Lorenzo & his humble friends

The fool doth think he is wise, but the wise man knows himself to be a fool

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I vinti

In vista del primo turno delle elezioni francesi avevo pubblicato un articolo per Unimondo. Chi di voi si diverte a leggere gli articoli ex post per giudicare l’accuratezza dell’analisi di chi scrive può trovarlo qui.

Perdere il voto

Al centro di ricerca con cui collaboro da qualche anno ci occupiamo di studiare, tra altre cose, come cambia l’estensione del suffragio elettorale tra paesi e sistemi politici diversi. In pratica, confrontiamo centinaia di elezioni in tutto il mondo per capire chi ha diritto a votare e chi no. È un tema importante, perché a seconda di dove viene tracciata la linea tra questi due gruppi si favorisce un candidato anziché un altro. L’ultimo caso in cui le decisioni relative al suffragio potrebbero aver avuto un esito determinante su una competizione elettorale è quello delle presidenziali americane del 2016. Leggete il resto del mio articolo su Unimondo.

Articoli del 2016

Ho chiesto a Piergiorgio quali sono stati gli articoli più letti su Unimondo negli ultimi 24 mesi. I vincitori: un approfondimento sull’aumento rapidissimo delle domande d’asilo di cittadini del Gambia in Italia (anche se la quasi totalità dei gambiani non ottiene lo status di rifugiato); un pezzo  quello sull’aumento dell’esportazione di armi dal nostro Paese (tra cui 5.000 bombe partite dalla Sardegna inviate in Arabia Saudita e utilizzate dalla Royal Saudi Air Force per bombardare lo Yemen e oltre 3.600 fucili della Benelli inviati alle forze di sicurezza del regime di Al Sisi) e un tributo alla donna che nel Rajasthan indiano ferma i matrimoni tra le spose bambine (proibiti in molti ma non tutti gli stati del Paese).

 

Un dilemma democratico

L’ultimo articolo che ho scritto per Unimondo parla di come comportarsi con Donald Trump: collaborare o resistere? Lo potete leggere qui.

Divided States of America

Ieri Unimondo ha pubblicato un mio articolo in cui parlo della squadra di governo selezionata da Donald Trump. Le scelte del presidente-eletto rappresentano una prima indicazione delle politiche che seguirà una volta insediatosi alla Casa Bianca. L’amministrazione voluta da Trump ha un profilo piuttosto omogeneo, essendo composta quasi esclusivamente da uomini anziani, bianchi, ricchi, filo-russi, molto di destra e convinti che il riscaldamento globale non esista. Buona fortuna.

Le elezioni francesi nel mondo della paura

Ieri Unimondo ha pubblicato un mio articolo in cui parlo delle elezioni presidenziali francesi del prossimo anno. Nell’articolo spiego, a chi già non lo sapesse, che ci sono buone ragioni per pensare che Marine Le Pen sia una contendente seria alla presidenza e che una sua vittoria porrebbe una pietra miliare nella costruzione di un nuovo ordine globale.

Facts, facts, facts

In the late summer several newspapers started writing about the widespread diffusion of post-truth politics. I digged into it and began working on an article for Unimondo myself. After a couple of weeks, however, I realised the article was coming out too long, too broad, too prescriptive. I had two ways out: cut, simplify, submit; or extend, develop, and publish the result on my blog instead. I opted for the latter. Here is the essay.

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Quello della menzogna in politica è un tema vecchio quanto la politica stessa. Già per i filosofi dell’antica Grecia la scelta di parlare in maniera chiara e franca, detta parresia, costituiva uno dei tre fondamentali atteggiamenti etici del buon cittadino. Alcuni secoli più tardi, in uno dei più longevi prodotti letterari dell’Italia rinascimentale, Niccolò Machiavelli spiegava che ‘quelli Principi aver fatto gran cose, che della fede hanno tenuto poco conto, e che hanno saputo con astuzia aggirare i cervelli degli uomini, ed alla fine hanno superato quelli che si sono fondati in su la lealtà’. In età contemporanea ‘Verità e Menzogna’ diventa il titolo di un’opera in cui Hanna Arendt spiega che una delle caratteristiche essenziali del totalitarismo è proprio l’inclinazione a trascurare il dato di fatto e a fabbricare la verità sostituendo, attraverso la menzogna sistematica, un mondo fittizio a quello reale.

