Lorenzo & his humble friends

The fool doth think he is wise, but the wise man knows himself to be a fool

Tag: matteo renzi

Referendum costituzionale

Trovo strano che quasi tutti gli studiosi di politica comparata e diritto costituzionale sentano il bisogno di schierarsi nel fronte del sì o del no alla riforma costituzionale. Come scrive Old Tom, “gli esperti dovrebbero partecipare al dibattito pubblico non in virtù della loro vis polemica ma della loro autorevolezza. Sennonché l’autorevolezza, soprattutto in faccende politiche, è difficile da preservare se si sacrifica l’indipendenza“. Io come sempre renderò note le mie dichiarazioni di voto a pochi giorni dal referendum. Nel frattempo, riporto su questo blog un sommario che avevo scritto mesi fa per spiegare i principali contenuti della riforma e le ragioni di chi la supporta e di chi la critica. Se ho sbagliato qualcosa mi correggerete.

Introduzione

Il ddl «Disposizioni  per  il  superamento  del bicameralismo paritario, la riduzione del numero dei parlamentari, il contenimento  dei  costi  di  funzionamento  delle  istituzioni,   la soppressione del CNEL e la revisione del  titolo  V  della  parte  II della Costituzione» è un testo preparato dal ministero per le Riforme Costituzionali e approvato definitivamente dal Parlamento italiano il 12 aprile 2016. La discussione è cominciata l’8 agosto del 2014: da allora, la Legge è passata tre volte alla Camera e altre tre al Senato. La legge è divisa in 41 articoli che modificano cinque dei sei “Titoli” in cui è divisa la seconda parte della Costituzione italiana e un totale di più di 40 articoli –  tanti quanti ne sono stati modificati nel corso degli ultimi 70 anni.

Il ddl sarà sottoposto a referendum costituzionale in dicembre perché è stato approvato con meno di due terzi dei voti delle Camere. Sarà il terzo referendum costituzionale nella storia della Repubblica italiana. Il primo si tenne nel 2001 e portò alla conferma delle modifiche del Titolo V della Costituzione, che regola le autonomie locali. Il secondo si tenne nel 2006 e portò alla bocciatura della riforma costituzionale promossa dal governo Berlusconi, la cosiddetta ‘devolution’. Fino al 2001 tutte le modifiche alla Costituzione erano state ottenute con i voti di oltre i due terzi delle Camere e quindi non avevano avuto bisogno di essere confermate con un referendum. Per il referendum di ottobre non ci sarà quorum: la legge sarà promulgata se i voti favorevoli superano quelli sfavorevoli.

Riforma del Senato

La parte più importante della riforma riguarda la Camera Alta. La riforma prevede una forte riduzione dei poteri del Senato e un cambio nel metodo di elezione dei senatori. Queste novità avranno come conseguenza principale la fine del bicameralismo perfetto, cioè la forma parlamentare in cui le due Camere hanno sostanzialmente uguali poteri e funzioni, un sistema ormai unico in Europa. In particolare, il Senato viene modificato nei seguenti modi:

  • non potrà più dare la fiducia al governo;
  • non si occuperà più di gran parte delle leggi, che saranno di competenza esclusiva della Camera. Il Senato manterrà la sua competenza legislativa soltanto sui seguenti ambiti: riforme costituzionali, disposizioni sulla tutela delle minoranze linguistiche, referendum, enti locali e politiche europee [1]. Tra le altre competenze rimaste al Senato ci sono la partecipazione all’elezione di due giudici costituzionali, del presidente della Repubblica e dei membri laici del Consiglio superiore della magistratura;
  • non sarà più eletto direttamente e passerà da 315 a 100 membri, di cui 74 saranno consiglieri regionali [2], 21 saranno sindaci e 5 saranno nominati dal presidente della Repubblica (questi ultimi avranno un mandato della durata di 7 anni).

Pro. Le ragioni della riforma del Senato stanno principalmente nella semplificazione dell’iter legislativo, ottenuta alleviando il peso strutturale del bicameralismo perfetto che rallenta i processi decisionali e sdoppia la discussione parlamentare rendendo molto difficile l’approvazione delle leggi e creando talvolta leggi ‘carrozzone’, risultato del continuo ed estenuante passaggio da una camera all’altra, la cosiddetta ‘navetta’ [3]. Una seconda ragione usata dal governo è la riduzione della spesa pubblica collegata al taglio del numero dei Senatori e, soprattutto, alla semplificazione dell’iter legislativo.

