Lorenzo & his humble friends

The fool doth think he is wise, but the wise man knows himself to be a fool

Tag: unimondo

Europei e geopolitica

Nel caso vi interessasse ho scritto un breve articolo sugli Europei di calcio come una fucina di vicende dal risvolto geopolitico. L’articolo, pubblicato originariamente su Unimondo, è stato ripreso dall’Ultimoeuropeo.

Out ‘n Proud?

Ho scritto un articolo piuttosto didascalico sul referendum per la permanenza nell’Unione Europea previsto nel Regno Unito per il 23 giugno. Se avete voglia di leggerlo potreste scoprire una o due cose divertenti e poco conosciute. Il link all’articolo è questo.

Voto di protesta?

Ho scritto un articolo per Unimondo sui risultati ottenuti nei sondaggi degli ultimi mesi da Alternative fuer Deutschland (AfD), la cui leader Frauke Petry ha il volto sorridente della rinata estrema destra tedesca. Nelle ultime settimane la visibilità di Petry è stata catalizzata dalle sue dichiarazioni: “Bisognerebbe fermare i migranti dall’attraversare illegalmente il confine con l’Austria” ha spiegato a un giornale “Se necessario, bisognerebbe usare le armi”. Sono parole che hanno un significato particolare in un Paese dove Walter Ulbricht ordinava ai Vopos della DDR di utilizzare la violenza contro i cittadini tedesco-orientali che volevano oltrepassare il Muro. Con tre elezioni dei Lander alle porte – a marzo si vota in Baden-Württemberg, Sassonia Anhalt e Rhineland-Palatinato – è ormai impossibile ignorare la forza di questa formazione politica.

Post scriptum, 11/03/2016, or a note from Johannes: The only thing that came to my mind reading it is that to prevent misunderstandings you should make clear in the beginning that right-wing parties never played a role in federal elections in Germany, but occasionally got voted in the Länder parliaments. With the AFD it seems at the moment as if it is becoming both a permanent force for federal elections and for the Länder – this point is well-spelled out in your article. If you write about this topic again – you could also include a reference to the analogous development of the German Social Democrats shifting to the middle under Schröder provoking the establishment of the LINKE, more or less the same seems to happen with the modernized CDU under Merkel and the AFD. Then you could conclude in an Italian way that with the further differentiation of the party spectrum in Germany also the forming governments could become more difficult ;).

Dilemmi italiani in terra di Spagna

E’ passato un mese dalle elezioni politiche e la Spagna è ancora senza un governo. Ci ho scritto sopra un articolo per Unimondo, pubblicato oggi.

Un anno elettorale

Quest’anno più di altri i miei articoli per Unimondo sono stati scritti a commento di elezioni: Israele, Regno Unito e Stati Uniti, ad esempio, sullo sfondo di commenti su leggi di cittadinanza e populismo. Il trend si è rinvigorito nelle ultime settimane quando ho provato a descrivere la campagna elettorale che ha portato al successo di Justin Trudeau in Canada, prima, e ho giocato ad anticipare lo scenario delle elezioni che si sono tenute in Spagna poi. Le elezioni si sono tenute oggi e domani controllerò se ho preso una cantonata – non sarebbe certo la prima volta.

The wind is a gentle breeze

A landmark election takes place in Catalonia today. I have written an article on the topic for Unimondo a few days ago. But there is something else you might want to read. Guillem, who is also a Ph.D. researcher at the European University Institute, has recently shared some thoughts on the matter. I asked him if I could publish this on my blog and, well, here you go.

Over the past weeks a few curious people have asked me about the situation in Catalonia in view of tomorrow’s elections. For as long as my rational side has been in control, I have tried to give a balanced opinion on the matter, often playing the devil’s advocate when the argument required so. Allow me to share my thoughts before the big day tomorrow.

Ok. Forget about arguments concerning the costs, advantages or even legitimacy of independence. Surely that can be a fascinating debate that touches upon the pillars of democracy and modern nations-states, if discussed coherently. The consuming frustration over the situation that I’d like to discuss here —and that I share with at least a handful of people— comes from elsewhere.

