Lorenzo & his humble friends

The fool doth think he is wise, but the wise man knows himself to be a fool

Tag: elezioni

Cose che leggo

Tre articoli in vista di domani: Piergiorgio sul voto di vendetta, Mattia Feltri sugli italiani, Christian Raimo sull’incapacità di elaborazione di cultura politica.

Tempo pessimo per votare

Tempo pessimo per votare, si lagnò il presidente di seggio della sezione elettorale quattordici dopo aver chiuso violentemente il parapioggia inzuppato ed essersi tolto un impermeabile che a ben poco gli era servito nell’affannato trotto di quaranta metri da dove aveva lasciato l’auto fino alla porta da cui, col cuore in gola, era appena entrato.

Vorrei condividere con voi le mie riflessioni sul voto di domenica 4 marzo per il rinnovo del Parlamento italiano. Lo faccio in continuità con gli appunti scritti nel 2012 per le primarie del Partito Democratico, nel 2013 per le politiche, nel 2014 per le Europee, nel 2015 per il referendum sulle trivelle e nel 2016 per il referendum costituzionale.

Premetto che ho seguito poco la campagna elettorale, sia perché non ne avevo il tempo (a differenza di altre volte), sia perché abito all’estero (e dunque mi giungono solo gli echi di dibattiti che, immagino, in Italia siano invece assordanti), sia perché all’alba dei trent’anni ho finalmente capito che la maggior parte dei comizi, dei talk show e delle interviste rilasciate da politici lasciano il tempo che trovano (meglio guardare ai programmi dei partiti e a quello che hanno combinato negli anni).

Premetto anche che la nuova legge elettorale è assurda. Io che ho una laurea in scienze politiche e che ho dedicato ore a studiarla non riesco ancora a capire come funziona.

Detto questo, voterò Partito Democratico per una ragione molto semplice: penso che negli ultimi cinque anni i suoi esponenti al Governo e in Parlamento abbiano fatto approvare numerose riforme di cui avevamo bisogno. Ve ne cito alcune: legge sulle unioni civili, legge per l’assistenza delle persone con disabilità grave prive del sostegno famigliare, bonus economico per i nuovi nati, abolizione dei co.co.pro, creazione dei PIR per investimenti finanziari dedicati alle imprese italiane, legge sul divorzio breve, legge sull’obbligatorietà dei vaccini, legge sul biotestamento, legge contro il caporalato, legge per aggiornare i livelli essenziali di assistenza del sistema sanitario pubblico, legge sulle unioni civili, legge per l’assunzione di oltre 100.000 professori precari nel sistema scolastico pubblico, legge per l’aumento delle risorse per il Piano Nazionale contro la violenza sulle donne fino a 30 milioni di euro.

Vi dirò. Anche a me è passato per la testa di votare contro il Partito Democratico e per tre ragioni almeno. Prima su tutte, la spocchia, l’antipatia e l’arroganza del suo segretario (lo dico da sempre, eh, mica da quando ha iniziato a perdere) e di alcuni personaggi abietti che popolano il partito e, ahinoi, il Parlamento. Sono stato tentato di non votare  Partito Democratico anche perché, a differenza del passato, non sono state organizzate le primarie (che figuraccia, Matteo Renzi: ti è andata bene che questa decisione sia passata sottobanco). Sono infine deluso dalla mancanza di forza nel portare fino in fondo la legislazione sullo Ius Soli e dalla decisione di approvare questa sgangherata legge elettorale. Sono sicuro che ci sono tante altre riforme che si sarebbero potute fare meglio. Così non è stato: pazienza. Al netto di tutto, se ripenso a come stavamo nel 2013, è mia opinione che il Partito Democratico abbia confermato di essere una forza politica in grado di farsi carico della responsabilità di governare un Paese grande e complesso.

Ho pensato a lungo se votare +Europa: nonostante abbia il nome di un multivitaminico da comprare in farmacia, questo partito ha un valido programma di governo e una leader valorosa. E tuttavia non sono convinto dai candidati della circoscrizione dove voto, reputando maggiormente credibili i notabili locali del Partito Democratico. Risiedessi altrove sarei felice di votare +Europa. Cambia relativamente poco, alla fine, dato che i due partiti fanno parte della stessa coalizione.

