggerito da Giovanni il barcaiolo, prendendo letteralmente a pugni il motore. Da lì esploriamo la costa e alcune calette a occidente di Positano. Vi dirò: bellino, però io soffro il mal di mare, ci sono decisamente troppe barche, e fa un caldo eccessivo. La sera inforchiamo la Vespa e guidiamo fino a Conca dei Marini passando sopra al Fiordo di Furore. Da Conca guardiamo un tramonto arancione. Poi saliamo fino a Bomerano per fare un bis alla Selva. La strada è lunga, buia, e tortuosa. In quota fa discretamente freddo. Ma alla Selva hanno i totani freschi e Antonio si ricorda di noi.

 

Conca dei Marini – Napoli

La mattina a Conca dei Marini ci sveglia musica italiana anni 60. Fa molto cliché, ma ci garba. Da lì guidiamo fino a Marina del Cantone, con una sosta panino alla parmigiana in un bar ruspante a Colli di Fontanelle. Se non tornassi proprio in questo bar, me lo faccio io il panino: casereccio, unto, scapucchiellato.

Il rientro a Napoli avviene per Vespa (fino a Positano), per nave (fino a Sorrento), a piedi (dal porto alla stazione), per treno (con la circumvesuviana fino a Napoli Garibaldi), e in metro (da Napoli Garibaldi a Piazza Dante). Sono le undici di sera quando arriviamo nel nuovo appartamento, ma fa molto caldo.

 

Napoli

Non scriverò dove abbiamo mangiato, perché da queste parti si mangia bene quasi ovunque. Dirò, tuttavia, che siamo indebitati a Fabio per i suoi consigli e ai cinquantadue patroni di Napoli per la protezione che ci hanno offerto. Un posto dove vorremo tornare a mangiare, prima o poi, è la Pescheria Azzurra in Portamedina. E ecco qui un altro posto da tenere a mente: Tandem.  

 

Alcuni luoghi che abbiamo visto e che ci sono piaciuti tanto sono le Catacombe di San Gennaro, Castel dell’Ovo (peccato fossero agibili solo gli esterni; mi piace però pensare che questa fu la residenza di Lucullo), Capodimonte e il suo parco incredibile, Marechiaro. Quelli che ci offriranno una scusa per ritornare sono il Cristo Velato e la Napoli sotterranea. 

Nel frattempo, lunedì è il giorno dello scudetto alla Juventus. Leggo sui giornali locali condivisibili analisi del predominio del nord Italia in tutti gli sport di squadra, maschili e femminili, dall’inizio degli anni Novanta ad oggi. Sul mio taccuino annoto quanto segue: ostentazione, auto-ironia, improvvisazione, spreco, gusto, abbondanza. Mi piacciono tanto i capannelli di anziani che discutono animatamente. Credo sia una ricchezza del nostro Paese e tutto sommato penso che dev’essere bello invecchiare da queste parti.

Drei Zinnen

In 2012 I resolved to hike with friends at least once every summer. It went well for a few years. Then, slowly but surely, the group started to shrink. Last year, Giallu and I were the only survivors.

This year, a lucky combination of two factors that are not entirely unrelated – Arianna’s joining the group and the popular desire to spend time outdoor after three months in a lockdown – revitalised our tradition.

Here we are, eleven of us, when we still thought we were stronger than the rain (spoiler alert: we were not). Giallu, Giacomo, Arianna, Carlo, Delina, Lorenzo, Ludo, Gabo, Anna, Dani. This year’s hike is on the Tre Cime di Lavaredo, die Drei Zinnen.

Fiscalina

We start at Hotel Dolomitenhof (1’465), Val Fiscalina, right next to Sesto. Even with thr clouds, this is a scenic valley. Only now I remember I used to go there as a kid. We do not mind the rain too much. The the trail becomes a little river and we do mind a little bit. At about 2’000 meters of altitude we start shivering. At this point, we mind the rain very much. The Rifugio Locatelli (2’450), our objective for the day, appears and then disappears in the fog. Nerve wracking. It is a good feeling to arrive in our room.

Just like last year, we spend much of the first afternoon napping. Dani overhears another group talking about a “magic room” where clothes and boots dry up quickly. We go on a treasure hunt. We find the room: it does not look that magic, but it is indeed a little warmer than all other spots in the hut.

We have dinner. Very good dinner. A healthy mix of vegetables and meat. Noted down for future hikes. Gloria and Emanuele join us from Brunico, enlarging the Florentine and Milanese sections of the group.

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We wake up on a glorious Sunday morning. Gabo walks triumphantly to the dorm: there is a magic flow of air in the magic room and all our clothes and boots will get dry in no time. It is a warm, powerful flow coming from the kitchen. Ludovica throws her boots right into it. Carlo tells the story of when he did the same as a kid and his boots broke apart shortly after because of the excessive heat. We all laugh.

The group splits. Some of us go for the via ferrata to Monte Paterno (Paternkofel, 2’440), others take the lower trail to Rifugio Plan di Cengia (2’528). It is a bright day, and we move up the rocks following the ‘Cling cling’ of our carabiners. Everything is simple and there isn’t much to say.

I took the photo of a bridge and next to it there are the ruins of an old bridge. When my parents did the same via ferrata in the 70s, they had to use the old bridge, which was pretty much like it is today.

From Rifugio Plan di Cengia we hike together to Rifugio Comici (2’224). There we lose Giacomo (who goes for the Via ferrata degli alpini) and Carlo (who has to be back for dinner). This is where Ludo’s boots break. No one laugh. We all think of Carlo.

