Lorenzo & his humble friends

The fool doth think he is wise, but the wise man knows himself to be a fool

Tag: cycling

Montalbano

Ecco un bel giro ciclistico di centotrenta chilometri di distanza e circa duemilacinquecento metri di dislivello fatto con Giallu attorno alla catena di Montalbano. Anticamente luogo di insediamenti etruschi; successivamente teatro della contesa tra Firenze (che sta a ovest), Pistoia (a est) e Lucca (ancora più a est); infine, riserva di caccia preferita dai Medici che vi fecero costruire svariate ville, e poi ricco terreno per la produzione del vino. Brevi incursioni su terreno sterrato, tanti ciclisti, vista splendida sulle pianure che circondano Firenze.

Chiesanuova-Cerbaia-Montelupo-Vitolini-San Baronto-Quarrata-Carmignano-Montelupo-Malmantile-Santa Maria a Marciola-Scandicci-Galluzzo.

La via del latte

Una delle cose che più mi piacciono della Toscana è la varietà delle strade, colline e persone. Prendi la bici e scopri un mondo. In questi mesi mi sono fatto trascinare prima da Giallu e poi da Andrew con il resto del gruppo dell’ASD Florence by Bike. Ho riscoperto il Mugello e mi sono avvicinato alla Val di Pesa. Ho visto un daino che correva a Pratolino poco dopo il tramonto e ho sentito un branco di cinghiali che grugnivano felici andando verso San Polo.

Ho smesso di pedalare per tre settimane dopo aver partecipato, a fine giugno, alla Gran Fondo del Mugello, nota anche come La Via del Latte. La memoria di quella giornata è sfumata: quel poco che ricordo lo scrivo qui.

All’alba di domenica ho noleggiato una piccola utilitaria e con quella sono orgogliosamente riuscito a portare me stesso e la mia bici fino all’autodromo di Scarperia. Era il secondo di tre viaggi al Circuito del Mugello: era qui che avevo i miei due appuntamenti vaccinali tra metà giugno e fine luglio.

La Gran Fondo prende il via sulla griglia di partenza. Pedalare nel circuito è divertentissimo. Mi sono meravigliato di due cose: il contorno (l’orizzonte mugellaneo è densamente popolato di monti e montagne) e le rampe a salire, a scendere, e a salire di nuovo (in televisione non si notano). Dei primi chilometri, attorno al lago di Misurina, ricordo un solo dettaglio, assai prosaico: mi stavo per pisciare addosso. Alla fine ho deciso di fermarmi per una sosta tecnica, perdendo la scia del gruppo velocissimo con cui stavo.

La prima salita, quella del Passo della Futa, la conoscevo già, avendola fatta un mese prima sotto la pioggia. Quella volta rincorrevo Lorenzo, Stefano, Mark, Francesco, John, ed Andrew. Li superai senza accorgermene e da lì fu Andrew che iniziò a rincorrere me. Questa volta è altrettanto divertente, ma più asciutta. La discesa è velocissima, poi da Firenzuola parte una strada arzigogolata che scende lungo il corso del torrente Santerno. Il paesaggio è lunare e bellissimo: ci sono delle gole, delle insenature, degli arbusti e tante rocce. Potrebbe essere lo Utah, ma è il Mugello. Io ho fatto questo viaggio in compagnia di un drappello di sudamericani che viaggiavano veloci. A un certo punto una curva secca a destra, si risale.

Il Passo del Paretaio mi ha divertito tantissimo. A inizio salita ho dovuto lasciare il gruppetto con cui ero per fermarmi a fare pipì (eh, lo so). Poi però mi sono attaccato alle ruote di un gruppo composto principalmente da ciclisti di due club: Ciclomani e Vitam-in. Andavano su come le frecce e io mi sono goduto tutti i tornanti con loro. Discesa, breve pianura a Palazzuolo sul Senio, e poi l’ultima salita verso il Passo della Sambuca. Questa non me la sono proprio goduta. Faceva caldissimo ed ero rimasto solo. A tre quarti salita c’è una croce, ma la fine è ancora lontana. Ad ogni buon conto, sono arrivato fino su a Prato all’Albero, dove pingui famiglie arrivate in macchina dall’altro versante banchettavano spensierate.

Da lì sono stato fortunatissimo a trovare un gruppo compatto, con dodici ciclisti della stessa squadra – credo fosse il Team Gastone Nencini, ma chissà. Attaccandomi a loro, mi sono fatto gli ultimi quindici chilometri a tutto gas, senza soffrire troppo il caldo e la fatica. Ho finito i 125 chilometri in poco meno di cinque ore e mezza, tenendo un ritmo sopra i 25 chilometri orari. Chissà quanto ci avrei messo senza tutte quelle soste-bagno.