Vorrei invece spendere qualche parola sugli altri partiti che hanno delle realistiche speranze di andare al governo. Se volete ancora votare per Forza Italia dopo tutto quello che è successo negli oltre quindici anni in cui Berlusconi è stato il nostro primo ministro le possibilità sono due: o siete degli sciocchi oppure siete in malafede. In entrambi i casi credo sia inutile iniziare un dibattito con voi. Tutto sommato, invece, posso capire chi voterà Movimento 5 Stelle, Lega Nord, Fratelli d’Italia e altri partiti sulla base di un malcontento economico e sociale. L’Italia di oggi rimane un Paese svantaggiato rispetto ad altre realtà in Europa. C’è poco lavoro anche se poi, paradossalmente, chi ha un impiego è costretto a orari folli e con salari bassi. Le periferie sono spesso lasciate a se stesse. Gran parte del denaro pubblico viene sprecato in maniera balorda. E via dicendo. Ecco. Molti pensano che la causa di tutto questo sia l’attuale governo. Io, invece, credo che il Partito Democratico qualche colpa ce l’abbia, ma che moltissime responsabilità ricadono sul governo di Berlusconi che, come accennavo prima, dal 1994 al 2011 ha portato quello che era uno dei Paesi più benestanti d’Europa a un passo dalla bancarotta, cioè a un passo dal momento in cui i soldi che avete in banca non valgono più niente e tutti i nostri aeroporti, spiagge, musei e beni pubblici devono essere venduti a prezzi stracciati a governi stranieri. Voi adesso l’avete dimenticato, ma Lega Nord e Fratelli d’Italia sono stati parte di quel governo. Per dire: l’attuale legge sull’immigrazione, tema particolarmente caro a questi due partiti, l’hanno fatta proprio loro (la Bossi-Fini, che per inciso è un orrore). Credo, infine, che il Movimento 5 Stelle abbia dei meccanismi interni che sono alieni ai principi democratici e ritengo anche che gran parte dei candidati presentati in Parlamento siano persone prive della competenza e della preparazione necessaria per rappresentare un Paese che, come scrivevo sopra, è molto grande e complesso.

Non mi dilungo su Liberi e Uguali perché è un partito i cui rappresentati hanno seduto al governo per quattro anni e invece di lavorare costruttivamente alle riforme di cui sopra hanno avuto come unico obiettivo quello di sfiancare il segretario che loro stessi avevano democraticamente eletto. Gente come Grasso e d’Alema sono il corrispettivo politico di quella marmaglia che ogni tanto faccio l’errore di portare in montagna con me: invece di ringraziarmi per aver predisposto tutto e camminare tranquilli godendosi il paesaggio, passano ore e ore a lamentarsi della sete e delle pendenze scoscese.

Insomma, eccoci qui. Alla fine sono d’accordo con Paola Peduzzi: “il voto schizzinoso, svogliato, per dare un segnale (ma a chi?), col naso turato, sognando chissà quali alternative, non fa per me”. Voto convinto per la coalizione guidata dal Partito Democratico e lo faccio con gratitudine verso Paolo Gentiloni, Carlo Calenda, Benedetto Della Vedeva, Pier Carlo Padoan, Ivan Scalfarotto e Francesco Palermo (sono tutti uomini: mi spiace). Spero si vinca, ma so che sarà una mazzata colossale e da domenica sera si salvi chi può.

Perdere il voto

Al centro di ricerca con cui collaboro da qualche anno ci occupiamo di studiare, tra altre cose, come cambia l’estensione del suffragio elettorale tra paesi e sistemi politici diversi. In pratica, confrontiamo centinaia di elezioni in tutto il mondo per capire chi ha diritto a votare e chi no. È un tema importante, perché a seconda di dove viene tracciata la linea tra questi due gruppi si favorisce un candidato anziché un altro. L’ultimo caso in cui le decisioni relative al suffragio potrebbero aver avuto un esito determinante su una competizione elettorale è quello delle presidenziali americane del 2016. Leggete il resto del mio articolo su Unimondo.

Alla ricerca del tempo perduto

Domenica non sarò in grado di votare al referendum costituzionale perché sarò in viaggio tra la Germania e l’Italia per un impegno che avevo preso molto prima di conoscere la data della consultazione. Mi spiace davvero, perché quando sono sufficientemente convinto che certe decisioni siano giuste ci terrei a metterci il mio voto.

Se avessi potuto, avrei votato a favore della riforma. Personalmente sono convinto che questo adeguamento della Costituzione italiana contribuisca a migliorare il sistema decisionale. Come ho spiegato altrove, molto dipenderà poi dall’implementazione della riforma che verrà data dai gruppi politici che saranno eletti in futuro. Altre riforme, scritte meglio di questa, sono state implementate in maniera disastrosa. E tuttavia sono disponibile a prendermi il rischio, perché credo che sia urgente rendere più efficienti le nostre istituzioni. Personalmente non ho paura di un governo che sia nelle condizioni di prendere decisioni e rimanere in carica per cinque anni; anzi, credo che sia uno scenario desiderabile per la democrazia in Italia, con buona pace di tutti coloro che invocano il rischio di deriva autoritaria. Infatti sono perfettamente d’accordo con Claudio Giunta, che scrive questo:

I lamenti sulla deriva autoritaria e sull’uomo solo al comando riflettono a mio avviso l’idea, molto diffusa soprattutto a sinistra, che il potere sia una cosa in sé negativa, e che per stemperare questa ontologica negatività sia bene imbrigliarlo, renderlo inoperante dando al maggior numero possibile di persone o enti il maggior numero possibile di chances d’intralciare il suo esercizio. Io mi vedo intorno di continuo – nella vita quotidiana, nell’università – i disastri che questo modo di pensare porta con sé: lentezza nelle decisioni, contiguità tra controllati e controllori, irresponsabilità, trasformismo.

