Lorenzo & his humble friends

The fool doth think he is wise, but the wise man knows himself to be a fool

Tag: sinistra

Pacta sunt servanda

Da tanti anni guardo tra il preoccupato e il divertito alla sinistra italiana, quella a sinistra dei Democratici di Sinistra e del Partito Democratico per capirci, quella che va da Bertinotti ai piccoli gruppi locali. Old Tom dice giustamente che la sinistra radicale non é una forza politica, ma un genere letterario. Oltre che un circo.

Non me ne vorranno i miei amici: molti di loro sono impegnati in prima persona e credono profondamente nella causa. Ma a me pare che negli ultimi anni coloro che rappresentano questa sinistra nelle istituzioni siano persone completamente fuori dal mondo. Ferrero, Diliberto, Ingroia: intellettuali mediocri barricati nella loro torre d’avorio chic costruita duecento anni fa e sbiancata nel Sessantotto.

Questa volta cosa é successo? Ridotta alla completa irrilevanza politica, per una volta che la sinistra ottiene un risultato dignitoso lo manda subito in farsa. Non ho votato L’Altra Europea per Tsipras; tuttavia, se fossi un elettore chiederei a Barbara Spinelli ‘Ma che cazzo fai?‘. Non ci resta che fare un sorriso, perché le miserie della politica italiana bisogna prenderle con ironia. Ma in fondo é un peccato, perché sarebbe bello avere una sinistra coerente e capace di dire la sua al posto di questo branco di cialtroni.

 

 

Che fare?

Una seconda – e ultima – riflessione sulle elezioni in Trentino. Maurizio Teli – che non ho mai conosciuto personalmente anche se ci saremo pur incrociati qualche volta – scrive una lettera aperta alle sinistre trentine intitolata Che fare?. La pubblico; e di seguito aggiungo una mia brevissima riflessione.

Che fare?

Le elezioni provinciali del 27 ottobre 2013 ci restituiscono un risultato impietoso per le sinistre trentine, ovvero la totale assenza dal prossimo Consiglio Provinciale. Il partito più a sinistra presente nelle istituzioni provinciali per il periodo 2013 – 2018 sarà il Partito Democratico, su cui molti e molte che si definirebbero di sinistra hanno remore sia per quanto riguarda le politiche proposte, sia in relazione a processi interni che spingono il partito inesorabilmente verso il centro, se non verso forme di destra mascherata. In sintesi, le sinistre trentine hanno perso su tutta la linea, politica, elettorale e culturale, in un momento in cui il vero vincitore delle elezioni provinciali è il Partito Autonomista Trentino-Tirolese, probabilmente il più lontano dalle sensibilità politiche delle sinistre italiane tra quelli che compongono la coalizione che governerà la Provincia Autonoma per i prossimi cinque anni, il cosiddetto “centro-sinistra autonomista”. Questo in un quadro complessivo segnato dall’altissimo livello di astensione, che addirittura supera il consenso raggiunto dal futuro Presidente della Provincia.

Come si spiega la sconfitta lancinante di tutte le sinistre trentine? E soprattutto, come si spiega in un momento in cui sono state condotte battaglie rilevanti al di fuori delle istituzioni, come quella sull’inceneritore, i referendum sull’acqua o l’iniziativa di legge popolare sull’omofobia, e altre sono in corso, come quella sulla TAV-TAC del Brennero? Come è possibile che la capacità di individuare le arene di conflitto sociale più importanti per il futuro della società contemporanea sia affiancata da un’incapacità manifesta di una proposta elettorale e istituzionale credibile a sinistra? Io credo che il problema stia nelle pratiche politiche, nel riprodursi di schemi novecenteschi di lettura e interpretazione della realtà sociale e dell’agire politico, soprattutto nell’affermazione delle identità ormai istituzionalmente irrilevanti delle diverse sinistre.

Non bastano i movimenti sociali, come ci ha mostrato la protesta anti-Gelmini del 2008-2010: senza interlocutori istituzionali i movimenti devono impegnarsi in sforzi maggiori di quelli già notevoli che compiono quotidianamente. Il caso della Val Susa è un esempio lampante: un fortissimo movimento sociale condannato a vent’anni di lotta, con relativi soprusi, i cui interlocutori istituzionali o sono assenti o sono privi di iniziativa politica nelle assemblee elettive.

Non bastano neppure le iniziative esclusivamente elettorali, non credo serva ricordare il disastro di Rivoluzione Civile o la capacità di tali iniziative di farsi risucchiare in una semplificazione estrema della contemporaneità che si traduce, nella migliore delle ipotesi, in forme di blando riconoscimento di diritti o di un debole orientamento alle tematiche ambientali. Il Partito Democratico, sostenitore della TAV, in dubbio sui matrimoni omosessuali, precarizzatore del mercato del lavoro, è un esempio di come “partiti leggeri” si facciano risucchiare verso il centro, perdendo ogni capacità strategica, indipendentemente dalle qualità delle persone che ne fanno parte.