Contro. La critica principale della riforma del Senato riguarda il rafforzamento dell’autonomia decisionale del governo. La riforma non interviene su questo punto, ma rende il governo comparativamente più forte riducendo le aree di intervento del Senato e conferendo il voto di fiducia esclusivamente alla Camera [4]. Una seconda critica riguarda la riduzione dei tempi, che già oggi sono più rapidi di quanto si immagina: per i ddl di origine governativa, ad esempio, la seconda lettura al Senato, quella che verrebbe abolita dalle riforme, richiede in media 50 giorni (fonte: Dossier Open Parlamento, Rapporto sull’attività del Parlamento nella XVI legislatura, 2012).

 

Titolo V

La riforma prevede una forte riduzione delle competenze delle regioni e una maggiore chiarezza sui ruoli di Stato e autonomie locali. L’attuale Titolo V, la parte della Costituzione che regola questi rapporti, riformata nel 2001, è da molti considerata poco chiara e causa di moltissimi contenziosi. La competenza principale che rimane alle regioni dopo la riforma è la sanità; invece dall’articolo 117 scompaiono tutte le materie a legislazione concorrente tra Stato e regioni e vengono quindi aggiunte alla lista delle materie la cui legislazione esclusiva spetta allo Stato (ordinamento delle professioni e della comunicazione; protezione civile; produzione, trasporto e distribuzione nazionali dell’energia; infrastrutture strategiche e grandi reti di trasporto e di navigazione; porti e aeroporti civili, di interesse nazionale e internazionale; mercati assicurativi; disposizioni generali e comuni su attività culturali e turismo; previdenza sociale; tutela, sicurezza e politiche attive del lavoro). Nella riforma sono anche contenute clausole che permettono allo Stato centrale di occuparsi di questioni esclusivamente regionali, nel caso lo richieda ‘la tutela dell’unità giuridica o economica della Repubblica, ovvero la tutela dell’interesse nazionale’. La riforma porterà anche all’abolizione definitiva delle province – eccetto quelle di Trento e Bolzano – che negli ultimi anni sono già state progressivamente svuotate delle loro principali funzioni.

Pro. Le ragioni della riforma del Titolo V stanno nell’eccessiva conflittualità tra Stato e regioni, che negli ultimi anni ha prodotto incertezze, disparità nell’erogazione dei servizi e problemi di bilancio anziché contribuire all’innovazione territoriale. Con la legge in vigore oggi i tribunali amministrativi si trovano spesso a dover risolvere dispute in cui Stato e regioni ritengono di essere gli unici autorizzati a legiferare su una certa materia. L’autonomia delle regioni poi in questi anni è stata considerata alla base dei molti scandali su spese, rimborsi e disservizi delle varie amministrazioni locali.

Contro. Secondo i critici, la riforma rischia di non semplificare la situazione e, anzi, portare ad altrettanti contenziosi in futuro. Per esempio, è previsto che lo Stato possa occuparsi di materie di esclusiva competenze regionale quando è in gioco l’interesse nazionale: stabilire come e quando l’interesse nazionale sia in gioco potrebbe divenire una forte fonte di contenziosi. Una seconda critica, connessa, riguarda la poca chiarezza testuale: l’attuale articolo 70 della Costituzione, che stabilisce la competenza legislativa di Camera e Senato, è composto da nove parole: ‘la potestà legislativa è esercitata collettivamente dalle due Camere’. Il nuovo articolo previsto dalla riforma invece è lungo 363 parole. Questa complicazione rischia di produrre conflitti di competenze tra le camere e ritardi nell’approvazione delle leggi.

 

Altri cambiamenti

La riforma prevede anche una serie di novità che fino ad ora non sono state argomento di dibattito tra i favorevoli e i contrari, ma vanno comunque a cambiare la forma di governo.

