Lorenzo & his humble friends

The fool doth think he is wise, but the wise man knows himself to be a fool

Tag: referendum

Schiavi dell’eterna discussione, incapaci di decidere

Torno in Italia per commentare una lettera pubblicata domenica su la Repubblica. Premetto che non voglio fare campagna elettorale e che proverò a presentare argomenti contrari e favorevoli alla riforma che voteremo a dicembre. Credo che sia importante che gli osservatori della politica forniscano gli strumenti per leggere la realtà e fare le proprie scelte: quelle che sono le mie preferenze possono essere diverse da quelle di un muratore bergamasco o di una avvocata molisana, ma tutti noi dobbiamo esserci in grado di orientarci nella stessa realtà.

La lettera in questione è questa e il punto centrale dell’autore, l’onorevole Pierluigi Bersani, è che è giunto il tempo per il centro-sinistra di organizzare ‘una discussione politica vera sui temi di fondo a partire dalla natura e dai compiti della sinistra nella fase di ripiegamento della globalizzazione e dell’insorgere di una nuova destra protezionista‘. Questa lettera rappresenta perfettamente l’idea di una politica italiana basata su un eterno dibattito idiosincratico e fine a sé stesso.

Mi spiego. L’appello alla discussione politica andrebbe bene se fosse fatto in un altro contesto, in un altro momento. Quello che Bersani non dice, infatti, è che il suo partito, il Partito Democratico, ha basato buona parte del suo lavoro degli ultimi due anni sulla riforma che voteremo a inizio dicembre. Possiamo essere in disaccordo o meno con la riforma e infatti Bersani dice correttamente che ‘è giusto che il Pd dia la sua indicazione di voto e che è altrettanto ovvia e giusta la libertà di ciascuno davanti a temi costituzionali‘. Ma il problema è che dall’inizio della legislatura del 2013 il suo partito, una maggioranza del partito almeno, ha preso una sua linea e ha lavorato.

Quello che si voterà a dicembre è una parte importante di quel lavoro e, che piaccia o meno, è certamente una parte politica, vera e su temi di fondo della democrazia. Quando Bersani dice che ‘aver messo in gioco il governo sui temi costituzionali ed elettorali ha acceso la miccia scoperchiando il vaso di Pandora delle tensioni accumulate in questi anni‘ sta suggerendo che il Partito non avrebbe dovuto prendere quelle decisioni che erano al centro del suo programma elettorale e che invece bisogna continuare a discutere.

Prendere delle decisioni è, in effetti, un processo pericoloso perché divide. Pensiamo alla nostra esperienza individuale: decidere quale macchina comprare é difficile, perché sceglierne una significa perdere tutte le altre possibili alternative. Ma gli individui incapaci di fare delle scelte non sono in controllo del proprio destino. Quello che vale per i singoli vale, in questo caso, anche per le democrazie e dobbiamo riconoscere al governo la capacità di aver raggiunto una decisione che è la sintesi di una discussione. Al referendum di dicembre potremo votare contro o a favore quella sintesi e ci sono buone ragioni per l’una e per l’altra scelta. Ma almeno avremo la possibilità di scegliere e questa è di per sé una buona cosa, perché i sistemi politici bloccati in eterne discussioni sono destinati all’irrilevanza.

Post scriptum, 29 novembre: Oggi il professor Angela Panebianco ha ribadito quello che ho scritto qui sopra, in maniera più chiara e lucida. “Sento dire che il referendum costituzionale spacca il paese, ma le riforme vere spaccano i paesi. Se si vuole l’unanimità ci vogliono riforme finte. Per avere unanimità in Parlamento basta una bella mozione, chessò, contro il deterioramento del clima: tutti concordi, tanto non costa niente. Ma se la riforma è autentica non può non dividere. E se non vuoi dividere, devi prenderti la responsabilità di dire che le riforme non le vuoi fare per niente”. L’intervista completa è disponibile su Il Foglio.