Bidon collection

Il più grande giornale sportivo italiano ha l’abitudine di parlare di un solo sport, il calcio, e concentrarsi su chi sta al centro dei riflettori. Che poi, il più delle volte, è chi vince. A me, che sono abituato a perdere, lo sport piace per altre ragioni: le sue infinite storie, le analogie e le figure retoriche, la cultura popolare, i paradossi. Da qualche anno a questa parte, chi meglio rappresenta queste ragioni è il giornale di ciclismo che si chiama Bidon, di cui consigliai alcuni libri nel 2018. Se non sapete da dove cominciare, vi raccomando sei articoli di quest’ultima annata 2021.

Gli articoli sono questi, in ordine cronologico. Uno zaino di cento chilo, sul malessere profondo di Tom Dumoulin e il suo precoce ritiro dal ciclismo. I quattro elementi, sull’epico tra Mathieu van der Poel e Wout van Aert ai Mondiali di Ciclocross di Ostenda (sulla stessa gara, mi piace molto anche Una prospettiva solo mia). Qualcosa di bello di e su Alessandro de Marchi, che racconta di quando si è trovato completamente da solo dopo aver passato due giorni in maglia rosa al Giro d’Italia. Del rumore a Landernau, su eventi di importanza relativa nel grande ordine delle cose che però diventano per il popolo oggetto di lunghe e articolate dispute. E infine Fuori discussione, su Michael Dlamini, primo sudafricano nero della storia al via di un Tour de France che si sceglie “un giorno brutto per avere un brutto giorno”.

Bicicletta d’altura, ma non troppo

Come per la pesca (al tocco, d’acqua dolce, subacquea, all’agguato…) anche il ciclismo conosce infinite varianti. Mi ci sono voluti tre anni per rendermi conto che attorno a Neuchâtel pratico un ciclismo che definirei d’altura ma non troppo.

Certo, potrei anche pedalare in pianura attorno al lago; personalmente però trovo questo tipo di ciclismo estremamente monotono e compiango i miei amici che vivono nei Paesi Bassi. Tra l’altro, qui a Neuchâtel le strade lacustri sono ampie, spesso ventose, decisamente poco avvincenti. (Se vi state chiedendo come una strada pianeggiante può essere avvincente, guardatevi l’Atlantic Ocean Road in Norvegia). A peggiorare le cose ci sta l’annoso problema della mancanza di ciclisti. In tutti gli altri posto dove ho pedalato è frequente incontrare altri avventurieri con cui fare due chiacchiere e aiutarsi a vicenda; a Neuchâtel non mi succede mai.

Ci sono, tuttavia, alcune strade di questo cantone dove vale la pena avventurarsi. Sono quelle che salgono sugli altopiani a nord, verso la Francia. Non sempre è divertente: sono strade faticose e, anche queste, solitarie. Tuttavia, a fine agosto c’è una luce vivida e una temperatura ideale.

Quest’anno mi sono goduto la valle che sale per Enges, Lignères, Nods. Pedalando verso le Chasseral, che avevo scoperto nel 2016, mi sono ascoltato lo straordinario Sostiene Pereira di Antonio Tabucchi letto da Sergio Rubini. Chi di voi ha letto il libro sa che il protagonista beve moltissime limonate e ne parla con gusto. Io, che mi ero dimenticato di riempire le borracce, ho salivato come un mastino napoletano mentre mi inerpicavo in salita all’ascolto del dottor Pereira.

Fatto sta che essendo cresciuto a Trento rimango pur sempre, alla base, un ciclista di montagna. E così ogni tanto prendo il treno e vado a cercare le salite lunghe. Quest’anno sono andato a Losanna e da lì ho puntato il Col de la Croix, di cui avevo letto un gran bene. Nell’avvicinamento ho trovato una molteplicità di ciclisti, uomini e donne, veloci e lenti. Ciclisticamente, vivere qua è senza dubbio più appagante di Neuchâtel. Dopo cinquanta chilometri sono arrivato ad Aigle, dove passo spesso l’inverno per andare a sciare (a Leysin; o a Champery). Qui si sarebbero dovuti svolgere i Mondiali di Ciclismo a fine settembre, se non che il governo svizzero ha deciso di proibirli per limitare il contagio del Covid-19. Alla fine, i Mondiali si svolgeranno a Imola, in italia.