C’è di più. Ci sono le parole pronunciate da Giorgio Napolitano il 21 aprile 2013, all’indomani dei giorni drammatici in cui i rappresentati di PD, PDL, Lega e SC gli chiesero, in via del tutto eccezionale la disponibilità ad essere ri-eletto Presidente della Repubblica dopo aver capito che il sistema era fermo in una totale impasse. Napolitano accettò e nel suo discorso d’insegnamento ricordò quanto segue.

Non meno imperdonabile resta il nulla di fatto in materia di sia pur limitate e mirate riforme della seconda parte della Costituzione, faticosamente concordate e poi affossate, e peraltro mai giunte a infrangere il tabù del bicameralismo paritario. Molto si potrebbe aggiungere, ma mi fermo qui, perché su quei temi specifici ho speso tutti i possibili sforzi di persuasione, vanificati dalla sordità di forze politiche che pure mi hanno ora chiamato ad assumere un ulteriore carico di responsabilità per far uscire le istituzioni da uno stallo fatale. Ma ho il dovere di essere franco: se mi troverò di nuovo dinanzi a sordità come quelle contro cui ho cozzato nel passato, non esiterò a trarne le conseguenze dinanzi al Paese. Non si può più, in nessun campo, sottrarsi al dovere della proposta, alla ricerca della soluzione praticabile, alla decisione netta e tempestiva per le riforme di cui hanno bisogno improrogabile per sopravvivere e progredire la democrazia e la società italiana».

Le opportunità politiche hanno fatto sì che la logica che allora era condivisa da quasi tutti, e cioè che l’Italia avesse urgente bisogno di semplificare e migliorare il proprio sistema istituzionale, si perdesse dietro le preferenze di ognuno. Resta il fatto che quel che era ovvio in quell’aprile del 2013, e cioè che lo stallo del sistema politico a cui si era giunti non rendesse più rimandabile un cambio di assetto per superare perlomeno il bicameralismo paritario, è ovvio anche oggi.

Non ritengo, infine, che il voto sia un plebiscito sul governo, anche se tante persone che stimo e che hanno provato a riflettere sulla questione siano giunte a conclusioni diverse, da Francesco Costa a Michele Santoro e Fabrizio Barca.  Comunque la pensiamo, dobbiamo smetterla di ragionare esclusivamente in funzione dei leader, come se il mondo si riducesse a chi è pro o contro Renzi. La politica, quella buona, la si fa ragionando sulle idee e cercando di migliorare il funzionamento delle comunità. A me pare che, al netto di tante criticità che non ho mancato di riportare su questo blog, la riforma costituzionale approvata dal Parlamento migliori la nostra democrazia e spero, come privato cittadino, che questa scelta venga confermata nel referendum di domenica.

Prendendo a calci i giganti

E’ stata una campagna referendaria bizzarra e oggi Andrea ha scritto una cosa che mi ronzava in testa da tempo.

Semplificando, credo che nel corso della campagna ci siamo divisi in due blocchi non apertamente contrapposti, a differenza di quelli dei Sì e del No. Da un lato, il “blocco della ragionevolezza” ha cercato di maturare una decisione frugando tra varie analisi, esplorando dati e resoconti, testando la validità delle tante considerazioni che si potevano fare. Dall’altro, il “blocco delle anime pure” ha costruito giorno dopo giorno il senso eroico della propria posizione, identificando le considerazioni da enfatizzare (qualcuno anche quelle da nascondere), santificando i propri profeti e demonizzando quelli degli avversari. Durante la campagna, i ragionevoli avevano la necessità di capire, i puri avevano già capito tutto e preferivano battagliare;  i ragionevoli sono diventati i depositari del dubbio e dell’apertura, le anime pure gli apostoli delle proprie verità e certezze; i primi cercavano la riflessione, i secondi preferivano l’invettiva; i primi potevano ammettere apertamente le proprie mancanze, i secondi solo le colpe degli altri.

 

Un aspetto spaventoso di questa dinamica è che moltissime persone, quelle che Andrea chiama ‘i puri‘, hanno deliberatamente ignorato i fatti. Lo hanno fatto per tante ragioni: per opportunità politica o professionale, per ignoranza, oppure per sentirsi in pace con se stessi. Farò alcuni esempi. In molte discussioni si sosteneva e si sostiene tutt’ora che il nuovo senato non sarebbe eletto dai cittadini: questo è palesemente falso, in quanto il nuovo articolo 57 dice che ‘i Consigli regionali e i Consigli delle Province autonome di Trento e di Bolzano eleggono, con metodo proporzionale, i senatori fra i propri componenti‘ e come voi dovreste sapete i consiglieri regionali e quelli delle province autonome sono direttamente eletti. Un altro tema caro agli oppositori della riforma è l’indebolimento del Senato, cosa questa che indebolirebbe la democrazia: quest’argomento dovrebbe far inorridire chiunque abbia una minima nozione di politica comparata o del funzionamento dei sistemi democratici in Germania e nel Regno Unito, per dire. Anche sul fronte del Sì non sono mancate le dabbenaggini. Come ho già spiegato, difendere una riforma in funzione del risparmio sui costi fa tremare i polsi a chiunque abbia sinceramente a cuore il funzionamento delle istituzioni pubbliche.

