Lorenzo & his humble friends

The fool doth think he is wise, but the wise man knows himself to be a fool

Tag: the economist

Weekend long reads, January 2020

Manuel Orazi, Le finestre più famose di New York, Rivista Studio; Lou Stoppard, The decade of the drop: why do we still stand in line?, The Financial Times; Adam Shatz, The Tyke with a Toque, The New Yorker; Peter Schjeldahl, The art of dying, The New Yorker; James Wood, Can you forgive her?, The New Yorker; Bagehot, Harry, Meghan and Marx, The Economist.

Weekend long reads / Winter 2019

Prospero section, A new documentary explores the underrated art of movie sound, The Economist; Jess McHugh, How to eat alone (and like it), The New York Times; Arthur Krystal, Why can’t we tell the truth about ageing and rebuttal letters, The New Yorker; Isaac Chotiner, From Little Englander to Brexiteers, The New Yorker; Margaret Talbot, Is the Supreme Court in Elena Kagan’s hands?, The New Yorker; Silvia Schirinzi, Tendenza Melania, RivistaStudio.

 

Weekend long reads: November 2019

Books and Arts section, An expedition reveals the perils of reading Dostoyevsky in Antarctica, The Economist. Christian Jarrett, Acting changes the brain: it’s how actors get lost in a role, Aeon. Dan Hancok, How to feed a protest movement: cooking with Extinction Rebellion, 1843. Dan Piepenbring, The Book of Prince, The New Yorker. Rebecca Mead, The Gay Genealogist, The New Yorker.

Soundtrack: Gradbrothers Live Session during the Into The Great Wide Open festival on the Dutch Island Vlieland, 2017.

Podcasts

Historycast; The Axe Files with David Axelroad (from Giallu); The Economist: The Week Ahead; Ad Alta Voce (from Martina); FT: World Weekly; The Philosopher’s Zone; Malcom Gladwell: Revisionist History (from Daniel); Un giorno da pecora; The Wilderness.

Two seasons

The sun creeping into our apartment at the last flood of via Belfiore 82, in San Salvario. The neighbours smoking cigarettes on their balconies. The podcasts on the long bus ride to Moncalieri – Axefiles, Economist, the FT world weekly, Francesco Costa, RFI le journal en francais facile. The main square rising up in the fog, the Collegio right behind the corner. Its empty corridors full of animals stuck in the nineteenth century. Ludo with Niels. Blah Blah nights. Fencing in the Parco del Valentino, the sense of defeat when I gave it up. The evenings out with Marco and Leila, how they are wonderful dancing together. The canavese. The Greek restaurant. Miriam and Pietro, Sharewood. The Teatro Piccolo and Franco Cardini. The night shifts in Massaua: we all come and go, but some of us have a tougher ride in between. Tabletennis with Teresa, Mancio, Matteo and Niels down in the basement of Collegio. That sunset run along the Po and then up Monte dei Cappuccini. The Cineforum Baretti on a late Saturday afternoon. The desperate shopping at Abu’s four hours to new year’s eve. Dinner out at Silos. Those early January nights with Etta leaning under my blankets when I felt too sick and exhausted to push her away; after all, I might not be allergic to dogs. The new house at the corner between via Bogino and via Po, warm and compact. The smell of clean linen and the heating system full blast when I was still too sick to take care of myself. Chess with Niels. Porta Palazzo every Saturday, toma and oranges. All those comic novels. The brunch at the Circolo dei Lettori. The readings at Ospedale Mauriziano. Bar Dotto. The fifteen-minute sandwiches at the grocery shop in Moncalieri. Tamango and Quesar: I kept the card until yesterday when I finally threw it away. The museums, all those museums and the public support behind them, the creative installations sometimes a bit superficial, but hei this is a city where every day people que to enter in places where they discover more about history, photography, painting, even criminal anthropology. That one reading at univoc with Flavio, who has a big voice and sings pianobar, and Gianni, who has a British sense of humour and never published the novel he wrote. Strolling through the parks on an early Spring Sunday, the streets closed to the cars, fountains are buzzing, kids run round with pink balloons, there is a charity race for women. On the train this night I look back at the last five months one more time. Now I am ready to go.

Facts, facts, facts

In the late summer several newspapers started writing about the widespread diffusion of post-truth politics. I digged into it and began working on an article for Unimondo myself. After a couple of weeks, however, I realised the article was coming out too long, too broad, too prescriptive. I had two ways out: cut, simplify, submit; or extend, develop, and publish the result on my blog instead. I opted for the latter. Here is the essay.

