Lorenzo & his humble friends

The fool doth think he is wise, but the wise man knows himself to be a fool

Tag: trentino

Piergiorgio Cattani

Conosco Piergiorgio dal 2007 e ho già parlato di lui su questo blog. E’ stato mio collega a Questo Trentino; mio direttore a Unimondo; mio amico e fonte di grande stimolo negli anni.

Domenica, alle elezioni provinciali in Trentino, voterò per lui. Conoscendolo di persona ho apprezzato la sua capacità di ascolto, la sua tenacia, la sua ironia, la sua severità, la sua completa mancanza di pigrizia, la sua voglia di mettersi in gioco, la sua coerenza, la sua curiosità. Credo insomma che possa essere un eccellente amministratore per il mio territorio. (Piergiorgio ha scritto diversi libri e qui sotto trovate un teaser video per uno di questi, intitolato Niente sta scritto).

Di Piergiorgio apprezzo anche la lista, Futura, nata in un momento turbolento e rappresentata da Paolo Ghezzi, che mi accolse nel suo ufficio quando ancora adolescente tentavo di decidere a quale facoltà iscrivermi. Futura fa parte della coalizione di centro-sinistra, che come spiega il mio amico Max ha ben governato il Trentino:

In questi 10-15 anni, con grande sorpresa e piacere, ho visto questa terra trasformarsi da una piccola e silenziosa realtà di provincia (come solevano dire i miei compagni universitari “foresti”) a una realtà viva, mitteleuropea, ricca di stimoli, opportunità e benessere. Chi è venuto a studiare da fuori ha poi spesso scelto di rimanere qua a lavorare e vivere. Proprio ieri consideravo come nell’ultimo anno in Trentino abbiamo avuto così tanti stimoli culturali e intellettuali da fare invidia alle grandi metropoli come con il FestivalEconomia, FestivalDelloSport, FilmFestivalMontagna, ReligionToday, DolomitiPride, AdunataAlpini, eventi sportivi di primo piano come la SerieA della TrentinoVolley e dell’AquilaBasket, la Coppa del Mondo di Sci e il GiroD’Italia, gare goliardiche come la StrongManRun, eventi musicali come i Suoni delle Dolomiti che tutti ci invidiano. Viviamo in una realtà dove Università e Ricerca hanno raggiunto livelli di eccellenza, dove anche la Microsoft, multinazionali dell’automobile e dell’industria hanno deciso di venire qua per fare ricerca. Siamo in prima linea nella ProtezioneCivile Nazionale e siamo unanimemente riconosciuti come esempio nella gestione dell’emergenza sismica, siamo esempio di struttura di Vigili del Fuoco e volontariato.
C’è chi potrebbe dirmi: “beh facile avete i soldi, siete una Provincia a statuto speciale!”. A questi rispondo che non bastano i soldi per sapere amministrare (esempi sono il suicidio dell’amministrazione del Milan Calcio dell’ultimo anno o la Regione a statuto speciale Sicilia). In questi ultimi 15-20 anni il Trentino ha saputo programmare, investire (anche durante una crisi economica senza precedenti!) ed oggi il marchio TRENTINO è sinonimo di qualità ed efficienza, non più solo a livello turistico. Io sono ingegnere civile e l’ho visto lavorando ad Amatrice quanto noi siamo riconosciuti al di fuori dei nostri confini: la richiesta delle nostre strutture in legno in tutta Italia ne è chiaro esempio! Ma i benefici sono sotto gli occhi di tutti: siamo la regione con la disoccupazione più bassa d’Italia, e ogni investimento ha portato sempre un ritorno economico (diretto o indiretto con le tasse che sono rimaste sul territorio), basti semplicemente pensare all’ultima adunata Alpini.
Senza dubbio si può ancora migliorare: la gestione dell’ordine e della sicurezza deve senza dubbio essere rivista, ma mi domando: siamo disposti a rinunciare a tutto quanto enunciato solo per correre dietro a quattro sbandati di piazza Dante? Una parte della politica di oggi ci parla solo di immigrazione ma non ha assolutamente altri contenuti programmatici. Ma vorrei che ci rendessimo conto che l’immigrato di oggi non è quello che staziona in piazza dante: il 99% degli immigrati sono i lavoratori dei cantieri, i ricercatori pakistani e indiani di matematica e ingegneria, sono i corrieri che ci portano a casa tutti i giorni i beni acquistati su Amazon, sono i lavoratori nei campi e in tutti quei lavori che gli italiani non vogliono più fare. Certo la situazione di piazza Dante e della Portela è da risolvere con fermezza, ma siamo disposti a rinunciare a tutto il resto?
Non ci si improvvisa amministratori. Il Trentino per ottenere quanto elencato l’ha fatto anche grazie ai contatti e alle reti diplomatiche dei nostri amministratori. Io non voglio essere amministrato da manager senza benefit, che vadano in bicicletta o in autobus per risparmiare ma che poi non sappiano concludere relazioni internazionali.
Voglio amministratori che abbiano tutti i mezzi necessari di rappresentanza, anche se apparentemente onerosi, per poter al meglio intavolare trattative che possano concludere affari e relazioni importanti per la collettività.
Certo si può sempre migliorare. Ma credo che non dobbiamo farci abbagliare da chi fomenta solo odio (e la storia ci ha insegnato come poi è andata a finire) ma non ha altro di cui parlare, o ancora peggio da chi si improvvisa amministratore senza competenze (da ingegnere civile in questi giorni sto facendo ripetuti incubi pensando che il mio massimo referente, il ministro delle infrastrutture Toninelli, colui che sommamente dovrebbe conoscere questo settore, ci parla dell’attuale utilizzo del tunnel del Brennero!!!).
Purtroppo, al contrario del detto “il cliente ha sempre ragione”, la storia insegna che chi viene eletto “non ha sempre ragione”, che gli elettori che vincono “non hanno sempre ragione”. Anche Hitler è stato eletto dal popolo (e non in una nazione sperduta del terzo mondo, ma nel cuore dell’Europa in una delle nazioni più avanzate culturalmente e tecnologicamente dell’epoca!). La storia insegna che prima di tutto le masse seguono cosa si vuol loro mostrare. Cosa in quel momento le spaventa. Purtroppo vedono (e seguono) cosa vogliono vedere, spesso senza fermarsi a riflettere ed osservare razionalmente i fatti.
Buon voto a tutti.