Che fare, quindi? È tutto perduto per le sinistre, siano esse ecologiste, libertarie, socialiste o comuniste? Io non credo. Credo che ci sia una strada da tentare, subito, imparando proprio da quei movimenti sociali che più hanno contribuito a mantenere viva l’opposizione all’arroganza dei poteri economici, mediatici e politici degli ultimi decenni. Dai movimenti dobbiamo imparare due cose fondamentali: a rileggere la realtà sulla base dei vecchi e nuovi conflitti, sperimentando continuamente nella comunicazione, nell’abitare il conflitto stesso, e nel proporre soluzioni apparentemente visionarie per chi tende verso il centro (destra); a innovare le pratiche politiche, partendo da quella organizzazione moltitudinaria a rete che più ha permesso di intercettare le differenze contemporanee, di ricomporle in forme di ricchezza costruttiva del vivere sociale. A mio parere, ciò che serve è una rete delle sinistre, con un bagno di umiltà da parte di tutti e tutte.

Maurizio Teli

Sono d’accordo con le premesse, non con la conclusione. La sinistra ormai esiste solo su alcune questioni specifiche (No Tav, acqua pubblica, no inceneritore … ) e ed è invece elettoralmente inesistente ed istituzionalmente irrilevante. Perché? Io credo sia venuta a mancare, e non si sia mai riusciti a ricostruire, un’ideologia; che poi è la capacita’ di ricondurre singole questioni in uno schema coerente di pensiero che orienti l’azione di governo. Cosa fare? Maurizio suggerisce di fare rete. Che poi è quello che le sinistre italiane dal 1992 a oggi non sono mai riuscite a fare. Lasciamo stare la penosa esperienza italiana, con centinaia di insignificanti partitini. Pensiamo al caso recente di #qualcosadinuovo in Trentino. Anche i leader di movimenti sociali pur nobili – mi vengono in mente gli ambientalisti che conosco – sono troppo legati alle singole questioni che difendono ed incapaci di allargare i loro sforzi comuni e farli convergere in qualcosa di più ampio – un partito serio, una visione di governo. Dunque? Le sinistre, quelle che intende Maurizio, sono state doppiamente sconfitte dalla storia. Doppiamente, perché avrebbero forse potuto re-inventarsi sfruttando un’organizzazione multitudinaria e sperimentando nella comunicazione, appunto. Ma sono state superate da altri. Lo spazio che avrebbe potuto conquistare è stato occupato dal M5S, che non a caso nacque come movimento sociale ancorato a battaglie tradizionalmente di sinistra. Ne osserviamo i risultati.

Perché la sinistra italiana fa pena

Ho alcuni amici che stanno provando a mettere in piedi una lista politica per le prossime elezioni provinciali in Trentino. Credo che uno degli obiettivi fosse quello di unire i rappresentanti di vari movimenti e liste che rappresentano il frammentato universo della sinistra, andando oltre sigle e simboli e provando a coalizzarsi attorno ad alcune idee forti.

Ecco il resoconto dell’ultima riunione.

Al tavolo, indetto per le 17.30, si sono presentati i rappresentanti di Rifondazione comunista, del Centro sociale Bruno (su mandato anche dei Gas) e degli Stati generali della scuola. Di altri movimenti nemmeno l’ombra (solo il Movimento per i beni comuni e il gruppo politico di Giovanna Giugni hanno giustificato la loro assenza). I rappresentanti di Sel ci avevano comunicato poche ore prima che avrebbero partecipato, ma non si sono visti.

Abbiamo cominciato i lavori illustrando il motivo per cui eravamo lì: valutare l’ipotesi di una coalizione che andasse al di là dei personalismi e delle forme e che si concentrasse sui contenuti. Ovvero: se noi proponiamo A, voi anche e loro anche, che senso ha andare divisi? Facciamo una coalizione comune.

Concordato ciò tra tutti i presenti, siamo passati a parlare del candidato presidente (aspetto per noi secondario, ma comunque essenziale). Rifondazione ha dichiarato di preferire un candidato super partes (cioè non di partito), ma in assenza di questo di essere disposta ad avere Emilio Arisi (candidato di Sel) come candidato di tutta la coalizione. Data questa importante apertura, ci siamo presi una pausa, durante la quale ci siamo recati in sede da Sel per chiedere se fossero disposti (come avevano promesso) di venire a discutere al tavolo. Dopo lunghe trattative li abbiamo convinti. Alle 19 si sono presentati e hanno posto ai presenti le seguenti condizioni, su mandato della maggioranza della loro assemblea:

– Emilio Arisi candidato presidente

– Coalizione senza simboli del passato (leggi: falce e martello).

– Assenza di candidati “impresentabili” del passato.

Mentre sul primo punto la convergenza c’era, sul secondo si è arenato tutto. Rifondazione ha chiesto che allora sparissero tutti i simboli di partito, Sel ha rifiutato ed è scoppiata la bagarre. Noi abbiamo cercato di ragionare sull’elemento nuovo: freghiamocene di simboli e persone e badiamo alla sostanza. Insomma, chi tiene davvero alle proposte concrete può essere disponibile a fare un passo indietro sulle questioni formali. Il tentativo non ha avuto successo, Sel se ne è andata e il tavolo è saltato senza un’intesa (con molti vivaci “scambi” verbali).