***

Quello della menzogna in politica è un tema vecchio quanto la politica stessa. Già per i filosofi dell’antica Grecia la scelta di parlare in maniera chiara e franca, detta parresia, costituiva uno dei tre fondamentali atteggiamenti etici del buon cittadino. Alcuni secoli più tardi, in uno dei più longevi prodotti letterari dell’Italia rinascimentale, Niccolò Machiavelli spiegava che ‘quelli Principi aver fatto gran cose, che della fede hanno tenuto poco conto, e che hanno saputo con astuzia aggirare i cervelli degli uomini, ed alla fine hanno superato quelli che si sono fondati in su la lealtà’. In età contemporanea ‘Verità e Menzogna’ diventa il titolo di un’opera in cui Hanna Arendt spiega che una delle caratteristiche essenziali del totalitarismo è proprio l’inclinazione a trascurare il dato di fatto e a fabbricare la verità sostituendo, attraverso la menzogna sistematica, un mondo fittizio a quello reale.

Nel mondo dove sono cresciuti i miei genitori il tema della menzogna in politica era ancora molto importante. Farò alcuni esempi. Nel 1971 il New York Times pubblicò alcuni stralci dei documenti segreti del Dipartimento della difesa, i Pentagon Papers, che riconoscevano l’assoluta inutilità strategica dell’impegno americano in Vietnam. Che questa ammissione fosse stata conosciuta e tenuta segreta dai governanti statunitensi fu motivo di profonda indignazione nell’opinione pubblica. Ci fu poi il Watergate, durante il quale Richard Nixon dichiarò ripetutamente di non essere coinvolto: quando fu poi smentito dai fatti dovette pronunciare la famosa frase “Non sono un imbroglione” (I’m not a crook). Un altro presidente degli Stati Uniti, Ronald Reagan, passò buona parte del 1986 insistendo che la sua amministrazione non aveva scambiato armi per gli ostaggi in Iran. Quando fu smentito nei fatti ammise: “il mio cuore e le mie migliori intenzioni mi dicono che è vero, ma i fatti e l’evidenza mi dicono che non lo è. Più recentemente, Tony Blair ha dovuto scusarsi in seguito al rapporto della commissione indipendente che accusa il suo governo di aver usato informazioni false sul possesso di armi chimiche o biologiche  nelle mani di Saddam Hussein per convincere il parlamento britannico e l’opinione pubblica del proprio paese ad approvare la guerra in Iraq. Sono solo alcuni episodi; avrei potuto sceglierne altri. Il punto è che siamo cresciuti in un mondo politico in cui generalmente, dopo un lungo –talvolta lunghissimo–  dibattito sui fatti, emergeva una verità.

Nelle ultime campagne elettorali, invece, stiamo assistendo sempre più spesso a un fenomeno definito dall’Economist ‘post-truth politics’ (la politica post-verità): i fatti non sono contestati, semplicemente non contano più nulla. E la verità si sdoppia, si moltiplica addirittura. Gli esempi più clamorosi sono quelli relative alla campagna elettorale del candidato repubblicano alla Presidenza degli Stati Uniti, Donald J. Trump, che nell’ordine ha: sostenuto la tesi secondo cui Barack Obama non è nato negli Stati Uniti bensì in Kenya; raccontato di aver visto migliaia di arabi esultare nel New Jersey al racconto delle Torri Gemelle in fiamme l’11 settembre 2011; suggerito che il padre del suo sfidante alla nomination repubblicana, Ted Cruz, fosse coinvolto nell’assassinio di John F. Kennedy; e che Obama fosse il fondatore dell’ISIS e Hillary Clinton la co-fondatrice. La sfacciata disonestà di Trump è senza precedenti: le sue bugie sono talmente numerose che è impossibile tenere il conto. Mentre i giornalisti di The Dailywire ne hanno messe assieme 101, il sito di verifica dei fatti Politifact ha rilevato che il 15 per cento delle affermazioni di Trump è per lo più falso, il 36 per cento falso e il 19 per cento rientra nella categoria “panzane clamorose”. C’è una grossa differenza tra queste bugie e quelle di Nixon, Reagan, Blair. Trump, in effetti, non contesta i fatti: li ignora, li inventa, li costruisce.

Mentre l’attuale candidato repubblicano rappresenta forse il caso più estremo di post-truth politics, vale la pena ricordare che si tratta di un fenomeno globale. Nel Regno Unito, la campagna per la Brexit è stata costellata da informazioni completamente false. il sito infacts.org ha raccolto cinque colossali deformazioni dei fatti che sono state diffuse per convincere il popolo britannico a votare per il Leave: “La Turchia diventerà membro dell’Ue nel 2020”; “Siamo sempre messi in minoranza da Bruxelles”; “La UE ha bisogno di noi più di quanto noi abbiamo bisogno di loro”; “Ogni settimana la Gran Bretagna invia a Bruxelles ben 350 milioni di sterline”; e “Lasciare la Ue per salvare il Sistema Sanitario”. Aaron Banks, che è il fondatore della campagna Leave , ha spiegato il segreto del successo in questi termini: “La campagna Remain si è basata sull’idea fatti, fatti, fatti. Semplicemente non funziona. Devi connettere con la gente emozionalmente”.