Oltre a Piergiorgio, ci sono tanti altri candidati che conosco personalmente e che mi sentirei di raccomandare a occhi chiusi: Bilad Adem (Futura), Simonetta Bungaro (Futura, che voterò assieme a Piergiorgio), Luca Facchini (Liberi e Uguali, gran bella persona che purtroppo sento pochissimo; già su questo blog), Matteo Facchini (Liberi e Uguali), Ivo Cestari (L’Altro Trentino a Sinistra). Non conosco personalmente ma sento dire un gran bene di Sara Ferrari (Partito Democratico) e Alessio Manica (Partito Democratico).

Post scriptum: A Questo Trentino hanno realizzato un accurato test elettorale, sottoponendo 20 quesiti programmatici prima ai candidati alla presidenza e ai partiti, e poi ai cittadini. Questi possono così graficamente vedere il posizionamento delle loro opinioni rispetto a quelle dei candidati. Invito a fare il test: può essere utile e magari riporterà la discussione sulle cose da fare invece che sugli schieramenti.

Esco a fare due passi

Tra maggio e luglio mi ritrovo incapace di andare in bici. Seduto in sella, la mia mente gira a trottola. Anziché godermi le sensazioni visive, tattili, acustiche e olfattive, come prima mi succedeva, parto per un tour nel mio cervello malato. Immaginate di perdere la passione per quel che più vi piace fare.

Ad agosto, tornato a Trento, recupero la salute e con essa anche la voglia di andare in bici. Contribuiscono anche due libri illustrati comprati da mio padre – ah, l’ispirazione.