In un sistema in cui prevale la ragionevolezza, tutte queste argomentazioni non avrebbero potuto circolare per più di qualche ora, perché non hanno senso. Si tratta di applicare ragionamenti consolidati nei secoli e condivisi tra i maggiori esperti di teorie politiche e eliminare il campo dalle fandonie. E’ quello che si usava fare un tempo: saliamo sulle spalle dei giganti, cioè i grandi studiosi che ci hanno preceduto, per vedere meglio la realtà. Ma oggi quei giganti preferiamo prenderli a calci. Lo si è fatto nel Regno Unito e negli Stati Uniti, dove gli esperti sono stati derisi. E’ ormai tristemente nota l’uscita dell’ex segretario alla giustizia inglese Michael Gove, che in piena campagna Brexit disse che la gente ne aveva avuto abbastanza degli esperti. In Italia sta succedendo la stessa cosa. Provate anche voi a entrare in un dibattito referendario spiegando che alcune delle tesi promulgate da uno o dall’altro schieramento – più da uno che dall’altro, a onor del vero – non hanno alcun senso. Nel migliore dei casi verrete ignorati; nel peggiore verrete considerati parte dell’élite che ha causato la rovina di tanti ordinari cittadini.

Un fatto piuttosto grave, a mio avviso, è che i ricercatori e docenti universitari siano parte in causa di problema. Moltissimi di loro, quasi tutti invero, hanno deciso di entrare nella campagna referendaria come ‘puri‘, non come ‘ragionevoli’. E così gli accademici hanno giocato a difendere l’uno o l’altro lato del dibattito senza spiegare al pubblico la natura della riforma in modo tale che ciascuno potesse farsi una propria opinione al riguardo. Paradossalmente, una delle uniche eccezioni in questo panorama è stata quella di uno dei professori che è anche politico, Francesco Palermo, che ha scritto una serie di illuminanti articoli sulla riforma e sul referendum.

Illuminanti, già. Perché l’idea che la ragionevolezza dovrebbe dominare il dibattito pubblico viene dall’illuminismo, che contribuì a portare l’analisi razionale nel mondo, strappando il diritto di distinguere la realtà al divino e portandolo all’umano – in particolare alla ragione umana. Ne avevo già scritto in un lungo articolo che avevo pubblicato due mesi fa e che purtroppo torna ad essere estremamente attuale anche nel dibattito italiano. La mia speranza è che invece di seguire ciecamente gli slogan dei nostri salvatori e profeti possiamo cominciare a cercare ragionevolmente le nostre opinioni, magari salendo di nuovo sulle spalle di quei giganti che ci hanno preceduto nei secoli.

The expats and the referendum

Today I have been quoted on the Guardian for the article I originally published on the LSE Europp blog and the EUDO-Citizenship blog. You can clic here to read the article on The Guardian and here to read my publication.

The outcome of Italy’s referendum may be decided in Castelnuovo di Porto

With voters outside Italy accounting for around 8 per cent of the electorate, the count at the Civil Protection Centre in Castelnuovo di Porto, where the expatriate ballots are delivered, could be crucial in determining the outcome of the Italian Constitutional referendum. I have written a blogpost for the London School of Economics Europp blog. The post has been published also on the EUDO-Citizenship Observatory website.

Votare sì al referendum

Vorrei spiegare le ragioni per votare Sì al referendum costituzionale del 4 dicembre. Come già detto nel mio precedente post sul tema, si tratta di una scelta individuale: a meno di non essere accecati dall’ideologia, questa riforma avrà per ognuno dei pregi e dei difetti. In gioco c’è un’idea di paese e il dibattito tra chi crede che il governo debba sostanzialmente essere imbrigliato e indebolito per poterlo controllare meglio e chi invece ritiene che il governo debba essere rafforzato e reso più efficiente per poter attribuire più chiaramente le responsabilità dell’azione politica. Sono due visioni completamente diverse e questo è l’aspetto nobile della contrapposizione tra il Sì e il No. Poi ci sono aspetti meno nobili.

Il fronte del Sì ha sbagliato nel mobilitare alcuni di questi ultimi. La personalizzazione del referendum sulla figura del Primo Ministro Matteo Renzi, ad esempio, ha avvelenato e continua ad avvelenare il dibattito sul merito della riforma. Inoltre, l’inclusione nella campagna per il Sì del tema del risparmio dei costi della politica è una scelta demagogica e, seppur forse inevitabile in un clima di diffusa anti-politica, fortemente nociva alla qualità del dibattito pubblico. Quando si parla delle nostre istituzioni politiche, della nostra democrazia, non si può ragionare in termini di risparmio economico. Questi sono due problemi di principio.

Ci sono poi i problemi di merito. La riforma costituzionale accentra molti poteri nelle mani del governo, togliendoli alle regioni. Da una parte, si tratta dell’inevitabile conseguenza dello sciagurato atteggiamento dei governatori e delle assemblee regionali che negli ultimi anni hanno fatto parlare di sé più per una serie di scandali – dal caso di Er Batman nel Lazio alle abbuffate a danni dei contribuenti dei consiglieri sardi – che per l’introduzione di politiche innovative. Dall’altra parte, si tratta anche un riflesso del pendolo della storia: dopo un trentennio in cui tutti parlavano dell’Europa delle regioni, molti stati hanno deciso di ri-centralizzare alcuni poteri. L’Italia sarebbe solo l’ultimo di una lunga serie. E tuttavia io, personalmente, continuo a credere fortemente nella suddivisione territoriale del potere e avrei preferito una riforma capace di migliorare i controlli sulle regioni, piuttosto che indebolirle.

