Jaja

In questo periodo chiuso in casa mi sono divertito a recuperare mentalmente le immagini che associo alla primavera.

La primavera di quando ero bambino erano le pedalate in bicicletta. Quelle serali, vicino al Convento delle Laste, con alcuni ragazzi della zona. E quelle del fine settimana con mamma, papà, e Anna. Fiumi, torrenti, parchi, ciclabili, strade sterrate, tra il Trentino, l’Alto Adige, e il Veneto. Era il periodo del Giro d’Italia, che seguivo con Stefano e con papà. La sera guardavamo il Processo alla Tappa: le giornate si allungavano visibilmente ed i commentatori parlavano in maglietta o camicia dalle piazze italiane, bellissime, al crepuscolo. (Francesca, che vive a Londra ed è rientrata a Trento per il lock-down, mi ha scritto da poco che “la primavera italiana è meravigliosa ed è forse la cosa che all’estero mi manca di più“). Io simpatizzavo per i ciclisti stranieri, chissà perché. Laurent Jalabert e Pavel Tonkov. Feci disperare mio zio Paolo: mi promise di comprarmi la maglietta di un ciclista, probabilmente convinto che gli chiedessi quella di Pantani. Io invece volevo quella di Tonkov e lui dovette andare a cercarla in un magazzino di Roma. La conservo e la metto ancora, ogni tanto.

Di quelle pedalate ricordo anche gli orribili pantaloncini arancioni aderenti e gli eccentrici calzettoni bianchi, che amavo portare fino a sopra il polpaccio per emulare i calciatori. Erano calzettoni della Nik, con la famosa freccia capovolta all’ingiù: i miei li compravano da alcuni ragazzi che li vendevano porta a porta.

Crescendo, la primavera ha assunto altre forme. Ci sono state quelle del venticinque aprile, quella irlandese, quella passata al lago di Caldonazzo per preparare le Facoltiadi; quella canadese (vissuta un pò a metà, per dire il vero); e, più recentemente, anche quelle toscane, spagnole, e svizzere in un colpo solo. Però quella che ricordo in maniera più vivida è la primavera vissuta a Bruxelles nel 2013, con Mindo, Giulia, Moe, Roberto, Giovanni, Alessandro, Vaida. Penso spesso ai parchi (Cinquantenaire, Bois de la Cambre, un altro parco dove andai con Giovanni, Giulia, Diletta, Katharina e Valentina, ma non ricordo il nome), alla gita fuori porta a La Hulpe, alla scappatella a Dusseldorf, alla gara a Uccle, alle birre nelle piccole piazze vicino a Saint Boniface.

ps: il titolo di questo post è il soprannome di Jalabert, Jaja, che nello slang francese vuol dire anche goccetto.