Un giorno esco per fare un giro di riscaldamento e mi ritrovo a Vetriolo, al termine di una salita decisamente dura. La discesa nel bosco mi emoziona e allora decido che voglio provare a fare lo Stelvio, aperto solo alle bici il sabato successivo. Si tratta di una delle salite principi del libro più a destra nella foto sopra. Quattro giorni dopo decido di testare la gamba sul passo Manghen, una delle uniche salite del libro semi-nascosto nella foto sopra. Parto alle nove del mattino e alle dieci e mezza arrivo a Torcegno, con quaranta chilometri alle spalle e già molta salita. Lì, paese natale di mia nonna, decido di fermarmi a prendere un caffè e una brioche. Entrato nell’unico bar esistente, i tre anziani avventori mi chiedono dove sto andando e alla mia risposta si mettono a sghignazzare. Zut, e io che pensavo di essere già a buon punto. Al bar non hanno brioche, dunque entro nel supermercato accanto e compro una confezione da nove. Il cassiere mi chiede dove vado e alla mia risposta si mette a ridere. Riparto meditabondo e mi mangio tutte e nove le brioche per farmi forza. La salita non è difficile come le tante risate mi avevano fatto temere; però dal chilometro sedici in poi, con soli tremila metri al passo, la strada inizia a salire vorticosamente. Sento di essere così vicino eppure così lontano. Impiego dieci dolorosi minuti a fare l’ultimo chilometro, una media oraria decisamente al di sotto dei miei standard. In cima trovo una famiglia di ciclo-appassionati provenienti dal Veneto che mi accolgono entusiasti e mi tempestano di domande senza darmi il tempo di rifiatare. Scendo al rifugio e mi concedo un grosso panino e birra. Poco dopo arriva un altro ciclista, Tommaso, con cui decidiamo di proseguire assieme. Pedaliamo veloci fino a Cavalese e da lì via e via per tutta la Val di Cembra. Arrivo a casa con 120 chilometri nelle gambe, sonno e tanto sole.

Già, il sole. Quello che non trovo il sabato successivo sullo Stelvio. Le previsioni meteo indicano tregenda e con il passare dei giorni mi rassegno a cancellare la spedizione. Però poi la sera di venerdì, quando esco a fare un giro, scopro di avere ho tanta voglia di andare in bici a prescindere dal freddo e dalla pioggia. Sveglia alle sette e in macchina fino a Prato dello Stelvio, dove trovo acqua mista a neve e un manipolo di uomini che si imbacucca in una molteplicità di vestiti sintetici. Alla partenza mi accodo a una coppia di locali che parlano in tedesco. Il loro respiro crea delle grosse nuvolette bianche. Al chilometro dieci inizia a piovere forte. Al chilometro quindici nevica. Giunti al rifugio Stelvio, la strada è sbarrata: troppa neve. Mi infilo all’interno, dove ritrovo centinaia di uomini seminudi davanti a termosifoni e stufe a pieno regime. Io mi fermo poco, giusto il tempo di farmi fare una foto e indossare tutti i vestiti rimasti nello zaino. La discesa è indimenticabile, non in un senso positivo del termine. Il gelo è tale che scendo mugugnando dal rifugio alla macchina. Le mie mani bloccate dal freddo non mi permettono di frenare come vorrei. Fortunatamente ci sono diversi punti di rifornimento dove io e gli altri sventurati ci fermiamo per abbracciare i bidoni di tè bollente e cercare di recuperare la mobilità degli arti.

Ho fatto diverse sciocchezze in vita mia, come nuotare nell’Oceano Indiano nottetempo o nel Mare del Nord il primo gennaio; ma non avevo mai avuto così freddo così a lungo prima d’ora.Come avrete capito, comunque, sono molto contento di essermi rimesso a pedalare. La bicicletta è davvero una cosa stupenda ed è un peccato che chi non la usi non possa capire il senso di comunione che si prova quando si è in sella.

 

Che fare?

Una seconda – e ultima – riflessione sulle elezioni in Trentino. Maurizio Teli – che non ho mai conosciuto personalmente anche se ci saremo pur incrociati qualche volta – scrive una lettera aperta alle sinistre trentine intitolata Che fare?. La pubblico; e di seguito aggiungo una mia brevissima riflessione.