Va detto, tuttavia, che questa riforma produce anche una serie di norme che potrebbero portare all’apertura di nuovi spazi per le regioni. La riformata previsione dell’art. 116 c. 3, ad esempio, introduce la possibilità per le regioni di guadagnare competenze in importanti ambiti (giudici di pace, politiche sociali, istruzione, ordinamento scolastico, università, politiche attive del lavoro, formazione professionale, commercio estero, beni culturali, ambiente e ecosistema, ordinamento sportivo, turismo, governo del territorio) a condizione che queste ultime si trovino in condizioni di equilibrio di bilancio. Come ha notato il Senatore Palermo, il messaggio sarebbe: “meno autonomia per tutti, più per chi la merita”. Molto dipenderà quindi dalla capacità delle regioni di negoziare forme più ampie di autonomia.

L’altra parte fondamentale della riforma è quella riferita alla modifica del Senato. Vi è da decenni un consenso quasi unanime, tra politici e studiosi, sulla necessità di abbandonare il cosiddetto bicameralismo perfetto, ossia un parlamento composto da due camere con gli stessi poteri e composte in modo analogo. E’ quindi ipocrita l’invocazione di molti nella difesa di questa forma di governo, che negli anni si è rivelata assolutamente inefficiente. La principale ragione della riforma non è quella della velocizzazione del processo legislativo, ma della sua accresciuta efficacia. Il Parlamento resta bicamerale, ma solo i deputati rappresenteranno “la nazione”, mentre il Senato dovrebbe, almeno sulla carta, rappresentare “le istituzioni territoriali” (art. 55). Conseguentemente, il rapporto di fiducia col governo sarà riservato alla sola Camera e anche nell’attività legislativa la Camera avrà un ruolo dominante. L’idea della riforma è dunque quella di rendere più facile l’attribuzione delle scelte politiche della maggioranza e delle opposizioni, evitando l’opaca navetta e lo scarico di responsabilità tra le due camere.

Allo stesso tempo, la riforma razionalizza la produzione legislativa del governo che, come si sa, è cresciuta enormemente nel corso del tempo. Ormai le leggi di iniziativa parlamentare sono una parte quasi insignificante della legislazione complessiva: un disegno di legge di iniziativa parlamentare ha attualmente solo lo 0,8% di possibilità di essere approvato. Tra decreti legge, decreti legislativi, disegni di legge di iniziativa governativa e questioni di fiducia, il vero legislatore è da tempo il governo. La riforma fa due cose, a tal riguardo. Primo, limita il ricorso ai decreti legge elencando le materie in cui quest’ultimo non è possibile, tra cui le leggi elettorali o il ripristino di norme dichiarate illegittime dalla Corte costituzionale; e stabilisce anche che i decreti debbano essere immediatamente applicabili ed omogenei per materia (oggi nei decreti si trova invece di tutto). Secondo, la riforma introduce il procedimento a data certa che, escludendo alcune materie (tutte quelle bicamerali, le leggi di bilancio, le ratifiche di trattati, ecc.), offre la possibilità al governo di chiedere alla Camera di esaminare entro 70 giorni i disegni di legge ritenuti “essenziali per l’attuazione del programma di governo” (art. 72 c. 7). Ciò consente di evitare il ricorso a troppi voti di fiducia, consentendo la trattazione rapida delle leggi importanti. Il governo avrà dunque tre strade per legiferare: approvare decreti legge seguendo criteri assai più stringenti rispetto ad oggi, presentare un disegno di legge ordinario o richiedere l’approvazione a data certa. Potrà poi chiedere al Parlamento la delega a disciplinare alcune materie in modo organico attraverso decreti legislativi e potrà porre la questione di fiducia; e tuttavia risulterà assai più conveniente  ricorrere al nuovo procedimento a data certa piuttosto che alla fiducia, perché l’eventuale voto contrario alla proposta del governo non implica un obbligo giuridico di dimissioni.

Questo aspetto rappresenta la parte meno contestata della riforma, assieme ad altre norme sulle quali la riforma va a intervenire e risulta oggettivamente impossibile obiettare. Sto parlando di:

  • abolizione del CNEL, un organo che mai ha svolto il ruolo pur importante che la costituzione gli ha affidato
  • eliminazione del riferimento alle Province nel testo della Costituzione, così che queste non saranno più organismi costituzionalmente necessari
  • costituzionalizzazione dei diritti delle minoranze parlamentari, pur rinviandone integralmente la disciplina concreta ai regolamenti parlamentari
  • introduzione del requisito di “equilibrio tra donne e uomini nella rappresentanza” per le leggi elettorali di Camera e Senato, colmando definitivamente una lacuna a livello costituzionale
  • introduzione del principio di trasparenza della pubblica amministrazione che, per quanto già acquisito in dottrina, giurisprudenza e nella legislazione ordinaria, rappresenta una indicazione di intenti potenzialmente importante

Anche al netto di questi miglioramenti, la riforma rimane certamente imperfetta. Ma come ha osservato il professor Panebianco, “non è forse paradossale che, in un mondo imperfettissimo come il nostro, persone imperfette pretendano riforme perfette?“. Non esiste al mondo una riforma perfetta e vale forse la pena ricordare che anche la costituzione del 1948 fu aspramente criticata per la sua imperfezione. In Italia, come in ogni altro ordinamento democratico, le riforme le fanno i rappresentanti del popolo nelle assemblee politiche e la ricerca del consenso impone compromessi e mette talvolta in secondo piano dettagli in nome del prevalente interesse a un esito complessivo utile.