Democrazia diretta

Lasciando da parte Svizzera e Lichtenstein, i due Paesi dove se ne fa da sempre ampio uso, nei Paesi dell’Europa Occidentale si sono tenuti piu’ referendum negli ultimi venti anni che in tutto il periodo dal 1950 al 1995. Anche in Italia questo strumento è sempre più utilizzato: solo quattordici i referendum fino al 1990, ben 80 quelli che si sono tenuti da allora fino ad oggi. L’Economist ha chiamato questo fenomeno “referendumania” e ha provato a spiegarne le ragioni, legate principalmente alla crisi dei partiti tradizionali e al tentativo di far sentire i cittadini maggiormente coinvolti nell’esercizio della cosa pubblica. La democrazia diretta, in effetti, stimola il dibattito. Ma che tipo di dibattito, esattamente?

Ho scritto un articolo su questo tema per Unimondo: lo trovate qui.

Out ‘n Proud?

Ho scritto un articolo piuttosto didascalico sul referendum per la permanenza nell’Unione Europea previsto nel Regno Unito per il 23 giugno. Se avete voglia di leggerlo potreste scoprire una o due cose divertenti e poco conosciute. Il link all’articolo è questo.

Referendum: risposte pragmatiche

Sono sempre stato trasparente sulle mie scelte politiche e lo sarò anche questa volta, anche se in ritardo. Premetto, a scanso di equivoci, che ieri non sono andato a votare perché ero all’estero; e siccome nei miei primi quattro giorni in Svizzera ho speso l’equivalente di un mese di stipendio in Italia, non avevo nessuna intenzione di pagarmi un viaggio a/r per votare. Tuttavia, se fossi stato libero da questi lacciuoli finanziari sarei andato a votare e probabilmente avrei votato no. Alla fine di questo articolo spiegherò brevemente perché. Ma prima ci sono due questioni importanti.

La prima: il referendum popolare è uno strumento non idoneo a risolvere una questione tecnicamente complessa come la durata delle concessioni estrattive. Capisco le ragioni di chi ha votato per il sì; però questo referendum aveva una domanda precisa e non sono d’accordo con chi ha tentato di trasformarlo in un plebiscito pro/contro il governo in carica o in un plebiscito pro/contro le energie rinnovabili. Nelle dichiarazioni dei comitati referendari, purtroppo, il voto è stato effettivamente caricato di un significato ideologico fortissimo – sui beni comuni, sulla politica energetica, sulle regioni, sul governo in carica. E’ stato scritto correttamente che “quest’ultimo è un tratto oramai tristemente comune a una parte della sinistra italiana, per cui tutti gli argomenti sono buoni per fare opposizione interna, soprattutto a Renzi, anche a danno di cause meritevoli che diventano paraventi di interessi politici“. Peccato: in futuro, sarebbe meglio se potessimo attenerci al nocciolo della questione.

Seconda considerazione: personalmente non ritengo che la partecipazione al voto sia un imperativo morale assoluto, ma a istinto ho trovato sgradevole gli inviti all’astensionismo da parte di un primo ministro e un senatore a vita. Non elaboro maggiormente su questo punto perché non ho avuto modo di approfondire. Comunque peccato, anche qui.

Veniamo infine alle ragioni del mio voto. Chiudere anticipatamente le piattaforme estrattive entro le 12 miglia significa aumentare le importazioni di gas naturale e petrolio, almeno nel breve periodo. E’ uno scenario che non mi piace e per ciò avrei voluto votare no. Certo, molti di voi diranno che la chiusura anticipata delle piattaforme si sarebbe potuta gestire investendo in altre fonti di energia, magari alternative. Ma qui torniamo al primo dilemma: questo referendum non riguardava le energie rinnovabile e non avrebbe in alcun modo indirizzato la scelta del governo verso una strategia energetica sostenibile. Potete illudervi che sarebbe stato così, ma è quello che in inglese si chiama wishful thinking. Invece, come scrive Old Tom, “uno sviluppo economico di qualità non viene dalla luna, ma dalla capacità di individuare un punto di equilibrio fra esigenze della produzione e tutela dell’ambiente“. Lui riporta l’esempio di  Ravenna, dove esiste una piattaforma entro le dodici miglia marittime che il Comune e non pochi cittadini vorrebbero far chiudere anzitempo, così da contrastare il fenomeno della subsidenza. Motivo per cui gli amministratori locali hanno avviato un confronto formale con ENI, senza affidarsi alla scorciatoia che pure il referendum offriva. Per il futuro anche io spero (a) in un maggiore pragmatismo sul modello emiliano-romagnolo, (b) in meno chiacchiere ideologiche e (c) in una borsa di studio modello svizzero, così che possa tornare a casa quando per votare quando necessario.