Che fare?

Le elezioni provinciali del 27 ottobre 2013 ci restituiscono un risultato impietoso per le sinistre trentine, ovvero la totale assenza dal prossimo Consiglio Provinciale. Il partito più a sinistra presente nelle istituzioni provinciali per il periodo 2013 – 2018 sarà il Partito Democratico, su cui molti e molte che si definirebbero di sinistra hanno remore sia per quanto riguarda le politiche proposte, sia in relazione a processi interni che spingono il partito inesorabilmente verso il centro, se non verso forme di destra mascherata. In sintesi, le sinistre trentine hanno perso su tutta la linea, politica, elettorale e culturale, in un momento in cui il vero vincitore delle elezioni provinciali è il Partito Autonomista Trentino-Tirolese, probabilmente il più lontano dalle sensibilità politiche delle sinistre italiane tra quelli che compongono la coalizione che governerà la Provincia Autonoma per i prossimi cinque anni, il cosiddetto “centro-sinistra autonomista”. Questo in un quadro complessivo segnato dall’altissimo livello di astensione, che addirittura supera il consenso raggiunto dal futuro Presidente della Provincia.

Come si spiega la sconfitta lancinante di tutte le sinistre trentine? E soprattutto, come si spiega in un momento in cui sono state condotte battaglie rilevanti al di fuori delle istituzioni, come quella sull’inceneritore, i referendum sull’acqua o l’iniziativa di legge popolare sull’omofobia, e altre sono in corso, come quella sulla TAV-TAC del Brennero? Come è possibile che la capacità di individuare le arene di conflitto sociale più importanti per il futuro della società contemporanea sia affiancata da un’incapacità manifesta di una proposta elettorale e istituzionale credibile a sinistra? Io credo che il problema stia nelle pratiche politiche, nel riprodursi di schemi novecenteschi di lettura e interpretazione della realtà sociale e dell’agire politico, soprattutto nell’affermazione delle identità ormai istituzionalmente irrilevanti delle diverse sinistre.

Non bastano i movimenti sociali, come ci ha mostrato la protesta anti-Gelmini del 2008-2010: senza interlocutori istituzionali i movimenti devono impegnarsi in sforzi maggiori di quelli già notevoli che compiono quotidianamente. Il caso della Val Susa è un esempio lampante: un fortissimo movimento sociale condannato a vent’anni di lotta, con relativi soprusi, i cui interlocutori istituzionali o sono assenti o sono privi di iniziativa politica nelle assemblee elettive.

Non bastano neppure le iniziative esclusivamente elettorali, non credo serva ricordare il disastro di Rivoluzione Civile o la capacità di tali iniziative di farsi risucchiare in una semplificazione estrema della contemporaneità che si traduce, nella migliore delle ipotesi, in forme di blando riconoscimento di diritti o di un debole orientamento alle tematiche ambientali. Il Partito Democratico, sostenitore della TAV, in dubbio sui matrimoni omosessuali, precarizzatore del mercato del lavoro, è un esempio di come “partiti leggeri” si facciano risucchiare verso il centro, perdendo ogni capacità strategica, indipendentemente dalle qualità delle persone che ne fanno parte.

Che fare, quindi? È tutto perduto per le sinistre, siano esse ecologiste, libertarie, socialiste o comuniste? Io non credo. Credo che ci sia una strada da tentare, subito, imparando proprio da quei movimenti sociali che più hanno contribuito a mantenere viva l’opposizione all’arroganza dei poteri economici, mediatici e politici degli ultimi decenni. Dai movimenti dobbiamo imparare due cose fondamentali: a rileggere la realtà sulla base dei vecchi e nuovi conflitti, sperimentando continuamente nella comunicazione, nell’abitare il conflitto stesso, e nel proporre soluzioni apparentemente visionarie per chi tende verso il centro (destra); a innovare le pratiche politiche, partendo da quella organizzazione moltitudinaria a rete che più ha permesso di intercettare le differenze contemporanee, di ricomporle in forme di ricchezza costruttiva del vivere sociale. A mio parere, ciò che serve è una rete delle sinistre, con un bagno di umiltà da parte di tutti e tutte.