Votare no al referendum

Un altro post in vista del referendum del 4 dicembre, ormai il terzo su questo blog. Qui vorrei spiegare meglio le ragioni per votare No. Nei prossimi giorni farà seguito un corrispondente con le ragioni per votare Sì. Prima di cominciare ed elencare le ragioni che possono giustificare un voto contrario, fatemi ribadire che si tratta di una scelta personale, perché ci sono cambiamenti oggettivamente necessari e cambiamenti molto più discutibili, aspetti che possono piacere o meno, elementi in grado di funzionare bene e altri il cui funzionamento è assai improbabile. Ciascuno sceglierà in base alle proprie valutazioni, convinzioni e preferenze. In questo quadro è importante capire bene cosa stiamo andando a votare; o, come diceva Luigi Einaudi, ‘conoscere per deliberare‘.

Cominciamo, dunque. La campagna del No è molto eterogenea e sta mobilitando argomenti per larga parte fuorvianti, come ad esempio l’idea che la Costituzione non si debba toccare (è già stata modificata quindici volte dal 1948 ad oggi), che questa riforma induca un rischio di deriva autoritaria (a meno che voi non consideriate regimi autoritari quelli in vigore nel Regno Unito o in Francia), o che con il nuovo sistema i senatori non sono eletti (certo che sono eletti, nel contesto delle elezioni regionali; e pensate forse voi che il Belgio è più democratico della Lituania solo perché nel primo caso gli elettori votano rappresentanti alle regioni, alla camera e al senato mentre la Lituania solo alla camera?). Quel che più è nocivo della campagna del No, tuttavia, è la personalizzazione del referendum, con tante persone propense a votare no per delegittimare il governo in carica e punirlo per altre riforme: quella elettorale, o quella sul mercato del lavoro, ad esempio. Questo atteggiamento, proprio anche della campagna del Sì come spiegherò nel post dedicato, è tossico: il 4 dicembre si voterà su un quesito preciso e, come giustamente osservato da altri, i governi passano ma la Costituzione resta. Dunque vi invito a lasciare da parte tutte le considerazioni che esulano il testo della riforma costituzionale.

Sgombrato il campo da questi elementi, rimangono oggettivamente poche ragioni valide per la campagna del No. Quelle consistenti, tuttavia, sono state efficacemente elencate dal professor Ugo de Siervo. Le sue obiezioni sono molto fondate.

 

De Siervo dice che anche se in astratto non si può che essere d’accordo con l’idea di semplificazione promossa dalla riforma, le critiche principali si appuntano sull’eccesso di semplificazione che la riforma introdurrebbe, accentrando troppo il potere dalla periferia al centro. Da una parte il nuovo Senato, che non avrà un mandato unitario, rischia di diventare una camera politica senza reali poteri: all’atto pratico, la sua resa dipenderà dal reale funzionamento della nuova dinamica tra parlamento e governo. Dall’altra parte, con questa riforma le regioni perdono molti dei loro poteri attuali, in funzione di una visione dello stato più centralista. Non è chiaro se il conflitto tra governo e regioni sarà effettivamente ridotto. Ricordiamo che l’enorme aumento di tali conflitti dopo la riforma del 2001 si è stabilizzato una volta che la Corte costituzionale ha definito l’ambito delle diverse competenze. Il nuovo sistema espande la competenza esclusiva del governo ma introduce anche una lista di competenze regionali e mantiene la competenza regionale su tutte le materie residuali, cioè non attribuite al governo, che in linea teorica potrebbero essere significative e comunque richiedere una co-legislazione: pensiamo, ad esempio, a industria, agricoltura, artigianato, circolazione stradale. Insomma, a meno che le regioni non rinuncino del tutto al proprio potere legislativo, i conflitti non spariranno, anzi.

La principale ragione che vedo io per votare No al referendum di dicembre è che la riforma accentra molto i poteri in capo allo Stato, cioè al governo, senza effettivamente porre le premesse per una riduzione del contenzioso con le regioni e senza garantire che il Senato diventi una camera di rappresentanza territoriale. La riforma è dunque sicuramente imperfetta. Se nel referendum vincerà il Sì inizierà inevitabilmente un percorso a tappe nel quale molto dipenderà dalla capacità delle Regioni e del nuovo Senato di negoziare e gestire i propri margini di azione.

Post scriptum: sono andato sul sito del Comitato per il no e mi sono letto le ragioni ivi elencate per votare no. Alcune sono vere, altre sono false. Le riporto con un mio commento a seguire.