Come è possibile? In altre parole, quali sono le ragioni per cui in politica è possibile ignorare i fatti? E perché un tempo non troppo lontano non era così facile stravolgere la realtà? Una spiegazione ha a che vedere con la diffusione di internet e, in particolare, dei social network. Questi spazi di comunicazione contribuiscono in maniera fondamentale alla scomparsa dei fatti dal dibattito pubblico – almeno in tre modi diversi. In primo luogo, gli algoritmi di facebook e twitter creano degli ecosistemi di informazione. E’ quello che gli esperti chiamano homophilous sorting: invece di presentare agli utenti visioni differenti, la selezione dei link contribuisce a rafforzare le opinioni preesistenti. In secondo luogo, molti degli articoli sono scritti da persone che non hanno alcuna preparazione: è una delle conseguenze della democratizzazione di internet, che fornisce a tutti un amplificatore per farsi sentire, senza aver bisogno di passare esami e di ricevere qualifiche e certificazioni. In terzo luogo, su internet – e sui social network in particolare – le menzogne, gli articoli faziosi non sono necessariamente sottoposti a rettifica. Restano invece nell’etere, a consumo degli utenti. Tanto che ormai governi come quello cinese o russo non si preoccupano di rimuovere articoli critici nei loro confronti. Un recente articolo pubblicato su Wired ha spiegato che il regime della Repubblica Popolare, fra le tante strategie per tenere al guinzaglio la pubblica opinione, avrebbe anche a disposizione un esercito di due milioni di persone quotidianamente operative sui social network drogando i dibattiti digitali dei cittadini con una montagna di commenti e opinioni che conducano quelle discussioni verso fronti più graditi al governo di Pechino. A chi chiede ai gestori di Facebook e degli altri social network di fornire un servizio migliore agli utenti, i gestori rispondono che non si tratta di siti d’informazione e come tali non sono regolamentati secondo le stesse norme che disciplinano i giornali tradizionali.

C’è una seconda spiegazione per cui, in un modo più avanzato tecnologicamente, i fatti contano sempre meno. Viviamo in una realtà frammentata in cui esistono moltissime fonti di informazione e in questo calderone è facile perdere la bussola. L’incertezza suscita volontà di rivalsa e provoca in molti individui l’esigenza di risposte semplici e immediate; anche perché c’è chi alimenta deliberatamente questa confusione. In un memo del 2003 Frank Luntz, un sondaggista per il Partito Repubblicano, scriveva così: “Se il pubblico credesse che le questioni scientifiche sono risolte, le loro visioni sul riscaldamento globale cambieranno di pari passo. Perciò bisogna continuare a fare della mancanza di certezza scientifica una questione primaria nel dibattito”.  Non c’è dunque da stupirsi se viviamo in una realtà in cui sempre più persone dubitano dei media e delle istituzioni pubbliche.

In questo contesto, chi sfida il sistema non è punito, ma preso come esempio di come bisogna rispondere alle élite al potere. C’è, ovviamente, qualcosa di positivo in un atteggiamento di dubbio della verità, dal momento che lo scetticismo verso le istituzioni aiuta a sviluppare senso critico. E tuttavia c’è una grossa differenza tra mettere in dubbio la verità ed ignorare deliberatamente i fatti. Quando Michael Gove, ministro della giustizia del governo Cameron nel Regno Unito, diceva che “la gente in questo Paese ne ha avuto abbastanza di esperti”, stava dando voce a un sentimento di diffusa, ripetitiva pulsione a cercare cospirazioni, un fenomeno molto radicato anche in alcune formazioni politiche italiane.

Il mio professore di Politica Comparata ci raccontava che quando lui era studente presso Karl Popper, la prima cosa che l’anziano docente scriveva sulla lavagna all’inizio di ogni lezione era ‘Facts, facts, facts’. Senza i fatti, in una realtà completamente malleabile, prevale la massima di Nietzche secondo la quale esistono solo interpretazioni. Un altro filosofo, Norberto Bobbio, diceva che chi non crede nella verità sarà sempre tentato, soprattutto in politica, di “rimettere ogni decisione alla forza”. Prima di lui, fu l’illuminismo a portare l’analisi razionale nel mondo, strappando il diritto di distinguere la realtà al divino e portandolo all’umano – in particolare alla ragione umana. Cartesio, e il suo “penso, dunque sono”, rappresentava il massimo di questa filosofia, che oggi è sfidata, nei fatti, da candidati repubblicani, movimenti politici populisti, giornalisti in mala fede, e commenti pressapochisti postati sui social network da persone magari benintenzionate ma evidentemente poco avvezzi all’arte della parresia.