Elezioni del presidente della Repubblica. Il presidente della Repubblica sarà eletto dalle due camere riunite in seduta comune, senza la partecipazione dei 58 delegati regionali come invece avviene oggi. Sarà necessaria la maggioranza dei due terzi fino al quarto scrutinio, poi basteranno i tre quinti dei presenti. Solo al nono scrutinio basterà la maggioranza assoluta, mentre attualmente è necessario ottenere i due terzi dei voti fino al terzo scrutinio e dal quarto scrutinio è sufficiente la maggioranza assoluta.

Referendum propositivi. La riforma lascia aperta la possibilità di introdurre referendum propositivi, cioè quelli che servono per introdurre nuove leggi. Oggi i referendum possono solo confermare o abrogare leggi già approvate. L’introduzione di questo nuovo tipo di referendum è demandata alle leggi ordinarie.

Abolizione del CNEL. La riforma prevede l’abrogazione integrale dell’articolo 99 della Costituzione e quindi la soppressione del Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro (Cnel), un organo consultivo composto da 64 consiglieri con la facoltà di promuovere disegni di legge e che non è quasi mai stato utilizzato nella sua storia.

 

 

[1] In tutti gli altri ambiti, la Camera legifererà in maniera autonoma: per approvare una legge, quindi, non ci sarà più bisogno di un voto favorevole da parte di entrambi i rami del Parlamento ma basterà il voto della Camera. Il Senato potrà chiedere modifiche dopo l’approvazione della legge, ma la Camera non sarà obbligata ad accettarne gli emendamenti.

[2] I dettagli su come saranno eletti i senatori provenienti dalle regioni non sono specificati nel ddl Boschi: servirà una legge che determini esattamente come avverrà la loro elezione.

[3] Se una camera apporta una modifica a una legge, infatti, oggi è necessario che il testo venga approvato nuovamente dall’altra camera, allungando così i tempi necessari ad approvare la nuova legge. In tutta Europa, l’Italia è sostanzialmente l’unico paese ad avere adottato questa forma di bicameralismo.

[4] Il rischio ‘autoritario’ si presenta dalla combinazione tra queste riforme costituzionali e la nuova legge elettorale, l’Italicum, che prevede un ampio premio di maggioranza alla Camera per il partito che ottiene un voto in più degli altri.

Of European destinies and missions

On Monday I have published this article on the LSE – EUROPP blog: The Italian troublemaker: How Renzi’s European strategy is putting him at odds with Angela Merkel. I wrote the article because I felt there is a wide misperception of the Italian position in Europe. Several political analysts have reasoned that Renzi’s recent European quarrels are essentially a reaction to the rise of populism in the country. But this is only a part of the picture: Renzi has repeatedly said that he is not be happy with how Europe is currently run, but he always stressed that he not dismiss Europe altogether. In fact, the government is trying to turn Italy’s European destiny into a specific mission: to make Europe a little bit less German and a little bit more Italian. Italy has long been an important member of the European Community, but it has rarely been influential. To change this by becoming the counterweight of German might be a tricky game to play.

Update, 13/5: the article has been translated in German and published on Makronom: Matteo Renzi, Der italienische Troublemaker.

Il meglio deve ancora venire

Alcune considerazioni veloci ora che Matteo Renzi ha sostanzialmente sfiduciato Enrico Letta. La storia la sapete tutti. Io parto da qui: per due mesi Renzi ha promesso urbi et orbi che a lui di fare il primo ministro non gli interessava. Anzi, proprio non lo voleva fare. Io m’ero fidato; vabbé poi a ben pensarci m’ero fidato anche di Mario Monti quando prometteva “il mio orizzonte é il 2013: dopo questa legislatura mi faro da parte“. E io che mi fido e mi ri-fido, anche perché ho scoperto che in fondo sono un buonista, alla faccia dell’andreottiano pensar male: io, in linea di principio, mi fido delle persone.  Ma questo é un problema mio, e pazienza. Mi chiedo, invece, come mai queste persone di buona volontà mentano così platealmente, davanti a tutti, davanti alle telecamere, per iscritto. Ci é voluto del tempo a Mario Monti per capire di aver bruciato un enorme capitale politico con la sua salita in politica. E a Renzi quanto ci vorrà?