Maurizio Teli

Sono d’accordo con le premesse, non con la conclusione. La sinistra ormai esiste solo su alcune questioni specifiche (No Tav, acqua pubblica, no inceneritore … ) e ed è invece elettoralmente inesistente ed istituzionalmente irrilevante. Perché? Io credo sia venuta a mancare, e non si sia mai riusciti a ricostruire, un’ideologia; che poi è la capacita’ di ricondurre singole questioni in uno schema coerente di pensiero che orienti l’azione di governo. Cosa fare? Maurizio suggerisce di fare rete. Che poi è quello che le sinistre italiane dal 1992 a oggi non sono mai riuscite a fare. Lasciamo stare la penosa esperienza italiana, con centinaia di insignificanti partitini. Pensiamo al caso recente di #qualcosadinuovo in Trentino. Anche i leader di movimenti sociali pur nobili – mi vengono in mente gli ambientalisti che conosco – sono troppo legati alle singole questioni che difendono ed incapaci di allargare i loro sforzi comuni e farli convergere in qualcosa di più ampio – un partito serio, una visione di governo. Dunque? Le sinistre, quelle che intende Maurizio, sono state doppiamente sconfitte dalla storia. Doppiamente, perché avrebbero forse potuto re-inventarsi sfruttando un’organizzazione multitudinaria e sperimentando nella comunicazione, appunto. Ma sono state superate da altri. Lo spazio che avrebbe potuto conquistare è stato occupato dal M5S, che non a caso nacque come movimento sociale ancorato a battaglie tradizionalmente di sinistra. Ne osserviamo i risultati.

Elezioni a Trento

A una settimana esatta dalle elezioni, un commento veloce sul voto in Provincia di Trento. Io ho votato Partito Democratico e ho espresso tre preferenze personali.

Ha vinto Ugo Rossi, il candidato della coalizione di centrosinistra di cui fanno parte il PD, il Partito Autonomista Trentino-Tirolese (PATT), l’Unione per il Trentino (UpT) e diversi altri partiti minori. La vittoria è stata schiacciante, con il 58,18 per cento dei voti. Alle precedenti elezioni, Lorenzo Dellai aveva ottenuto il 56,99 per cento, con il PD intorno al 22 per cento come quest’anno. Diego Mosna, candidato della coalizione di centro-destra sostenuto da Progetto Trentino e altri movimenti locali, si è fermato al 19,20 per cento, seguito da Maurizio Fugatti della Lega Nord al 6,6 per cento. Il Movimento 5 Stelle ha ottenuto solo il 5,72 per cento. Tra gli altri candidati c’è il 4,27 per cento di Giacomo Bezzi di Forza Trentino e l’1,54 per cento di Cristiano de Eccher di Fratelli d’Italia, i due partiti in qualche modo collegati a Silvio Berlusconi e a Forza Italia.

Il risultato elettorale rende, per una volta, discreta giustizia alla realtà dei fatti. La destra di Bezzi e de Eccher meritava di essere polverizzata alla luce dell’inconsistenza dei partiti e dei candidati. Resta comunque un problema la cronica assenza di un’alternativa seria al centro-sinistra, che in Provincia governa egemonicamente da quasi due decenni. Spero che in futuro le cose cambino e nasca una seria opposizione di destra. Peccato per Diego Mosna, che mi pare un ottimo imprenditore e una bella persona sul piano umano. Ha fatto moltissimi errori, candidandosi con liste mediocri e senza un progetto politico sul lungo termine. Credo che ora tornerà a fare altro e mi sembra giusto così.

Mi pare giusto anche il risultato misero del Movimento 5 Stelle, che non ha fatto nulla per meritarsi più di quanto raccoglie, in Provincia come altrove. Osservo  senza sorpresa la debacle della sinistra, che mi pare assolutamente meritata. Peccato invece per i Verdi, che restano fuori dal Consiglio Provinciale. Peccato anche per tante individualità che restano fuori dal Consiglio. Alcuni post che meritano di essere letti sono quelli di Piergiorgio e di Michele Nardelli. Quest’ultimo, come altri, non riesce a rientrare nella gustosa formazione di fantacalcio stilata dal quotidiano l’Adige.