Nel mondo dove sono cresciuti i miei genitori il tema della menzogna in politica era ancora molto importante. Farò alcuni esempi. Nel 1971 il New York Times pubblicò alcuni stralci dei documenti segreti del Dipartimento della difesa, i Pentagon Papers, che riconoscevano l’assoluta inutilità strategica dell’impegno americano in Vietnam. Che questa ammissione fosse stata conosciuta e tenuta segreta dai governanti statunitensi fu motivo di profonda indignazione nell’opinione pubblica. Ci fu poi il Watergate, durante il quale Richard Nixon dichiarò ripetutamente di non essere coinvolto: quando fu poi smentito dai fatti dovette pronunciare la famosa frase “Non sono un imbroglione” (I’m not a crook). Un altro presidente degli Stati Uniti, Ronald Reagan, passò buona parte del 1986 insistendo che la sua amministrazione non aveva scambiato armi per gli ostaggi in Iran. Quando fu smentito nei fatti ammise: “il mio cuore e le mie migliori intenzioni mi dicono che è vero, ma i fatti e l’evidenza mi dicono che non lo è. Più recentemente, Tony Blair ha dovuto scusarsi in seguito al rapporto della commissione indipendente che accusa il suo governo di aver usato informazioni false sul possesso di armi chimiche o biologiche  nelle mani di Saddam Hussein per convincere il parlamento britannico e l’opinione pubblica del proprio paese ad approvare la guerra in Iraq. Sono solo alcuni episodi; avrei potuto sceglierne altri. Il punto è che siamo cresciuti in un mondo politico in cui generalmente, dopo un lungo –talvolta lunghissimo–  dibattito sui fatti, emergeva una verità.

Nelle ultime campagne elettorali, invece, stiamo assistendo sempre più spesso a un fenomeno definito dall’Economist ‘post-truth politics’ (la politica post-verità): i fatti non sono contestati, semplicemente non contano più nulla. E la verità si sdoppia, si moltiplica addirittura. Gli esempi più clamorosi sono quelli relative alla campagna elettorale del candidato repubblicano alla Presidenza degli Stati Uniti, Donald J. Trump, che nell’ordine ha: sostenuto la tesi secondo cui Barack Obama non è nato negli Stati Uniti bensì in Kenya; raccontato di aver visto migliaia di arabi esultare nel New Jersey al racconto delle Torri Gemelle in fiamme l’11 settembre 2011; suggerito che il padre del suo sfidante alla nomination repubblicana, Ted Cruz, fosse coinvolto nell’assassinio di John F. Kennedy; e che Obama fosse il fondatore dell’ISIS e Hillary Clinton la co-fondatrice. La sfacciata disonestà di Trump è senza precedenti: le sue bugie sono talmente numerose che è impossibile tenere il conto. Mentre i giornalisti di The Dailywire ne hanno messe assieme 101, il sito di verifica dei fatti Politifact ha rilevato che il 15 per cento delle affermazioni di Trump è per lo più falso, il 36 per cento falso e il 19 per cento rientra nella categoria “panzane clamorose”. C’è una grossa differenza tra queste bugie e quelle di Nixon, Reagan, Blair. Trump, in effetti, non contesta i fatti: li ignora, li inventa, li costruisce.

Mentre l’attuale candidato repubblicano rappresenta forse il caso più estremo di post-truth politics, vale la pena ricordare che si tratta di un fenomeno globale. Nel Regno Unito, la campagna per la Brexit è stata costellata da informazioni completamente false. il sito infacts.org ha raccolto cinque colossali deformazioni dei fatti che sono state diffuse per convincere il popolo britannico a votare per il Leave: “La Turchia diventerà membro dell’Ue nel 2020”; “Siamo sempre messi in minoranza da Bruxelles”; “La UE ha bisogno di noi più di quanto noi abbiamo bisogno di loro”; “Ogni settimana la Gran Bretagna invia a Bruxelles ben 350 milioni di sterline”; e “Lasciare la Ue per salvare il Sistema Sanitario”. Aaron Banks, che è il fondatore della campagna Leave , ha spiegato il segreto del successo in questi termini: “La campagna Remain si è basata sull’idea fatti, fatti, fatti. Semplicemente non funziona. Devi connettere con la gente emozionalmente”.