Sugli eventi odierni leggerete molti altri articoli nei prossimi giorni, quindi non ha senso che io le commenti da un punto di vista politico. Vorrei dirvi solo quel che penso, essendo stato un onesto difensore di Matteo Renzi dall’autunno del 2012. A me, come immagino anche ad altri, pare che questa manovra (perché di manovra si tratta, non di una semplice decisione: oggi appare chiaro che Matteo Renzi, almeno negli ultimi giorni, abbia seguito una strategia) sia incomprensibile. Mi vengono in mente almeno quattro ragioni, così su due piedi: (I) appare oggi chiaro che Matteo Renzi ha mentito per tre mesi (II) questa vittoria politica é in lacerante contraddizione con il messaggio politico che é  stata la benzina del segretario PD, dal 2012 ad oggi (III) in una repubblica parlamentare sana il primo ministro lo si sfiducia in Parlamento, non nelle aule di partito (IV) non ci sono nuovi elementi che giustifichino perché Enrico Letta vada sfiduciato oggi (e non all’indomani dell’elezione di Matteo Renzi, per dire), a meno di non farlo sulla base del (peraltro molto valido, a mio parere) programma di riforme da lui presentato ieri. Programma fatto proprio da PD. Insomma, io credo che Matteo Renzi e tutto il Partito Democratico ne escano come degli attori incoerenti, schizofrenici, bugiardi e incapaci di resistere alle tentazioni.

Detto questo, qualche anno fa avrei rosicato come un castoro mentre adesso per fortuna sono diventato più indifferente alle sorti di un paese di eroi, voltagabbana e saltimbanchi. Scrollo le spalle e commento: “peccato“. Poi alle prossime elezioni mi troverò ancora una volta a votare PD. Ma attenti: un quinto degli italiani ha iniziato a votare per una banda di scalmanati e con manovre di palazzo come questa non farete altro che far lievitare il numero di grulli. Buon divertimento: il meglio deve ancora venire.

Daje ‘n’altra chance

Girava questa barzelletta, qualche anno fa.

Un giorno tutti i giocatori della Roma si riuniscono nello spogliatoio con il mister per un’interrogazione di matematica. Il mister sceglie Cassano e gli chiede: “Quanto fa 5+7?”. E Cassano risponde: “13!”. E tutti i compagni gridano: “Daje ‘n’altra chance! Daje ‘n’altra chance! Daje ‘n’altra chance!”.

E il mister gli da un’altra chance; gli chiede: “Quanto fa 4+4?”. E Cassano risponde: “7!” E tutti: “Daje ‘n’altra chance! Daje ‘n’altra chance! Daje ‘n’altra chance!”.

E il mister gli da un’altra chance; gli chiede: “Quanto fa 3+2?” E Cassano risponde “5!”. E Totti in mezzo al gruppo si alza e grida: “Daje ‘n’altra chance!…”

Ora, molti colleghi stranieri mi chiedono cosa ne penso di Matteo Renzi. Non lo so: non ho ancora piantato la mia bandierina e devo elaborare un’idea precisa al riguardo. So che i miei amici a Firenze dicono che sia un sindaco fuori dal comune. Letteralmente.

Io penso, tuttavia, che a livello nazionale Renzi debba essere messo nelle condizioni di poter passare dalle parole ai fatti. Vorrei che gli fosse data un’altra chance. Vorrei, in altre parole, che fosse messo davvero nelle condizioni di fare le politiche e non più di fare solo politica. Solo così, con un partito che non disperde una parte considerevole delle proprie energie nel tentare di sparargli alle spalle, potremo capire se quest’abile politico vale qualcosa al di la’ dei proclami. Forse poi ci pentiremo tutti di averci creduto. Ma sarebbe davvero un errore, oltre che un peccato, non dargli neppure questa chance.

Nota: avevo scritto questo post nel settembre 2013. Poi non lo ho mai pubblicato, non so bene perché. Oggi Matteo Renzi ha vinto le primarie del Partito Democratico con oltre il 70% dei voti. Bene. Penso che dovremmo dare merito a Guglielo Epifani, che a marzo ha preso un partito dilaniato e lo ha condotto serenamente a queste primarie.