This referendum is a sham

Three days ago I wrote that “the Greek government had no choice but to reject the last bout of austerity” and I still think I was right. I only wish this decision would have been taken differently.

The referendum called upon by the Greek government is a complete sham. It has been decided in a night and scheduled in six days. Upon announcing it, the government has asked to vote No, threatening resignation, collapse of national dignity, and various other disasters. The official website of the referendum does not provide any balanced information on the context, the franchise, and the procedures for voting: instead, it provides plenty of arguments for voting No to a question which is about a bail-out plan that does not exist any longer. In any case, it is not clear what would happen should voters decide for Yes or No. Meanwhile, the government continues to negotiate, thus changing the context surrounding this decisive vote.

Under these conditions this is not a referendum: it is a plebiscite. It doesn’t take an expert to recognize that such consultations fall way short of the most basic international standards. The last vote of this kind has been held in Crimea in 2014: that referendum has been deemed as “unacceptable” by all 28-EU States. There is no reason why this should be treated differently.

Down the wire

There is a famous scene from the Italian movie Fantozzi when the main character shuts himself in a dark room on the weeks leading to election day to follow all the TV debates and read every newspaper, in the opinion that his vote will make a crucial difference in the final outcome. Though I won’t vote in the Scottish referendum on independence, this was pretty much how I spent my morning in Edinburgh today.

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I cannot possibly link all the good articles I have read. But there are two that deserve a special mention for reasons you will easily understand: Dear Scotland: here are 76 things we’d like to apologise for, love England and Ten handy phrases for bluffing your way through the Constitutional Crisis.

Now. The polls will close in a few hours. Tonight after 10PM I will be at the referendum night event organized by the Future of the UK and Scotland, bringing together academics and international journalists. The first results will come from the islands at around 2AM, but the most important polling stations – those from Edinburgh and Glasgow – will only report at 5AM. Stay tuned for a long night.

Felix Helvetia!

Michael Wohlgemuth and Lars FeldFrankfurter have written a splendid piece for the Allgemeine Zeithung, which has been translated and published on PressEurop. The article starts from the simple observation that political representation and responsiveness is a matter of the structure that binds citizens and policy-makers. In a democracy, politicians ought to act on behalf of the people, and theoretically, the citizen is the true ruler. In practice, however, this is rarely the case.

Switzerland is one remarkable exception. Obviously there are many problems with Swiss democracy too. There is one thing, however, that works very well: referendums. Nowhere is direct democracy as pronounced as it is in Switzerland. Swiss law says that any issue can be put to a referendum if it attains 100,000 signatures to do so. The rules further state that for a measure to be nationally adopted into the constitution it has to get a majority of both votes and the number cantons that support the issue. Referendums are extremely common in Switzerland. Only in 2012, there have been 12. The results are rather clear and robust: when the citizens have a direct voice in how their own money is spent, regional authorities spend less on government. Political decisions can also be both prompted and revoked through citizens’ initiatives, if the citizens so desire. And any transfer of sovereignty to a higher level must be confirmed directly by the people. The question is: can direct democratic procedures like referenda and popular initiatives be recommended for other European countries, not least when it comes to European policy issues?