Fantacalcio

Gli undici candidati presidente rappresentavano una squadra di calcio. Oggi i 35 eletti non possono essere schierati contemporaneamente in un campo, però noi ne abbiamo scelti undici, in un gioco tra sport e politica.

Ognuno dei selezionati, per le proprie caratteristiche, deve ricoprire un determinato ruolo. Ecco quindi la squadra del nuovo consiglio. Nessuno si senta offeso se escluso: le scelte del mister non vanno discusse

LA SQUADRA
PORTIERE: Giacomo Bezzi (alla Zoff).

Un posto in campo lo trova sempre, anche cambiando ruolo. La difesa non si fida troppo di lui e tende a spazzare piuttosto che effettuare un retropassaggio, ma lui il suo lo fa sempre, senza fare miracoli ma anche senza fare papere.
STOPPER: Diego Moltrer (alla Pietro Vierchowod).

Stopper granitico vecchia maniera. Rude ma sempre pronto a tendere la mano all’avversario a terra dolorante dopo una sua entrata al limite del rosso. Dalla sua parte non si passa.
LIBERO: Piero De Godenz (alla Samuel).

Predilige i campi innevati, ma è una garanzia anche d’estate. Al primo tentativo è subito titolare, pronto a mettersi a disposizione della squadra.

TERZINO DESTRO: Filippo Degasperi (alla Maicon).

Magari poco incline a rispettare i dettami tattici, ma inesauribile sulla fascia, sempre avanti, mai con il freno a mano tirato. E continuamente intento ad esaltare il pubblico, magari dopo aver conquistato un corner.

TERZINO SINISTRO: Bruno Dorigatti (alla Di Livio).

Testa bassa e sempre avanti, a percorrere chilometri su chilometri. Quel binario di sinistra è suo, qualsiasi avversario gli si ponga davanti.

REGISTA: Ugo Rossi (alla Pirlo).

Ha il compito di dettare i tempi di gioco e risolvere la partita quando ci si trova sotto nel punteggio. Deve gestire i dieci compagni, tutti propensi a fare un po’ quello che vogliono senza seguire gli schemi. Ma circa il 60% del pubblico è dalla sua.

MEDIANO: Tiziano Mellarini (alla Oriali).

Il compito principale è proteggere il regista, che gli ha dato libertà d’azione ma si è assicurato che gli guardasse le spalle. Sempre in campo, in ogni partita, terza stagione consecutiva. La quantità non manca mai.

ALA (sinistra, of course): Alessio Manica (alla Checco Moriero).

Calzettoni abbassati e riccioli al vento, deve dare velocità e fantasia alla manovra, inventando qualche giocata di tanto in tanto. I senatori della squadra lo rimproverano spesso, ma alla fine lo lanciano sempre in profondità.

INTERNO: Lorenzo Baratter (alla Florenzi).

Lui può agire in autonomia, decidere se è meglio difendere o attaccare. Per questo è sempre nel vivo dell’azione, anche se la giocata che predilige è sempre la stessa: una giocata che ha fatto storia.

CENTRAVANTI: Alessandro Olivi (alla Rossi – Pepito).

Oltre 13 mila gol nell’ultima stagione, anche se resta l’ombra di quel rigore sbagliato prima dell’inizio del campionato. Il bomber è di razza e, se accetta di restare negli schemi, può dimostrarlo.

SECONDA PUNTA: Silvano Grisenti (alla Massaro).

Ha ancora benzina per svariare sul fronte dell’attacco. Dato per finito da anni, alla fine i suoi gol li fa sempre. Entra a freddo e segna, un attaccante con i baffi.

http://www.ladige.it, 30 ottobre 2013

Strongmax

Last Sunday Max, Martina, and Fo participated to this absolutely awesome event back in Trentino. I am jealous.