For the past few years we have seen an economic, social and political quake that has exposed the unsustainable model that Spain —amongst many other countries— was pursuing. I am not exaggerating when I say that 16-year old construction workers earned double than secondary high school teachers back in 2005. The causes for the end of this delusionary model were many and overlapped: problems with institutional design of the EU, the role of domestic elites, the lack of financial regulation, the contagion effect from the financial crash in the U.S., and so on. The consequences are painfully well-known: massive unemployment, increased poverty, growing inequality, etc.

What most strikes me is that despite such an exceptional situation the political debate in Catalonia, especially during the campaign, has been almost exclusively (if not entirely) centered around identity issues on an emotional level. The recurrent analogy has been that of a love affair with difficulties: “We don’t love you anymore”. “It’s not you, its me.” “Oh, baby, let me go my way”. The imaginary of national identity has nullified any relevant policy debate.

Let me give you a delirious example. Only yesterday, during the annual festival of Barcelona (La Mercè), pro and anti independence parties staged an embarrassing spectacle in which there was literally a “flag war” from the balcony of the town hall. Some were hanging the Spanish flag. Others were hanging the Catalan independence flag. People screamed and cheered. I cannot think of a better way to describe what is happening. No discussion on welfare. No discussion on health care. No discussion on redistribution. No discussion on public transport. No discussion on environment. No discussion. Populism.

I wonder, how banal can politics be?

Addendum #1: the title of this post comes from here.
Addendum #2: an excellent overview on today’s elections has been provided by my Scottish-based friend Dani on the LSE blog. There is one particularly important excerpt: What is significantly different from the Scottish referendum debate is the extent to which the implications of independence are being discussed. There is a complete lack of any informed debate about the issue, and the campaign is more focused on mobilising the voters from each respective side than on contrasting views about the benefits and costs of independence. Read the rest of his article here.

Cittadinanza in vendita

Premessa: ho scritto un articolo sulla vendita della cittadinanza per Unimondo. Per un errore mio, la versione finita online non è quella che avevo pensato inizialmente. L’articolo corretto dovrebbe fare così:

Nascere con un passaporto italiano porta a vedere il mondo intero come un luogo alla portata di mano: certo, ci sono restrizioni economiche e ci sono altri posti dove in pochi oserebbero andare per paura di conflitti militari o condizioni climatiche estreme. Ma, a parte questo, nessun cittadino italiano ha mai dubitato del proprio passaporto: siamo fin troppo abituati a darlo per scontato.

In effetti, il passaporto italiano garantisce accesso a quasi tutti i Paesi del mondo. Ma il passaporto è un bene particolare, il cui prestigio cambia a seconda del Paese da cui veniamo. Un recente studio di Henley & Partners, potente studio legale internazionale specializzato in questioni di cittadinanza, ha analizzato circa 199 passaporti confrontando parametri legati alle regolamentazioni sui visti e ricavando così il numero di frontiere attraversabili presentando il prezioso documento. Lo studio dimostra che quello italiano è un passaporto molto prestigioso, visto che garantisce accesso a 172 su 199 Paesi scrutinati, più o meno lo stesso numero garantito da un passaporto statunitense, svedese, o canadese. Per altri passaporti, invece, il numero è molto meno clemente. Per alcuni Paesi il passaporto vale magari solo 35 Paesi (passaporto verde rilasciato dall’Anp ai palestinesi di Gaza e Cisgiordania) o 28 (passaporto rilasciato dalle autorità afghane). Insomma: un passaporto non vale l’altro.

E nel mondo globalizzato di oggi il passaporto è un bene davvero particolare che in alcuni casi si può comprare sul mercato. “E’ una questione di mobilità e anche di sicurezza” spiega uno dei fondatori di Henley intervistato dalla BBC “se provenite da un paese politicamente instabile, in cui non siete sicuri di cosa riserva il futuro, probabilmente desiderate un’alternativa … Proprio come si diversifica un portafoglio di investimento, si può voler diversificare il portafoglio del passaporto”. Oggi, ad esempio, c’è una correlazione diretta tra la crisi in Medio Oriente e le richieste per un passaporto in vendita. Negli ultimi cinque anni sono stati moltissimi i cittadini siriani, giordani ed egiziani che hanno fatto domanda per uno dei tanti passaporti in vendita. Ovviamente, si tratta rigorosamente di cittadini abbienti e provenienti dal ceto alto: il costo di un passaporto in vendita difficilmente scende sotto i 100.000 dollari.