La civatata

Sto ancora pensando se andare a votare alle primarie del Partito Democratico. Votassi, voterei per Matteo Renzi. Non mi interessa fare l’intellettuale anti-conformista: a me Renzi va benissimo e per quel che ho visto fino ad ora penso che sarebbe un segretario di partito quantomeno decente.

Ma c’è anche un’altra ragione, molto forte, per votare Matteo Renzi: il voto “contro”. Ho raggiunto il limite di pazienza nei confronti dell’establishment della sinistra. D’Alema, Bindi, Marini,  Camusso: io vi odio. E trovo insopportabile la sfacciataggine con cui, dopo aver attivamente sostenuto l’elezione di Bersani alla segreteria e la conseguente mazzata elettorale, ora diciate che “bisogna votare Cuperlo per ricostruire il partito”.

Il voto contro, quindi. E qui, tra me e Fabio si sta facendo largo anche un’idea alternativa, un pò pazzarella: quella di fare la civatata. Che bello se entrambi, Matteo Renzi e Giuseppe Civati, asfaltassero Gianni Cuperlo e tutti coloro che gli fanno cerchio attorno. Un voto incosciente, quello per una persona che in fondo in fondo non vorrei come segretario. Un azzardo, certo. Un piacere sottile, una tentazione sfrigolosa.

 

Tuscany

All those who have been considered for premiership (Enrico Letta, Giuliano Amato, Matteo Renzi) are from Tuscany. Perhaops unwillingly, tomorrow’s Economist will recognize the new centrality of Italian’s most beautiful region.

Image

Pronto… c’è il Puma?

Le mirabolanti interviste di Repubblica.it, come quella di oggi a Matteo Renzi, seguono parimenti l’ormai classico caso di scuola di ‘Pronto… c’è il Puma?‘:  ovvero, sono interviste in cui non esce assolutamente niente, ma devono comunque fare notizia.

Sono riflessi di un giornalismo fallito, che cerca di trasformare in notizia il nulla assoluto. I giornalisti rincorrono disperati i personaggi del momento alla ricerca di una mezza dichiarazione, una parolina che possa servire a costruire una storia – sul nulla, per l’appunto. Quando avevo 17 anni volevo fare il giornalista. Poi ho visto che la direzione era quella del Puma e ho deciso di lasciar stare.

ps: ad Alvise va il tributo per aver diffuso questo e altri video del fenomenale Alan Tonetti.

Un Paese risk-averse

Vale davvero la pena di leggere l’articolo di Ivan Scalfarotto sul Post di oggi.

Aver preso il 40% dei voti dell’intera coalizione di centrosinistra senza poter contare su nuovi elettori al ballottaggio, senza aver avuto che uno sparutissimo gruppo di dirigenti e parlamentari ad appoggiarti e avendo contro tutti gli altri 4 i candidati al primo turno è un risultato che ha del miracoloso, ma non basta. Matteo ieri sera ha detto “ho perso” ed è stata la prima volta a mia memoria che ho sentito un politico italiano ammettere la sconfitta, dato che da noi c’è sempre il dato in crescita rispetto alle precedenti regionali, quelle dove eravamo apparentati con la lista “semi di girasole”.

È stato nobile da parte di Matteo dire che in caso di vittoria si è un “noi” ma in caso di sconfitta è solo lui che perde, ma non è vero. Non solo perché abbiamo certamente perso insieme ma sopratutto perché c’è una parte vittoriosa di questo risultato che si deve solo a Matteo, personalmente: la sua campagna ha cambiato il centrosinistra e forse anche la politica italiana, probabilmente per sempre, e questo lo si deve soltanto al suo coraggio. Io voglio ringraziarlo per questo, perché c’è voluto davvero del coraggio per sfidare a mani nude non soltanto un establishment potente, ma anche antichi vizi della nostra mentalità.

C’è voluto coraggio a candidarsi e a lanciare la sfida ma c’è voluto del coraggio anche a dire che è meglio perdere le primarie al sud, se vincerle non significa contemporaneamente uscire da una mentalità assistenzialista. Molti hanno criticato il suo apparire guascone e non so quante volte mi sono sentito dire, anche da eminenti personalità, che non avrebbero votato Renzi perché “non li ispirava” o “non li convinceva sino in fondo” (motivazioni eminentemente politiche, come si vede) ma il coraggio è una qualità fondante della leadership, ed è una dote praticamente introvabile sul mercato politico italiano. Del resto, come sappiamo da scuola, il coraggio “chi non ce l’ha, non se lo può dare”. E almeno Renzi, grazie al cielo, ne ha.