Come è possibile? In altre parole, quali sono le ragioni per cui in politica è possibile ignorare i fatti? E perché un tempo non troppo lontano non era così facile stravolgere la realtà? Una spiegazione ha a che vedere con la diffusione di internet e, in particolare, dei social network. Questi spazi di comunicazione contribuiscono in maniera fondamentale alla scomparsa dei fatti dal dibattito pubblico – almeno in tre modi diversi. In primo luogo, gli algoritmi di facebook e twitter creano degli ecosistemi di informazione. E’ quello che gli esperti chiamano homophilous sorting: invece di presentare agli utenti visioni differenti, la selezione dei link contribuisce a rafforzare le opinioni preesistenti. In secondo luogo, molti degli articoli sono scritti da persone che non hanno alcuna preparazione: è una delle conseguenze della democratizzazione di internet, che fornisce a tutti un amplificatore per farsi sentire, senza aver bisogno di passare esami e di ricevere qualifiche e certificazioni. In terzo luogo, su internet – e sui social network in particolare – le menzogne, gli articoli faziosi non sono necessariamente sottoposti a rettifica. Restano invece nell’etere, a consumo degli utenti. Tanto che ormai governi come quello cinese o russo non si preoccupano di rimuovere articoli critici nei loro confronti. Un recente articolo pubblicato su Wired ha spiegato che il regime della Repubblica Popolare, fra le tante strategie per tenere al guinzaglio la pubblica opinione, avrebbe anche a disposizione un esercito di due milioni di persone quotidianamente operative sui social network drogando i dibattiti digitali dei cittadini con una montagna di commenti e opinioni che conducano quelle discussioni verso fronti più graditi al governo di Pechino. A chi chiede ai gestori di Facebook e degli altri social network di fornire un servizio migliore agli utenti, i gestori rispondono che non si tratta di siti d’informazione e come tali non sono regolamentati secondo le stesse norme che disciplinano i giornali tradizionali.

C’è una seconda spiegazione per cui, in un modo più avanzato tecnologicamente, i fatti contano sempre meno. Viviamo in una realtà frammentata in cui esistono moltissime fonti di informazione e in questo calderone è facile perdere la bussola. L’incertezza suscita volontà di rivalsa e provoca in molti individui l’esigenza di risposte semplici e immediate; anche perché c’è chi alimenta deliberatamente questa confusione. In un memo del 2003 Frank Luntz, un sondaggista per il Partito Repubblicano, scriveva così: “Se il pubblico credesse che le questioni scientifiche sono risolte, le loro visioni sul riscaldamento globale cambieranno di pari passo. Perciò bisogna continuare a fare della mancanza di certezza scientifica una questione primaria nel dibattito”.  Non c’è dunque da stupirsi se viviamo in una realtà in cui sempre più persone dubitano dei media e delle istituzioni pubbliche.

In questo contesto, chi sfida il sistema non è punito, ma preso come esempio di come bisogna rispondere alle élite al potere. C’è, ovviamente, qualcosa di positivo in un atteggiamento di dubbio della verità, dal momento che lo scetticismo verso le istituzioni aiuta a sviluppare senso critico. E tuttavia c’è una grossa differenza tra mettere in dubbio la verità ed ignorare deliberatamente i fatti. Quando Michael Gove, ministro della giustizia del governo Cameron nel Regno Unito, diceva che “la gente in questo Paese ne ha avuto abbastanza di esperti”, stava dando voce a un sentimento di diffusa, ripetitiva pulsione a cercare cospirazioni, un fenomeno molto radicato anche in alcune formazioni politiche italiane.