Da Aigle la salita va verso Gryon, Villars-sur-Ollon e Coufin. E’ una bella strada, piuttosto regolare e con tanti tornanti nella prima parte e pochissimi da Gryon in poi. Io sono partito brillante, ma a Villars-sur-Ollon ero convinto di essere arrivato al passo: i successivi quattro chilometri li ho fatti praticamente a zig-zag. Nonostante la nebbia sono riuscito a scovare la buvette: è sempre bello mangiare qualcosa di caldo in vetta.

Nel tornare ho accarezzato l’idea di pedalare di nuovo fino a Losanna ma, arrivato a Montreux, dopo centoventi chilometri, mi sono accorto di essere completamente bollito. Sono salito sul treno e rientrato a Neuchâtel. Tra pochi giorni parto per Parigi: temo che non ci saranno altre pedalate fino a ottobre, almeno.

Pontarlier

Sono andato in bici fino a Pontarlier salendo fino a Rochefort (una salita che faccio spesso e volentieri) e poi via via in leggera salita per tutta la val de Travers (Brot Dessus, Noiraigue, Travers, Couvet, Motiers, Fleurier). Era qui che venivo spesso ad allenarmi nel 2016 e mi piaceva tanto il paesaggio pre-alpino e così vagamente simile a quello dei dintorni di Trento, dove sono cresciuto. Una volta mi ero spinto fino a Fleurier e poi da lì ero andato a sinistra, ero risalito sullo Chasseron, mi ero perso nella nebbia, e poi giù di ritorno a Neuchâtel dall’altro versante, quello del lago. Questa volta, invece, a Fleurier ho preso a destra e ho ricominciato a salire (Saint Suplice, le Verrieres), ho attraversato il doppio confine con la Francia (vuoto: ma ha fatto una certa impressione, dopo tre mesi di confini chiusi tra i due Paesi) e poi giù fino a La Cluse, dove si vede il fortino abbarbicato sulle rocce, e da lì a destra e si arriva alla non bellissima Pontalier, dove oltre la metà della popolazione lavora all’estero (cioé, attraversa il confine e va a lavorare in Svizzera ogni mattina).

A Pontalier ho mangiato una Parigi-Brest, mi sono fatto un caffé, e poi sono ripartito senza sapere bene dove stessi andando. Mi sono trovato a salire molto più di quanto avrei desiderato fino a Les Gras, scendere precipitosamente, risalire a tradimento fino a Mont Chateleu, e lì ho attraversato un’altra frontiera ormai sguarnita, per poi scendere al lago des Tallières, e da lì ormai mi orientavo. Una curva a sinistra per La Brévine, un’altra a destra risalendo per Les Ponts de Martel, dove in inverno vengo talvolta a fare sci da fondo, poi giù per Les Petits Ponts e da lì un’ultima salita, che faccio con la lingua di fuori, fino a sotto il Mont Racine. Lunga discesa fino a casa, bagno e letto.

Sono memorabili giornate di solitudine.

Bis di montagne

Saturday morning with my bike: Bevaix, La Fruitiere (coffee break in mountain hut), Le Soliat (lunch break with a rösti at La Baronne: remember to come back in here with some good friends/family), Couvet, Gorge de la Rose.

Sunday: Jean-Thomas, Alexis, and Jeremie. The latter is a living example of how not to dress when hiking in the mountains: I love papa Francesco t-shirt with a fresh coffee stain, sneakers, light socks, and Gandalf-like stick. Broc, Dent de Broc (1828), la Trême, Gruyères (Jean-Thomas says it looks “just like Tuscany” because you can clearly see “la mano dell’uomo“: I am not convinced), Fribourg, Marco, Deg, Thibaut, fondue moitié-moitié, fondue fribourgeoise, and double créme.

 

 

 

Jaja

In questo periodo chiuso in casa mi sono divertito a recuperare mentalmente le immagini che associo alla primavera.