E non sono solo cittadini provenienti da Paesi instabili ad approfittare di questi schemi d’acquisto. Ci sono anche altre ragioni oltre alla sicurezza personale che possono spingere verso il programma di passaporti in vendita. Un esempio illustrativo della diversificazione dei passaporti è la storia di Luke, un ricco cittadino americano che nel 2008 si trasferì a St. Kitts and Nevis e comprò il passaporto locale rinunciando a quello americano allo scopo di non pagare le tasse nel Paese dove era nato. Dopo aver avuto figli, Luke decise di trasferirsi in Svizzera per garantire alla prole un’istruzione europea. Vivere in Svizzera senza cittadinanza, tuttavia, è piuttosto scomodo: bisogna continuamente fare domanda per rinnovare il visto e passare attraverso lunghi processi burocratici. Dal 2014, tuttavia, anche Malta ha avviato un programma per cui ricchi investitori possono comprare la cittadinanza in cambio di un investimento di circa un milione di euro. Il programma è stato fortemente criticato dalle opposizioni, che lo hanno chiamato “prostituzione della nostra cittadinanza”. Ma è stato infine approvato e ora Luke ha deciso di fare domanda. Una volta ottenuta la cittadinanza maltese, Luke si trasferirà a Londra con la famiglia: “I miei figli avranno la possibilità di vivere e lavorare ovunque nell’Unione Europea. Quello maltese è un passaporto incredibilmente potente. Ma noi a Malta non ci andremo quasi mai: forse ogni tanto, per vacanza”.

Malta è solo uno dei Paesi che dispongono di un programma per vendere la propria cittadinanza. Il primo in ordine cronologico è stato proprio St. Kitts and Nevis nel 1983, poi ci sono stati Antigua e Barbuda, Comoros, Dominica, Grenada, e ora programmi analoghi esistono anche in Bulgaria e a Cipro. Il ministro al commercio di quest’ultimo Paese spiega che il processo è molto semplice: chi vuole ottenere la cittadinanza cipriota deve riempire un modulo di tre pagine, consegnare un documento che dimostra lo status di incensurato, investire circa €2.5 milioni in una villa e pagare €7,000 in tasse. A quel punto i candidati dovrebbero essere in grado di ricevere la cittadinanza cipriota, e quindi quella dell’Unione Europea, nel giro di novanta giorni. E questa caratteristica ha portato i programmi di cittadinanza in vendita al centro del dibattito europeo. Acquisire la cittadinanza di uno Stato Membro dell’Unione garantisce automaticamente accesso a tutti i diritti della cittadinanza europea: mobilità e lavoro, voto e candidatura per il Parlamento europeo e le elezioni locali, assistenza sociale in tutti i Paesi Membri. E per questo il caso maltese è finito davanti al Parlamento Europeo, che l’anno scorso ha duramente criticato il programma, ma ha potuto fare poco per vietarlo. Allo stesso modo, nel suo discorso in merito alla controversa questione, l’allora vice-presidente della Commissione Europea Viviane Reading non ha usato giri di parole: “La cittadinanza non deve essere in vendita”.

Ma perché la cittadinanza non dovrebbe essere in vendita? Esperti accademici spiegano che non si tratta di un bene come gli altri: la cittadinanza ha un valore simbolico e dovrebbe essere conferita a chi ha dei legami genuini con il Paese in questione. Venderla, commercializzarla, trasforma il suo stesso significato. E’ anche la ragione per cui le persone che lavorano in questo settore preferiscono usare il termine cittadinanza tramite investimento piuttosto che passaporto in vendita. Ma oltre a questo, esiste anche un problema di sicurezza: sono tanti i criminali e terroristi interessati a un secondo passaporto. Nel 2014 il Dipartimento del Tesoro americano ha rilasciato un’allerta relativa a St. Kitts, colpevole di aver inconsapevolmente rilasciato dei passaporti a cittadini iraniani che cercavano di evitare le sanzioni commerciali imposte ai cittadini del Paese in relazione al programma di sviluppo nucleare. Pochi mesi dopo il Canada ha deciso che non avrebbe più autorizzato i cittadini di St. Kitts a entrare senza un visto preliminare, per via delle preoccupazioni legate al programma “Cittadinanza via Investimento”. Siccome i governi nazionali, incluso quello di St. Kitts, non voglio rilasciare la lista di persone che beneficiano di questi programmi, a subire questo provvedimento sono stati, indiscriminatamente, tutti i cittadini di St. Kitts.