L’Italia si conferma un posto dove culturalmente l’esperienza fa premio sul talento, e dove il motto nazionale rimane quello per cui non conviene mai lasciare le certezze della via vecchia per le incertezze connesse a quella nuova. Siamo fondamentalmente un paese “risk adverse” e il voto di ieri ne rappresenta la conferma più recente, non necessariamente la più eclatante. Per un ammiratore delle democrazie anglosassoni come me, è stata un’ottima novità aver visto due linee politiche – e non due agglomerati correntizi – contrapporsi e sfidarsi davanti al Paese. Una ha vinto, l’altra ha perso.

Leggi tutto.

Non adesso

Sono state delle belle primarie e Matteo Renzi ha saputo perdere molto bene. Peccato solo che non sia riuscito a vincere. Dall’altra parte comunque ha vinto una persona molto capace e che sembra sincera. Sarà difficilissimo sopportare D’Alema, Bindi, Vendola, Casini, ma con ogni probabilità voterò comunque PD alle prossime elezioni politiche. Penso che questo partito abbia dato una bella prova di politica nel corso degli ultimi mesi, che poi é quello che gli era mancato negli ultimi 4-5 anni. Ah, e da oggi io sono diventato un fine analista elettorale.

Screen shot 2012-12-02 at 8.35.26 PM

Non sono riuscito a vergognarmi di lui

Daniele scrive: “Conosco pochissime persone che voteranno per Renzi alle primarie (tra quelle che non han votato per il pdl in passato). Se una di queste, brevemente, mi spiega il portato messianico della sua proposta, ne sarei felice“.

A me Renzi inizialmente non piaceva molto. Superficialmente, mi infastidiva il suo modo di fare gigione, ruffiano, spesso basato su slogan. Poi ho cambiato idea. Immagino che questo sia successo dopo aver letto il programma, aver ascoltato lui e gli altri candidati nei teatri e in televisione, e anche, in maniera non meno importante, aver parlato con tanti altri elettori attenti verso l’uno o l’altro candidato. Alla fine ho fatto la mia scelta, che peraltro ho già argomentato qui e qui. Vorrei comunque aggiungere tre punti chiave, perché non capisco l’incapacità di riconoscere quanto siano deboli alcuni luoghi comuni su Matteo Renzi.

1. Ad esempio, come possiamo dire che non voteremo Renzi perché piace a Fininvest e agli elettori di destra? Prescindendo dal fatto che con questo modo di ragionare la sinistra non vincerà mai, da qui a dire che Renzi è di destra ce ne passa assai. Cito Guido: “è idiota sprecare opportunità volendo seguire solo il pregiudizio. Siccome dubito che mi sta attorno e rispetto sia scemo, penso sia stato solo troppo occupato o pigro per ascoltare quanto Renzi ha da dire. Per questo qui ci sono 3 esempi: Cultura, turismo e sostenibilità ambientale come pilastri dello sviluppo: http://bit.ly/WVx5gI Antimafia, legalità, anticorruzione: http://bit.ly/WVxmQO Permessi di soggiorno veloci, cittadinanza a chi nasce in Italia, Servizio Civile per tutti, coppie di fatto, aggravante per omofobia, testamento biologico: http://bit.ly/WVyIeq NO:non sono seducenti suggestioni che “profumano di sinistra” come quelle di Vendola, ma al contrario SI, sono in larga parte obiettivi precisi e perseguibili in una legislatura. E’ un programma di centro-sinistra: potrà non essere abbastanza a sinistra per essere puro, ma per favore smettetela di chiamare questo essere di destra. Io penso anche che sia utile anche leggere le 36 pagine di programma di Renzi. Certamente ci vuole più tempo che non per leggere quello di Bersani, che sono 5 pagine, ma penso ne valga la pena, no?