Il mio professore di Politica Comparata ci raccontava che quando lui era studente presso Karl Popper, la prima cosa che l’anziano docente scriveva sulla lavagna all’inizio di ogni lezione era ‘Facts, facts, facts’. Senza i fatti, in una realtà completamente malleabile, prevale la massima di Nietzche secondo la quale esistono solo interpretazioni. Un altro filosofo, Norberto Bobbio, diceva che chi non crede nella verità sarà sempre tentato, soprattutto in politica, di “rimettere ogni decisione alla forza”. Prima di lui, fu l’illuminismo a portare l’analisi razionale nel mondo, strappando il diritto di distinguere la realtà al divino e portandolo all’umano – in particolare alla ragione umana. Cartesio, e il suo “penso, dunque sono”, rappresentava il massimo di questa filosofia, che oggi è sfidata, nei fatti, da candidati repubblicani, movimenti politici populisti, giornalisti in mala fede, e commenti pressapochisti postati sui social network da persone magari benintenzionate ma evidentemente poco avvezzi all’arte della parresia.

Città vetrina

Per decenni il turismo di massa è stato considerato una risorsa fondamentale per lo sviluppo economico e sociale. Oggi in molti luoghi è evidente il contrario. Ho scritto un articolo sul tema per Unimondo che poi, in un certo senso, è la continuazione ideale di quello che ho rilanciato qualche giorno fa. Qui però parlo di turismo in generale e di come abbia trasformato Las Palmas, come altri luoghi, in un concentrato di hotel, ristoranti all’ultima moda, bar con le insegne al neon. Lungo Las Canteras, una delle più grandi spiagge urbane d’Europa, i grandi marchi delle multinazionali hanno rimpiazzato i fruttivendoli, i negozi di barbiere, i mercati, i fornai. E’ un esempio di gentrificazione, un termine inventato nel 1964 dalla sociologa Ruth Glass per descrivere quello che stava succedendo a Londra in quartieri operai come Islington, dove a partire dagli anni Sessanta si trasferirono molte persone delle classi più agiate costringendo i precedenti residenti ad andarsene per via dell’aumento del costo dell’affitto. Anche a Firenze, la città che mi ha adottato da qualche anno, lo spostamento in periferia di varie facoltà e centri culturali ha ridotto gli affitti regolari nel centro storico in favore delle rendite rese possibili da Airbnb, aprendo così le porte all’idea di ‘città vetrina’. Se volete leggere tutto l’articolo, potete farlo su Unimondo.

Nomadi digitali

Internet ha avuto un impatto enorme sulla vita professionale di coloro che un tempo venivano chiamati ‘colletti bianchi’ o lavoratori da scrivania: ormai la maggior parte delle comunicazioni avvengono via mail, le riunioni si svolgono su skype e i documenti si condividono su dropbox. La diffusione di questi strumenti ha facilitato il lavoro di molti; e in alcune situazioni lo ha completamente stravolto. E’ il caso dei tanti miei coetanei che ho conosciuto l’ultimo mese, vivendo a Las Palmas di Gran Canaria: sono giovani che hanno deciso di sfruttare appieno le nuove tecnologie digitali e la diffusione dei voli a basso costo per svolgere il loro lavoro da bar, caffetterie e biblioteche pubbliche di paesi esotici. Conducono il loro stile di vita in modo nomade e per questo sono chiamati ‘digital nomads’, nomadi digitali. Ne ho scritto un articolo per Unimondo, che potete leggere cliccando sul link.

Democrazia diretta

Lasciando da parte Svizzera e Lichtenstein, i due Paesi dove se ne fa da sempre ampio uso, nei Paesi dell’Europa Occidentale si sono tenuti piu’ referendum negli ultimi venti anni che in tutto il periodo dal 1950 al 1995. Anche in Italia questo strumento è sempre più utilizzato: solo quattordici i referendum fino al 1990, ben 80 quelli che si sono tenuti da allora fino ad oggi. L’Economist ha chiamato questo fenomeno “referendumania” e ha provato a spiegarne le ragioni, legate principalmente alla crisi dei partiti tradizionali e al tentativo di far sentire i cittadini maggiormente coinvolti nell’esercizio della cosa pubblica. La democrazia diretta, in effetti, stimola il dibattito. Ma che tipo di dibattito, esattamente?

Ho scritto un articolo su questo tema per Unimondo: lo trovate qui.