L’autonomia e l’arte del possibile

L’autonomia é davvero un privilegio? O forse che essa incarna un’idea ed una visione politica?

In uno studio tecnico di grande chiarezza, Marco Cammelli suggerisce che l’autonomia é, o potrebbe essere, un efficace modello di governo se si riconoscesse l’esistenza delle regioni – di tutte le regioni in Italia – come organi istituzionali e non solo amministrativi. Per farlo, é necessario chiarire il ruolo, le funzioni e la natura delle regioni a statuto speciale, a partire da una comprensione “della piena autonomia regionale e locale … non come premessa obbligata o un esito necessario … ma come eventuale punto di arrivo di un processo di maturazione e consolidamento di classi dirigenti locali e di raggiungimento di requisiti e standard”. Questa visione dell’autonomia come espressione dell’arte del possibile ritorna nel recente articolo di Andrea Ciambra pubblicato su Politica Responsabile alla vigilia dell’incontro dal titolo “L’autonomia come risorsa di (multi)sistema: Trentino e Catalogna a confronto”, che si é tenuta sabato 1 giugno nel contesto del Festival dell’Economia. Andrea, che io ricordo frequentare alcuni corsi con me ai tempi in cui era un dottorando della Scuola di Studi Internazionali, scrive che in Italia manca una “concezione dell’autonomia come riconoscimento di un’identità stabile, di una maturazione politica e amministrativa per molti aspetti slegata dal governo centrale e caratterizzata piuttosto dalla presenza di un’agenda politica chiara e delle risorse (anche umane e sociali) sufficienti per realizzarla”. E ancora (mi scuserà Andrea se lo cito a spezzoni): “quel che dimostra il caso trentino è che l’autonomia può essere un premio, può essere uno stimolo, può essere uno standard elevato da mantenere con la creazione di una forte tradizione amministrativa e una cultura politica univoca basata sulla specialità e l’eccezionalità”.

E’ essenziale che l’autonomia sia intesa come riconoscimento di una capacità istituzionale e non più, come invece veniva fatto in passato, come strumento di difesa identitaria e culturale. Il buon governo, tuttavia, rischia di rimanere uno slogan fine a se stesso se non lo si traduce in un’agenda politica basata su alcune scelte precise. Questa può forse essere la lezione che giunge da altre autonomie europee: il governo della Catalogna – ma anche quelli di Scozia e Paesi Baschi, ad esempio – hanno scelto di investire nella ricerca universitaria attraendo studenti stranieri, hanno fatto investimenti importanti in ambito culturale, sportivo ed europeo, rafforzando il ruolo e le funzioni delle rispettive regioni nell’Unione europea e hanno scelto di incoraggiare l’immigrazione attraverso politiche inclusive, valorizzando alcuni elementi distintivi del territorio. Ovviamente, come dice Andrea, questi modelli sono difficilmente esportabili per via di diverse condizioni storiche, prima ancora che geografiche o demografiche; e tuttavia la comparazione serve a comprendere che il rafforzamento delle autonomie speciali deve necessariamente accompagnarsi a una fase di definizione di alcune, poche, chiare priorità strategiche. Questo é un passaggio essenziale in un periodo di aggiustamenti fiscali e tagli ai fondi pubblici, nel quale tutti i governi sono chiamati a non disperdere le risorse. Scegliere alcune priorità e rinunciare ad altre rappresenta il compito più difficile e al contempo più interessante del futuro che aspetta le autonomie speciali.

Autonomie speciali

Quello che penso sulle autonomie speciali sta racchiuso in una citazione dal libro di Walter Micheli.

Le autonomie speciali delle regioni di confine devono essere elementi di forza per la riforma federale dello Stato italiano. … Una politica di buone sperimentazioni locali aiuterebbe a rendere più evidente la storia e le ragioni della nostra specialità, come già lo fu in un passato non remoto sui temi sociali, dell’ambiente, della cultura … Abbiamo la possibilita d’essere trentini, friulani, aostani e triestini senza cessare d’essere italiani ed europei. E’ una prospettiva possibile solo con l’orgoglio e l’ambizione dei grandi progetti per la riforma delle istituzioni, dei partiti e dei programmi. Di questo ha bisogno una forza riformista che voglia essere protagonista non banale della nostra storia, perché banale non é mai la storia di una regione di frontiera.