Democrazia diretta

Lasciando da parte Svizzera e Lichtenstein, i due Paesi dove se ne fa da sempre ampio uso, nei Paesi dell’Europa Occidentale si sono tenuti piu’ referendum negli ultimi venti anni che in tutto il periodo dal 1950 al 1995. Anche in Italia questo strumento è sempre più utilizzato: solo quattordici i referendum fino al 1990, ben 80 quelli che si sono tenuti da allora fino ad oggi. L’Economist ha chiamato questo fenomeno “referendumania” e ha provato a spiegarne le ragioni, legate principalmente alla crisi dei partiti tradizionali e al tentativo di far sentire i cittadini maggiormente coinvolti nell’esercizio della cosa pubblica. La democrazia diretta, in effetti, stimola il dibattito. Ma che tipo di dibattito, esattamente?

Ho scritto un articolo su questo tema per Unimondo: lo trovate qui.

Everything started with an orgy

Just like many of you, I have devoted a fair amount of time watching Leicester City’s matches in the last few months. I enjoyed every bit of it, and particularly Ranieri’s epic press conferences, but I want to make clear I am not trying to pretend I am a fan. I adored them, make sure, but deep down my heart remains with the miserable Villans whom, these days, have nothing left to celebrate but corner kicks. Alas, I find it somehow pathetic to bandwagon now.

To be completely frank, I still do not even know where Leicester is. This in spite of the fact that I have read many articles and I wanted to list the best of them on my blog. This article, for instance, shows that Leicester’s rise is especially remarkable in the modern Premier League era. A deluge of money into the league has led to increasing inequality and stratification among teams. In fact, fewer and fewer teams outside of a “Big Four” — Arsenal, Chelsea, Manchester City and Manchester United in its current iteration — have any real hope of a league title.

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This Guardian article reminds us of how noble of a person is Claudio Ranieri, a man of principles with a relaxed management style. “What Ranieri did that was special was to give a sense of empathy to his team. If you, as a person, can create an empathetic situation inside the changing room, then in the difficult moments your players will always give you a little something more.” Probably a good lesson for C.E.O.s around the world, as this other Economist’s articles suggests.

It is on a brilliant Italian magazine that I found the highlights of each single match played by Leicester in this the season. And on the same magazine I also read a simple summary of Leicester’s path to the title.

The most entertaining article to date, however, has been published on Il Foglio, mocking those Italian media that have described Leicester City, a society owned by one of the richest tycoons of the world, as the symbol of “the industrial cities of the East Midlands, one of the most multi-ethnic, taking us for a moment back to the early nineteenth century, when it was a stronghold of the Chartists: revolutionary advocates of a pre-Marxian socialism. Because that of Leicester is not a fable, but a social project that demonstrates how another football in the heart of the neoliberal society is possible“. The author reminds us that after all Ranieri is the coach of Leicester because of an orgy organized a year ago in Thailand and cleverly filmed by three former players of Foxes, including the son of former manager Nigel Pearson, who was fired for this reason just after.

Ruling the void

What good is political science if it flubs the biggest development in American politics in generations? Using this question, some commentators are turning “political science didn’t predict Trump” as the 2016 version of “economists didn’t predict the 2008 recession“. But this is factually misleading: there are plenty of political science books anticipating Trump’s rise.

For instance, the findings of Peter Mair’s “Ruling the Void” show how strong outsiders could escape the control party rankings used to have on their candidates. The book was published in 2013, two years after its author had unexpectedly died of a heart attack. Obviously, Mair didn’t predict the rise of Donald Trump. Nonetheless, his book explains why someone like him, like Jeremy Corbyn, Bernie Sanders, or Marine Le Pen could succeed against the odd.

Once upon a time, political parties created a vital link between the public and political decision making. Now this is no longer true: parties have become glorified spin doctors for state power as their leaders are more interested in their role as part of the government than in representing their voters. Traditional elites have progressively abandoned domestic loyalties, forming a sort of global elite, like the one that assembled in Davos one month ago. Mair suggested that traditional political parties have become glorified spin doctors for state power and he quoted another political scientist, Rudy Andeweg: “the party … becomes the government’s representative in the society rather than the society’s bridgehead in the state.

It is become of this context that at some point voters rebel against the traditional parties and look for outsiders. Like Martin Wolf wrote some time ago, “it is not hard to see why ordinary people … are alienated. They are losers, at least relatively; they do not share equally in the gains. They feel used and abused.” In Italy these people vote for another party, say the Five Star Movement; in the US they vote for outsiders shaking up the traditional party ranks. Elites need to work out intelligent answers to voters’ discomfort. But this is for politicians to find. Good political science, on its part, should remain concerned with asking the right questions.

 

Vengeances

In 1915, on the 700th anniversary of the Magna Charta, The Economist didn’t miss the irony of press censorship imposed by the British government during the first world war.

economist 1915