Produce semplificazione? NO, moltiplica fino a dieci i procedimenti legislativi e incrementa la confusione

Non è del tutto vero: i nuovi procedimenti legislativi sono due, leggi monocamerali e bicamerali. A tutte le leggi non bicamerali si applicherà lo stesso procedimento, con tre possibili varianti riguardanti casi specifici. Le leggi bicamerali hanno invece alcune possibili varianti.

Amplia la partecipazione diretta da parte dei cittadini? NO, triplica da 50.000 a 150.000 le firme per i disegni di legge di iniziativa popolare

Vero è che la riforma prevede l’innalzamento a 150.000 del numero di firme necessario per i disegni di legge popolari, ma dovete tenere conto che la popolazione è molto aumentata dal 1948, quando il numero di 50.000 fu introdotto, ad oggi. Inoltre, mentre nella pratica attuale queste proposte non trovano quasi mai seguito in Parlamento, la riforma garantisce che la discussione e il voto della proposta “sono garantite nei tempi, nelle forme e nei limiti stabiliti dai regolamenti parlamentari”. La riforma dunque alza la soglia, ma alza anche le garanzie a tutela della partecipazione diretta. Allo stesso tempo, la riforma introduce un riferimento alle “altre forme di consultazione”, mirando a costituzionalizzare il ricorso alla democrazia partecipativa. Inoltre, la riforma aggiunge garanzie anche per i referendum abrogativi: mentre oggi questi sono validi se vi partecipa la maggioranza assoluta degli aventi diritto, la riforma prevede due ipotesi con quorum distinti: se la proposta di referendum è stata sottoscritta da almeno 500.000 elettori (come oggi) ma meno di 800.000, il quorum resta invariato (quindi serve la maggioranza assoluta); se invece la richiesta è stata supportata da più di 800.000 firme, il quorum non andrà più calcolato sugli aventi diritto, ma in base al numero dei “votanti alle ultime elezioni della Camera dei deputati”. In pratica, dunque, il quorum viene significativamente abbassato. In via generale la riforma mira ad agevolare rispetto ad oggi il ricorso alla democrazia diretta e partecipativa pur nel quadro di un sistema basato sulla democrazia rappresentativa.

Supera il bicameralismo? NO, lo rende più confuso e crea conflitti di competenza tra Stato e regioni, tra Camera e nuovo Senato  

Lo scopo della riforma non è mai stato quello di superare il bicameralismo, ma piuttosto di superare un bicameralismo simmetrico in cui Camera e Parlamento hanno gli stessi poteri e funzioni. La riforma delinea differenti poteri e funzioni tra le due camere. Allo stesso tempo, come ho spiegato sopra, potrebbe effettivamente creare nuovi conflitti di competenza tra Stato e regioni.

È una riforma innovativa? NO, conserva e rafforza il potere centrale a danno delle autonomie, private di mezzi finanziari.

E’ vero che la riforma rafforza il centro e personalmente sono critico di questa visione. Non vedo, tuttavia, la correlazione tra rafforzamento del potere centrale e mancanza di innovazione.

È una riforma legittima? NO, perché è stata prodotta da un parlamento eletto con una legge elettorale (Porcellum) dichiarata incostituzionale

Falso: proprio nella sentenza (la n. 1 del 2014) con cui hanno dichiarato l’illegittimità costituzionale del cosiddetto Porcellum, i giudici costituzionali hanno precisato:“È evidente, infine, che la decisione … produrrà i suoi effetti esclusivamente in occasione di una nuova consultazione elettorale, consultazione che si dovrà effettuare o secondo le regole contenute nella normativa che resta in vigore a seguito della presente decisione, ovvero secondo la nuova normativa elettorale eventualmente adottata dalle Camere. … È pertanto fuori di ogni ragionevole dubbio – è appena il caso di ribadirlo – che nessuna incidenza è in grado di spiegare la presente decisione neppure con riferimento agli atti che le Camere adotteranno prima di nuove consultazioni elettorali: le Camere sono organi costituzionalmente necessari ed indefettibili e non possono in alcun momento cessare di esistere o perdere la capacità di deliberare”.

Diminuisce i costi della politica? NO, i costi del Senato sono ridotti solo di un quinto e se il problema sono i costi perché non dimezzare i deputati della Camera?

Vale qui la pena ricordare che la riforma è frutto di un compromesso tra diverse forze politiche ed è evidente che il dimezzamento del numero dei deputati della Camera era un obiettivo estremamente difficile da raggiungere. Ad ogni modo la riforma certamente diminuisce i costi della politica, quindi l’affermazione di cui sopra è falsa. Vorrei comunque aggiungere che personalmente non ritengo che questo sia un argomento importante nel contesto di una riforma costituzionale.

È una riforma chiara e comprensibile? NO, è scritta in modo da non essere compresa

Questo è discutibile. Anche qui, comunque, vale la pena ricordare che stiamo parlando di un testo costituzionale, non della rubrica della posta di Topolino. Quindi è evidente che alcuni passaggi possano non risultare immediati a tutti coloro che non sono esperti della materia.

È il frutto della volontà autonoma del parlamento? NO, perché è stata scritta sotto dettatura del governo.