Tra passato e futuro

Il mio ultimo articolo per Unimondo sul ruolo e la ristrutturazione dei rifugio alpini: un tema caldo,  che riflette convinzioni legate a temi di principio, quali il progresso e l’approccio alla montagna.

C’erano uno volta i rifugi alpini, riparo spartano eppur salvifico per gli alpinisti di tante generazioni, simbolo di un turismo dei tempi passati e manifestazione tangibile di accoglienza. I rifugi di una terra di montagna come il Trentino furono costruiti attorno alla fine dell’Ottocento: erano semplici, anche perché c’era un limite al carico che i muli potevano portare in quota e in fondo, per le condizioni del tempo e del luogo bastavano legno e pietra per costruire un riparo accogliente. Oggi, tuttavia, i rifugi alpini hanno bisogno di una spolverata. Leggi tutto l’articolo su Unimondo.

Devi aspettare e capirai che la coerenza e la sincertà pagano tanto

Ho finito di leggere il libro del mio amico Piergiorgio. Si intitola Solo al comando. Dellai, i gregari, il trentino. E’ un libro di un orizzonte incredibilmente ampio: pur ruotando attorno a una sola persona, Piergiorgio riesce a fare filosofia, a trasmettere passione ed entusiasmo. Si tratta di una testimonianza di impegno civile perché, come dice Piergiorgio, anche scrivere sui giornali o scrivere un libro vuol dire far politica. Le sue riflessioni, come quelle che leggevo in Walter Micheli, trasmettono una dimensione della politica onesta, fatta di valori, sincerità, ricerca della comunità, dell’alterita, del rapporto, dei piccoli ideali quotidiani contrapposti alle grandi ideologie massimaliste. Piergiorgio mi ha trasmesso questi valori; o per lo meno ci sta provando attraverso la sua enorme saggezza.

Nell’introduzione del libro, Alberto Faustini dice questa cosa molto intelligente: “Le parole scritte sui giornali sono assai diverse da tante parole pronunciate dai politici. Le prime restano, prendono persino vigore con gli anni, e permettono – anche a distanza di tempo – un’analisi che storicizza il presente; le seconde cambiano di giorno in giorno, quasi approfittando del fatto che non esista più, in molti cittadini, quella cosa preziosa che si chiama memoria, quella cosa di cui Piergiorgio é un servo fedele e intelligente” .

Il mio libro ora é tutto un guazzabuglio di note e sottolineature. Mi limito a trascrivere solo quelle tratte dalle prime venti pagine, che rendono il senso e la passione dell’impegno civile che Piergiorgio ha saputo trasmettere anche a me. Lui mi perdonerà se faccio questo frettoloso collage. Le altre citazioni le potete trovare da soli: il libro é edito da Curcu&Genovese e si trova in tutte le librerie di Trento.

“Pensatori come Mounier, Maritain, Ricoeur e molti altri ci hanno lasciato una precisa visione della maniera in cui l’individuo può diventare pienamente persona: tendere a una vita buona, con e per gli altri, all’interno di istituzioni giuste. […] Il principio di responsabilità: ecco da dove partire. Dall’imperativo categorico di Kant, da cui scaturisce l’idea di dover agire in una certa circostanza come se, in quel momento, tutti gli uomini agissero come tu stesse stai per fare. […] Anche scrivere sui giornali vuol dire far politica. […] La critica e’ essenziale per la vita e per la democrazia. Non e’ una colpa, ma e’ un pungolo per il rinnovamento. Guai a una società dove tutti sono d’accordo, dove il fuoco della polemica e’ soffocato dalla cenere dell’omertà. […] Parte della società può essere attratta dal mito dell’efficienza incurante delle regole, e non disdegnare un sistema in cui, se sai essere amico delle persone giuste, sei a posto. Noi confidiamo che sia una minoranza: in nome della dignità e del futuro”.