We arrive to the car a little earlier than dusk. We head to Trento where we want to have a typical dinner. We reserve a table at La Gnoccata. When I ask for the tortel trentino, they tell me ‘Questa è cucina tipica emiliana, qui di trentino abbiamo solo il cameriere‘. And what a waiter. Wild, compassionate, garrulous. We will be back.

Aria fresca

Early on Saturday morning. Arianna on the bike, myself on a trottinette, half an hour through the empty streets of Paris to reach Gare de Lyon. Other youngsters arrive by bike. They have portable mattresses for bouldering. We take the train to Fontainebleau.

We walk randomly until we reach the Gorges d’Aupremont. Then we head to Barbizon, which became famous after the Barbizon School of painters like Théodore Rousseau, Jean-François Millet, and Jean-Baptiste Corot. We note the picturesque main street, the luxuriant gardens, the sophisticated roofs of the houses. 

It is already late afternoon when we leave Barbizon: Fleury-en-biere, Perthes, Saint Sauveur sur école, Avernaux, Saint Fargeau. These villages remind me of my childhood, when I would visit them often, week in, week out. Never in person; in the videogames. Many of them would be based on World War II, and in World War II there is always a moment when you play the American soldier (or, more rarely, the British trooper) advancing through Normandy and then down until you reach Paris in the summer. I know this sounds extremely controversial. Awkwardly, the image of a chill French summer stuck with me.

We arrive at the farm. It is our first encounter with a public space in almost three months. It takes little to adjust. The owners smile often. I am destroyed. Arianna bursts with energy. We have dinner and breakfast in the garden. It feels like I am now living the dream I had during the confinement.

We walk to Ponthierry, then along the Seine to Vosves, and from there to Villiers-en-Biére. We decide to stop there. There is a big field with crops and a park that is completely empy. We nap there. We later discover the park is empty because it is closed to the public to contain the spread of the virus. Ops.

We finish the day with a very long crossing of the forest. After winter and two additional months with ho human beings, the forest is taking control again. Most tracks are completely hidden by the vegetation. Without the map, we would not be able to find and follow them. It feels special to walk in the wild.

We arrive in Bois le Roi and back to Gare de Lyon.

Libera uscita

Bois de Vincennes, Bois de Boulogne, Asnières-sur-Seine, rue de l’Abreuvoir.

Luca, Marco, Estelle, Marco, Jimmy, Francesca, Jean Thomas.

Applauses

On Thursday March 12th I went to see Andreas in Vevey. We climbed up a Dent with the skis, ate a soup, and then I headed home and packed some clothes. On the evening I was at the Reithalle in Bern to watch Perro Bomba, as part of the movie series organised by Christina and Lisa. I sneaked out of the room to watch the televised speech by Emmanuel Macron. The next morning, very early in the morning, I hopped on the train from Neuchatel to Paris. I breathed a sight of relief upon arriving at Gare de Lyon. I had spent the entire week worrying that the French government may close the borders abruptly, tearing Arianna and I apart.

I remember going to L’Odeur du Book on Saturday. It is a small bookshop managed by an Italian couple. I bought a big volume, Visions du sport – Photographies 1860-1960, and read it at Le Timbale. Three young men on the table next to mine were drinking Belgian beer and playing a complicated board game. Outside it started to rain.

It was an open secret that the French government was going to impose a lock-down soon. The rest of Europe had looked at Italy with contempt when the government introduced draconian measures in the weekend of March 9th; just like Italy had looked at China with contempt between January and February. That weekend I was skiing in Leysin with Yvan, Jean-Thomas, Maria, Quinn: on Saturday evening I could not get myself away from the phone upon hearing the news the Lombardy was to be quarantined within 12 hours.

The French government had decided to wait before imposing the lock-down to allow the first round of the municipal elections to go ahead. The elections were due the weekend I arrived in Paris. Arianna and I had dinner in the house with Luca and Marco. We bid farewell. The next day, Macron announced the lock-down.

I spent the following two months working on my presentations and indicators. Together with Arianna, we grew a little garden in the kitchen; and we ran up to the Sacre Coeur every evening at 19:00. At 20:00 we would be on our balcony clapping with the neighbours: the young couple in front of us, the elderly lady with a dachshund (Toby) visiting her friends on the ground floor, the elderly homosexual couple with elegant colourful clothes further down the street. Bizarrely (for Paris), the sun shone through the entire lock-down: it felt like we were living in a warm Mediterranean city.

 

A few weeks ago, the lock-down was gradually lifted. The applauses disappeared gradually, too. A few die-harders continued to clap every evening at 20:00. They slowly decreased in number, then one week ago the applauses stopped altogether. The posters advertising candidates of the municipal elections are still hanging on the streets. I suppose that taking them down is not considered an essential activity. Awkwardly, it still feels like that grey electoral Saturday of mid-March.

Earlier this week, the government finally allowed bars and restaurants to open their terraces again. The first day of opening, Tuesday, was magnificent. I realised how much I had missed the feeling of reading in the sun, with people around me. In a classic French ironic twist, on Wednesday evening a thunderstorm brought mayhem on the city. The temperatures have dropped to 10 degrees and it looks like it will be raining for the next seven days or so.

Atomised individuals

Last year, Arianna and I went to the Fondation Beyeler in Basel. We saw an exhibition on Picasso’s rose and blue periods. We were planning to return this year for the exhibition on Edward Hopper. Our plans have had to adjust to a global pandemic, but we may still be able to pay a visit: the exhibition just re-opened and, unless things change, we could travel to Switzerland starting from early June.

In the meantime, Edward Hopper paintings have assumed a brand new meaning. As a recent article put it, we are all Edward Hopper paintings now. In his depictions of modern American life you may see very different things: sad loneliness, contented solitude, longing, hope, despair, isolation, meditation… The way you look at those images may tell something about your own experience with the lock-down.