Vero che il motore politico della riforma è stato il governo e senza questa spinta non vi sarebbe stata alcuna riforma. E’ vero anche che negli ultimi anni le forze parlamentari si sono dimostrate incapaci raggiungere una sintesi e un compromesso.

Garantisce l’equilibrio tra i poteri costituzionali? NO, perché mette gli organi di garanzia (Presidente della Repubblica e Corte Costituzionale) in mano alla falsa maggioranza prodotta dal premio

Falso. Il Presidente della Repubblica è oggi eletto a scrutinio segreto dal Parlamento in seduta comune, integrato da tre delegati per ogni Regione (uno per la Valle d’Aosta). Nei primi tre scrutini serve la maggioranza dei due terzi dei componenti dell’assemblea, dal quarto basta la maggioranza assoluta. La riforma opera due modifiche: vista la trasformazione del Senato in camera ‘territoriale’, vengono eliminati i delegati regionali; e soprattutto cambiano le maggioranze per l’elezione. Per i primi tre scrutini resta la maggioranza dei due terzi, dal quarto al sesto servono i tre quinti dei membri dell’assemblea e dal settimo scrutinio bastano i tre quinti dei votanti. Aumenta dunque la possibilità che il Presidente sia eletto con ampio consenso e non dalla sola maggioranza di governo, come invece succede oggigiorno.

Schiavi dell’eterna discussione, incapaci di decidere

Torno in Italia per commentare una lettera pubblicata domenica su la Repubblica. Premetto che non voglio fare campagna elettorale e che proverò a presentare argomenti contrari e favorevoli alla riforma che voteremo a dicembre. Credo che sia importante che gli osservatori della politica forniscano gli strumenti per leggere la realtà e fare le proprie scelte: quelle che sono le mie preferenze possono essere diverse da quelle di un muratore bergamasco o di una avvocata molisana, ma tutti noi dobbiamo esserci in grado di orientarci nella stessa realtà.

La lettera in questione è questa e il punto centrale dell’autore, l’onorevole Pierluigi Bersani, è che è giunto il tempo per il centro-sinistra di organizzare ‘una discussione politica vera sui temi di fondo a partire dalla natura e dai compiti della sinistra nella fase di ripiegamento della globalizzazione e dell’insorgere di una nuova destra protezionista‘. Questa lettera rappresenta perfettamente l’idea di una politica italiana basata su un eterno dibattito idiosincratico e fine a sé stesso.

Mi spiego. L’appello alla discussione politica andrebbe bene se fosse fatto in un altro contesto, in un altro momento. Quello che Bersani non dice, infatti, è che il suo partito, il Partito Democratico, ha basato buona parte del suo lavoro degli ultimi due anni sulla riforma che voteremo a inizio dicembre. Possiamo essere in disaccordo o meno con la riforma e infatti Bersani dice correttamente che ‘è giusto che il Pd dia la sua indicazione di voto e che è altrettanto ovvia e giusta la libertà di ciascuno davanti a temi costituzionali‘. Ma il problema è che dall’inizio della legislatura del 2013 il suo partito, una maggioranza del partito almeno, ha preso una sua linea e ha lavorato.

Quello che si voterà a dicembre è una parte importante di quel lavoro e, che piaccia o meno, è certamente una parte politica, vera e su temi di fondo della democrazia. Quando Bersani dice che ‘aver messo in gioco il governo sui temi costituzionali ed elettorali ha acceso la miccia scoperchiando il vaso di Pandora delle tensioni accumulate in questi anni‘ sta suggerendo che il Partito non avrebbe dovuto prendere quelle decisioni che erano al centro del suo programma elettorale e che invece bisogna continuare a discutere.

Prendere delle decisioni è, in effetti, un processo pericoloso perché divide. Pensiamo alla nostra esperienza individuale: decidere quale macchina comprare é difficile, perché sceglierne una significa perdere tutte le altre possibili alternative. Ma gli individui incapaci di fare delle scelte non sono in controllo del proprio destino. Quello che vale per i singoli vale, in questo caso, anche per le democrazie e dobbiamo riconoscere al governo la capacità di aver raggiunto una decisione che è la sintesi di una discussione. Al referendum di dicembre potremo votare contro o a favore quella sintesi e ci sono buone ragioni per l’una e per l’altra scelta. Ma almeno avremo la possibilità di scegliere e questa è di per sé una buona cosa, perché i sistemi politici bloccati in eterne discussioni sono destinati all’irrilevanza.

Post scriptum, 29 novembre: Oggi il professor Angela Panebianco ha ribadito quello che ho scritto qui sopra, in maniera più chiara e lucida. “Sento dire che il referendum costituzionale spacca il paese, ma le riforme vere spaccano i paesi. Se si vuole l’unanimità ci vogliono riforme finte. Per avere unanimità in Parlamento basta una bella mozione, chessò, contro il deterioramento del clima: tutti concordi, tanto non costa niente. Ma se la riforma è autentica non può non dividere. E se non vuoi dividere, devi prenderti la responsabilità di dire che le riforme non le vuoi fare per niente”. L’intervista completa è disponibile su Il Foglio.