The answer is: not exactly. An EU-wide referendum on the introduction of eurobonds, the expansion of the bailout funds or further tax harmonisation would not contribute towards overcoming the “democratic deficit” in the EU. For one thing, democracy requires a demos, a European people that can create and express a European “solidarity” and a European public opinion. This is not on the horizon for the moment. The European democratic deficit starts at the level of the member states. This is where direct democracy has an important role. The right thing to do would be to apply direct democracy as it is traditionally and successfully practised in Switzerland: the citizens must be able to decide at a local level what is to be done with their own money.

All my votes

Although I have commented on the possible outcome, I have not decided what I will vote in the upcoming elections: I am officially undecided. Meanwhile, borrowing an idea of Francesco Costa, I am drafting a list of how I voted in the past.

9-10 April 2006
Italian Political Elections
I voted for the centre-left coalition and for the candidate Prime Minister Romano Prodi, who defeats Silvio Berlusconi with a difference of 0.06% of the votes. Today I would give the same vote. Election won.

25-26 June 2006
Constitutional Referendum
Deciding whether or not to approve the constitutional reform promoted by the center-right government: I did not know much about the reform, but my vote was based on the fact that it had been approved by a majority that I did not like and that had been rejected by the voters. I voted No, and No won with 61%. Today I would probably give the same vote. Election won.

25-26 June 2006
Local Referendum
Deciding whether the province of Trento should continue to finance private schools: I am not necessarily against public finance even for private confessional schools, but the total amount provided with public money was outrageous. I voted Yes to the abolition of public finance for private schools, and 93% of the voters vote Yes, but the referendum fails as it does not reach the quorum: only 19% of the people vote. Today I would give the same vote. Election lost.

13-14 April 2008
Italian Political Elections
I voted for the Partito Democratico and for the candidate Prime Minister Walter Veltroni. His party takes 33%, but is part of the  loser coalition: Silvio Berlusconi is elected Prime Minister. Today I would give the same vote. Election lost.

09-10 September 2008
Local elections in the Province of Trento
I voted for the Partito Democratico and for the coalition that supports Lorenzo Dellai. The party takes 22% of the votes, and the coalition takes 57%, defeating the opposing candidate Sergio Divina. Today I would give the same vote. Election won.

3 May 2009
Local elections in the City of Trento
I was in Ireland for my exchange abroad and I could not vote. The Partito Democratico’s candidate Alessandro Andreatta won the elections with 64%.

6-7 June 2009
European elections
I was in Ireland for my exchange abroad and I could not vote. The Partito Democratico went well, although it is always hard to comment on European elections.

21-22 June 2009
Referendum
The vote was about future referendum rules and it proposed to make them easier. I voted Yes, but the quorum stopped at 23% and the referendum failed. Today I would give the same vote. Election lost.

12-13 June 2011
Referendum
Four questions: two on the management of water resources, one on nuclear energy and one on legitimate impediment. I voted Yes to the first question on the water and one on legitimate impediment, I voted No to the second question on the water and on the one on nuclear energy. Yes wins in all four questions and with more than 55% of the people going to vote, the quorum is (surprisingly) reached. Today I would give the same vote. Election half won and half lost.

Everyone is watching Scotland

I bother people a lot with my keenly developed interest for minority nationalism in Quebec, Scotland, Catalonia, South Tyrol, Flanders and Basque Countries. If you have such an interest too, then the referendum that will be hold in Scotland in 2014 is an incredibly interesting argument for discussion. This is a 10-minute video of Michael Ignatieff commenting on the issue. It is a hugely interesting video, not only for minority nationalism geeks as I am, but also for anybody with an even marginal interest in international politics.

 

Ignatieff is a Canadian historian, academic at the University of Cambridge, the University of Oxford, Harvard University and the University of Toronto and former leader of the Liberal Party of Canada and Leader of the Official Opposition from 2008 until 2011. But if you do not to watch the video for Ignatieff’s analysis, then watch it for the beautiful Scottish accent of the interviewer at least.