2. Prima del programma, tuttavia, vorrei invitarvi a leggere questo post di Mantellini. C’é soprattutto una parte, quella che cito qui, che fornisce una ragione fondamentale per votare Matteo Renzi; la stessa ragione, tra l’altro, che mi diede Giovanni un paio di mesi fa, quando ancora non ero per nulla convinto: “Il PD attuale, dopo la partenza di Veltroni per l’Africa (un’Africa metaforica dalla quale invia romanzi contemporanei e lunghe lettere ai giornali) è uguale identico a quello precedente. Una cosa un po’ da disperarsi. Di nuovo ci sono dirigenti come Stefano Fassina, uno che quando parla di economia ti viene voglia di precipitarti verso l’uscita di emergenza gridando al fuoco; sempre lì, nei pressi, villeggiano una serie di vecchi democristiani come Rosi Bindi, qualche verde opportunamente riciclato e una manciata di comunisti abbronzati che ti fermano per strada chiedendo indicazioni per il Festival dell’Unità. Questa fiera compagine è a tutti gli effetti un partito romano e maneggione come gli altri: in molti anni di dura opposizione non ho prodotto un solo scatto d’orgoglio fuori dalle mutande dei propri privilegi. Il PD, esattamente come prima facevano le sue costole originarie, ha continuato a dividere poltrone, concordare presidenze, scambiare seggiole per tavolini, a tacere sui finanziamenti indecorosi e sulle spese folli come se tutto fosse parte di un gioco inevitabile. Nulla di tutto questo è oggi difendibile senza farsi ridere in faccia. Matteo Renzi, per l’idea piccola che mi sono fatto (quella cosa superficiale e aleatoria che costruiamo ascoltando una persona in TV o leggendone in giro), non è il massimo della vita. Sarà che ho superato l’età dell’entusiasmo cieco e delle infatuazioni a prescindere. Mi preoccupa il continuo trambusto della sua giunta a Firenze, mi ha infastidito il litigio con Civati che è una persona che stimo, mi disturba un po’ il tono guascone e la battuta insistita, ma a differenza del resto della compagnia non riesce ancora a farmi vergognare di lui. Chiamatelo se volete beneficio di inventario. Gli ho scritto una lettera su Il Post una domenica sera a mezzanotte riguardo ad alcune cose che non mi convincevano della sua campagna. Alle 7 del mattino c’era un suo DM di risposta su Twitter. Mi ha convinto la sua risposta arrivata subito dopo sulla trasparenza dei finanziamenti della sua campagna? Molto poco, devo dire, ma l’innocenza e la politica abitano in universi molto distanti, diciamo che ho capito il concetto. In ogni caso la storia dei finanziamenti trasparenti Matteo secondo me un po’ ce la racconta, nonostante questo non sono riuscito a vergognarmi di lui“.

3. C’é una terza ragione per cui voto per Matteo Renzi. Una ragione fondamentale: la più importante di tutte per quanto mi riguarda. Renzi é l’unico che ha detto sempre, apertamente, chiaramente, che non cercherà alleanza con SeL, con l’UDC, e con l’IdV. Questi tre partiti (due in particolare, e i personaggi che li rappresentano in Parlamento) mi disgustano. Penso che qualsiasi persona di buon senso si possa rendere conto che Casini é un personaggio di bassissima levatura politica, un incoerente opportunista che per anni ha difeso delle politiche e delle persone scellerate. Penso che Di Pietro sia oggi un pericoloso populista di stampo autoritario, estremamente ignorante in tantissime materie e spesso violento e razzista nella sua colorita espressione politica. Il suo partito, come d’altronde anche l’UDC, ha portato in Parlamento tanti personaggi squallidi. SeL, di par suo, é un partito mellifluo e i suoi rappresentanti sono responsabili della caduta del governo Prodi, un fatto gravissimo del quale dovranno assumersi la responsabilità ancora a lungo. Le riflessioni di Vendola in materia di capitalismo, Monti e Unione Europea sono pericolosamente demagogiche. Tutto questo basterebbe a convincermi a votare per Matteo Renzi, unico ad avere il coraggio di seguire una vocazione maggioritaria del PD. Bersani, di contro, da mesi corteggia a turno Casini, Vendola e Di Pietro come un ubriaco in un bar che farebbe di tutto pur di non concludere la notte in bianco.