Intanto, tuttavia, i Paesi che hanno creato schemi per la vendita della cittadinanza difendono le virtù di questi programmi. Nell’ultimo anno, oltre il 40% delle entrate fiscali del governo maltese sono state determinate dal programma di cittadinanza tramite investimento. E anche l’economia di St. Kitts sarebbe probabilmente in bancarotta senza i ricchi proventi garantiti ogni anno. Henley & Partners ha dimostrato che perfino i Paesi più poveri hanno almeno una risorsa preziosa che possono vendere: la cittadinanza. A quale costo, tuttavia, resta da vedere.

 

 

La FIFA di Joseph Blatter

Spregiudicato, calcolatore e sempre sulla cresta dell’onda: il Financial Times lo ha chiamato “un genio”, il Daily Mail “un compiaciuto gnomo ipocrita di Zurigo”, il Guardian “il principale dittatore non omicida del secolo scorso”. Io come lo chiamo? Leggete il mio articolo su Unimondo.

Ebrei sefarditi

Oltre mezzo millennio dopo l’Editto d’Espulsione che nel 1492 costrinse la comunità di ebrei sefarditi a lasciare il Paese, il Parlamento spagnolo si prepara ad approvare una legge che permetterà a circa 1 milione di discendenti di ottenere la cittadinanza spagnola. Dopo l’approvazione alla Camera, adesso il Senato spagnolo si prepara a votare la Legge di Discendenza Sefardita. Il ministro della Giustizia Ruiz-Gallardon ha promosso questa iniziativa come un rimedio per quello che fu “il più grande errore della Storia spagnola”. Le ambasciate spagnole in Israele, Turchia, Venezuela e tanti altri Paesi del mondo sono già state inondata di richieste. Leggete qui il resto del mio articolo pubblicato oggi su Unimondo.

Ho sbagliato

Quattro giorni fa Unimondo ha pubblicato un mio contributo sulle imminenti elezioni in Israele. Il titolo dell’articolo è Elezioni in Israele: testa a testa Netanyahu e Herzog e l’incipit fa così: “Domani 17 marzo, si terranno le elezioni legislative in Israele. Nelle ultime settimane il premier uscente Benjamin Netanyahu, che fino a poco fa era dato ampiamente favorito, ha perso molti consensi e ora rischia di uscire sconfitto dalla competizione. Se accadesse, il Partito Laburista potrebbe tornare alla guida del governo dopo quasi quindici anni”.

Come è evidente, le cose sono andate diversamente. Netanyahu ha vinto largamente le elezioni e si prepara ora a formare un nuovo governo. Il Partito Laburista ha perso e molte altre previsioni che ho azzardato nel mio articolo si sono rivelate essere grossolanamente imprecise. Ad oggi è chiaro che, come me, tanti altri giornalisti ben più competenti avevano tirato  conclusioni affrettate. Solo lunedì la Reuters scriveva che “l’era del Primo Ministro Benjamin Netanyahu (sta) arrivando alla fine“, mentre Slate scriveva che Netanyahu era destinato ad essere “il dolorante sconfitto d’Israele“. Il fatto che non sia stato l’unico a sbagliare è una piccola consolazione e certamente non una scusa. Ma la domanda è: come mai questo errore?

Un articolo pubblicato oggi su Politico spiega che i media sbagliano quasi sempre nel predire le elezioni israeliane, principalmente per tre ragioni. La prima: il sistema di voto israeliano è estremamente complesso e finisce per deformare significativamente le intenzioni dei votanti. La seconda ragione: i sondaggisti cannano completamente le stime e questa volta si sono giustificati dicendo che questa volta molti degli elettori non hanno preso parte ai sondaggi. La terza ragione: Netanyahu ha utilizzato anche il giorno del voto per lanciare alcuni appelli agli elettori, una pratica discutibile in altri Paesi ma che in questo caso potrebbe aver spostato alcuni voti all’ultimo momento. Sia come sia, ho sbagliato e come Armin Rosen è il mio momento di riconoscerlo: “Man, I wrote some profoundly wrong shit about the Israeli election.