La primavera di quando ero bambino erano le pedalate in bicicletta. Quelle serali, vicino al Convento delle Laste, con alcuni ragazzi della zona. E quelle del fine settimana con mamma, papà, e Anna. Fiumi, torrenti, parchi, ciclabili, strade sterrate, tra il Trentino, l’Alto Adige, e il Veneto. Era il periodo del Giro d’Italia, che seguivo con Stefano e con papà. La sera guardavamo il Processo alla Tappa: le giornate si allungavano visibilmente ed i commentatori parlavano in maglietta o camicia dalle piazze italiane, bellissime, al crepuscolo. (Francesca, che vive a Londra ed è rientrata a Trento per il lock-down, mi ha scritto da poco che “la primavera italiana è meravigliosa ed è forse la cosa che all’estero mi manca di più“). Io simpatizzavo per i ciclisti stranieri, chissà perché. Laurent Jalabert e Pavel Tonkov. Feci disperare mio zio Paolo: mi promise di comprarmi la maglietta di un ciclista, probabilmente convinto che gli chiedessi quella di Pantani. Io invece volevo quella di Tonkov e lui dovette andare a cercarla in un magazzino di Roma. La conservo e la metto ancora, ogni tanto.

Di quelle pedalate ricordo anche gli orribili pantaloncini arancioni aderenti e gli eccentrici calzettoni bianchi, che amavo portare fino a sopra il polpaccio per emulare i calciatori. Erano calzettoni della Nik, con la famosa freccia capovolta all’ingiù: i miei li compravano da alcuni ragazzi che li vendevano porta a porta.

Crescendo, la primavera ha assunto altre forme. Ci sono state quelle del venticinque aprile, quella irlandese, quella passata al lago di Caldonazzo per preparare le Facoltiadi; quella canadese (vissuta un pò a metà, per dire il vero); e, più recentemente, anche quelle toscane, spagnole, e svizzere in un colpo solo. Però quella che ricordo in maniera più vivida è la primavera vissuta a Bruxelles nel 2013, con Mindo, Giulia, Moe, Roberto, Giovanni, Alessandro, Vaida. Penso spesso ai parchi (Cinquantenaire, Bois de la Cambre, un altro parco dove andai con Giovanni, Giulia, Diletta, Katharina e Valentina, ma non ricordo il nome), alla gita fuori porta a La Hulpe, alla scappatella a Dusseldorf, alla gara a Uccle, alle birre nelle piccole piazze vicino a Saint Boniface.

ps: il titolo di questo post è il soprannome di Jalabert, Jaja, che nello slang francese vuol dire anche goccetto.

Se piove l’é maiala

Rain, cold, a bad accident, and the absence of many friends: the Gran Fondo Gallo Nero wasn’t great.

The weekend was saved by Giallu, Zio Stefano, and my parents who decided to drive down to Tuscany for a couple of days. Some things I will remember: the short stay at Bencistà; the ride from Florence to Greve on Saturday (photos below); the lonely house carved inside a castle near Cavriglia; il sabato del villaggio a Greve; l’Osteria Monte Murlo; the fog; Giallu staring out of the window on Sunday morning, pyjamas and mug: ‘It rains again. Well, I guess we can drive back home now. I know a good trattoria in Panzano‘.

And the race? The route was shortened down from 135 km to 85 due to the rain. Besides, it was suspended for about half an hour because of a bad crash. I rode at an average of 28 km/h and finished 334th out of 689 participants in 2:59:15 (3:23:31 counting the half an hour stop in the middle of the road). The organisation was pretty dreadful and I probably won’t sign up again.

 

Gran Fondo Gallo Nero

I have decided to sign up for the 135km Gran Fondo Gallo Nero, which takes place on September 22 in the Chianti.

This will be my fourth Gran Fondo after Strade Bianche, Fiesole, and San Gottardo – provided I eventually manage to participate and complete it. It will also be my third competition of 2019, after the Diagonela and Marcialonga.

I am planning to go with Alvise, Piero, Giallu, and perhaps a few other friends.

Col du Sanetsch

I read several articles about the Col du Sanetsch. It has a solid reputation as one of the most spectacular bike climbs in Switzerland. It has long been on my bucket-list. Just like in 2018 I had allowed myself the luxury of climbing up the Grosse Scheidegg, in the summer 2019 I decided that the Col du Sanetsch would be my target.

I hopped on the train very early in the morning. I arrived in Martigny at 9. From there I rode to Sion, stopping along the way to eat the apricots directly from the trees. Apricots from Valais are unique.

From Sion I rode up to Savièse; and then up for 25 km and almost 2000 m of altitude. The climb is endless: it took me about three hours to get to the top. I used the day to listen to the first chapters of The Karamazov Brothers, but at some point I had to stop: I was too tired to follow the subtle philosophical nuances of the story. By the time I reach the Col, I was completely worn out. Never in my adult life had I been so tired during a bike ride.

Luckily there is a mountain hut where I could get a huge rösti. Then down to Sion and train back to Neuchatel.